Il tunnel

L’anima è il corpo che si dissolve in un demone, che vola via senza scopi o soste.
Fatta questa premessa, mentre attraversavo una vasta pianura a bordo di un pullman, potevo sicuramente congetturare che la mia anima fosse stanca, anzi lo era quell’ammasso di cellule che stavo conducendo da qualche parte oltre la frontiera.
L’autobus andava veloce su una strada invisibile e sconnessa, nonostante sbirciando fuori dal finestrino intuivo chiaramente, poiché lo vedevo, che stava nevicando.
Di fianco a me c’era una signora, abbastanza volgare, puzzolente, di chiare origini algerine o comunque africane, che, partita da Torino, stava ritornando in un paesello nei dintorni di Marsiglia, passando da Lione, dove si sarebbe fermata da una vecchia zia che non vedeva da anni.
Ma io perché conosco queste vicende?! Perché nel suo francese insopportabile e con una voce gracchiante, nauseante e perfino roca mi stava bombardando le orecchie e il cervello da circa un’ora. Era seduta alla mia sinistra e ogni tanto si sporgeva su di me, appoggiandomi un seno pesante e molle sul mio braccio, per guardare fuori. Non ne potevo più. Era invadente, eccessiva, laida, sembrava una mucca morbosa e malata, uno di quegli animali che lacerano le narici con la presenza di un odore nauseabondo. Fortunatamente ad un certo punto si addormentò e iniziò a russare, e guardandola di sbieco, ero truce, osservavo il naso scrofoloso che inspirava aria, insufflava un fragore che diveniva un rullo di tamburi, una proboscide da cui scendeva un liquido purulento.
La neve ora cadeva copiosa, a tratti come grandine che si abbatteva sulla lamiera dell’autobus, con un rumore sordo e rovinoso. A una curva il mezzo sbandò, girò su se stesso, abbatté il guardavia e si ritrovò balzando su un pendio che ci portò verso la valle. Per mia fortuna, avrei voluto dire “nostra”, ma degli altri non mi interessava un gran che, poiché non li conoscevo, giacché anche in questa vicenda io pensavo alla mia sopravvivenza, ci ritrovammo fermi in una piazzola di sosta. In quei pochi secondi, forse un minuto, i passeggeri gridarono come bovini al macello, in preda al panico, che nell’oscurità era palesemente l’angoscia dell’imprevisto, il terrore della fine.
L’autista era stato bravo a mantenere i nervi saldi e il mezzo in posizione di marcia perfetta e indiscutibile. Arrestato il motore, chiese se ci fossero feriti, se tutti fossero vivi, sani e salvi, e roba simile, aprì le portiere e un mondo si riversò nel buio della notte come pecore che vedono un varco nel recinto. Qualcuno scivolò sul ghiaccio, altri gridarono alla luna con ululati, in segno di liberazione. Alla fine “eravamo” tutti in perfetta salute. Dopo una mezz’ora risalimmo sul mezzo, e il bus partì imboccando la strada asfaltata, forse una provinciale, che portava a valle. Percorsi vari chilometri arrivammo in un cantiere maestoso, pieno di luci sfavillanti e di automezzi smisurati che ci apparvero come mostri meccanici. Svariate barriere e reti di protezione impedivano l’accesso a veicoli civili non autorizzati, per cui l’autobus dovette bloccarsi.
Dove ci trovavamo? Al di qua di un tunnel che portava probabilmente in Francia; ma da lì non si proseguiva. Potevamo solo tornare indietro. Ma quando il signor Jean, l’autista, provò a riaccendere il motore, quest’anima diesel non si avviò. Si era fuso qualcosa nel cuore del veicolo. A quel punto non restava che aspettare un mezzo sostitutivo passando la notte nella glacialità dell’abitacolo, oppure proseguire a piedi verso un paese o una località abitata nei dintorni. Io decisi per questa scelta, ma anche tanti altri. Ci incamminammo a piedi nell’oscurità, rasentando le recinzioni, senza vedere qualcosa che fosse una luce, una casa viva, una presenza umana, e ci ritrovammo ai piedi del traforo dall’apertura che sembrava la bocca di un altro universo. Vi si vedevano fari maestosi, ci offriva la possibilità di un riparo da quel freddo e dalla neve. Occorreva solo tranciare le maglie di una rete, e penetrare in quello spazio smisurato nella discrezione più assoluta, in un silenzio furtivo che ci avrebbe coperti dall’intervento di guardiani e altri custodi in genere preposti al controllo. Con un tagliaunghie, che sembrava una cesoia, troncammo minuziosamente la rete e varcammo la cinta come evasi che entrano in un carcere.
Nessuno ci vide o ci sentì, proseguimmo verso l’ingresso dell’opera geniale e superammo la soglia: eravamo nella pancia della galleria.

Un treno lunghissimo, affusolato come un condor, con un muso dal rostro di color grigio, era sdraiato sui binari. In uno dei vagoni c’era una targa con la scritta “TransAlpinoVelocissimo”, e in ogni vagone un’insegna col carico che presumibilmente avrebbe trasportato: “Mozzarella fresca”, “Panettone”, “Cassoeula”, “Pellegrini”, “Fighe di legno”, ecc. Sorrisi… nello stesso istante in cui il braccio di un energumeno si poggiava sulla mia spalla, e una voce maschia mi diceva: “il treno serve per portare alimenti e altri materiali in Europa a trecento chilometri orari”. Era lei, l’algerina marsigliese.
Quindi, illustri ingegneri e politici avevano elaborato un piano strategico e di estrema necessità, un’opera d’arte moderna, per far giungere la mozzarella e altre prelibatezze, nel modo più veloce possibile, in quel continente sconosciuto e inesistente che si estendeva oltre i confini dello stato. Forse mi stupii, però non avevo voglia di farmi domande, perché avrei dovuto incamminarmi all’interno del tunnel, e non potevo perdere tempo in pensieri che non avrebbero avuto risposte razionali.
Il gentame che era sull’autobus non si era perso in chiacchiere, e infatti proseguiva almeno a cento metri davanti a me. Li seguii e ci inoltrammo verso una profondità di uno scavo che diveniva un po’ tetro, privo di un’illuminazione non ancora attiva.
Dopo qualche ora giungemmo tra ruspe, trivelle, escavatori di grandezza mai vista. Erano i predatori della montagna di cui lentamente si cibavano, come ratti lenti ma efficaci. Oltre questi mezzi vidi dei bagliori che si snodavano a guisa di serpente, che giravano attorno a un qualcosa che numerosi portatori innalzavano al cielo di quel buio, come se fosse il simulacro, il ritratto di una ranocchia, o una statua rappresentante un giudice, una divinità, un santo, un martire, o un re.
Erano quasi fermi, per cui mi approssimai con facilità. Lo spiazzo era di una grandezza straordinaria, dalle fattezze di una piazza immensa, riempita da migliaia di persone che urlavano come invasate, devote di un eroe incappucciato o di una Madonna, in una festa di idolatria pagana, come tante se ne vedono in giro per il mondo. Alcune erano ricoperte completamente da un velo bianco, che si stendeva fino ai piedi; altre osannavano “qualcuno” con una litania soporifera, abbrancandosi tra loro, battendosi il petto con tanta energia da apparire scombussolate, indemoniate, o esasperate da una droga di natura mistica.
Un oratore pronunciò un’omelia delirante che entusiasmò gli animi degli idolatri che si buttarono in ginocchio per terra e osannarono la statua di legno, come in un secondo momento mi apparve veramente, ma poteva essere pure una cristiana in carne e ossa. Prostrati a quelle effigie proruppero in esclamazioni di giubilo, e si persero completamente in un’effusione straordinaria di demenza febbricitante, rotolandosi per terra, saltando, abbracciandosi, piangendo, straziandosi le ossa su una superficie di asfalto, per poi tornare in piedi. Sussultarono in preda a qualche impeto ignoto nell’oscurità di una spiegazione razionale.
E anche quella notte mi convincevo sempre più dell’idiozia dell’animale chiamato uomo: demente, infarcito di opinioni fantastiche e farneticanti, sempre alla ricerca di un dio, o di un essere supremo che lo faccia prosperare in vita, e lo preservi a lungo da malattie e altre forme di nocumento, in attesa che arrivi la sua fine, oltre la quale troverà vergini angeliche nordiche a ristorarlo o beatitudini clericali senza fine. Vittime della propria tribolazione e di un’infinita solitudine, che crea il desiderio di resistere al tempo e alla propria esistenza.
Quel rito era per me un martirio, un dolore che mi straziava gli occhi e l’udito, proiettandomi in uno stato mentale che sfociava in rabbia repressa e istintiva. Quelle bestie laggiù non erano diverse da quelle che stanno in un recinto o pascolano sotto la direzione di un cane pastore, che si muovono al suono del fischietto o al rintocco di una campana.

Uno strillo acuto del comiziante sancì l’inizio della processione: centinaia di uomini dalla corporatura volgare, boscaioli o boia travestiti, alzarono il fercolo, e il corteo si mosse con un’accelerazione tumultuosa, macinarono l’asfalto, scomparendo dentro la caverna.
Da qualche parte dovevano pure arrivare, ragion per la quale feci anche io lo stesso tragitto. Davanti a me anche i viaggiatori dell’autobus seguivano la sfilata facinorosa. Dopo qualche minuto intravvedemmo il corteo che si era arrestato a una curva, dalla quale sembrava proiettarsi un chiarore o un faro.
Oltre la processione mi apparve un cielo stellato chiarissimo, con la luna che libava raggi di bagliori illuminanti come un sole. La meraviglia fu vedere un ponte gigantesco, altissimo, una costruzione ciclopica che univa la nostra riva con l’altra al di là del mare o fiume che fosse, forse su uno stretto, e alla sua estremità compariva il prosieguo della galleria.
L’oratore, che adesso notavo essere un prete, spronò la torma con un’invocazione al santo di legno, acclamando al cielo, e la folla manovrò in avanti alzando la portantina sulle spalle, urlando e spolmonandosi come una mandria di gnu al galoppo, sfilando di corsa sul viadotto, per raggiungere un’altra statua che giaceva, anch’essa inerte come un castagno, sulla terraferma.
La cerimonia pagana si concluse all’inizio del dirupo, in cui il ponte che non esisteva, una chimera invocata da decenni, da secoli, scomparve alla mia vista, ma anche a quella dei devoti, che veloci come armenti precipitarono nelle acque di un mare che li inghiottì miracolosamente.
Tornai indietro, verso la galleria, verso l’oscurità della mia ignoranza, nel mio ateismo sterile, lontano da ogni forma di fede o di incanto divino. Al di qua degli idoli.

Joe Oberhausen-Valdez

 


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