Il lampo – prima parte

Il lampo
(parte prima)

 

Tenevo gli occhi chiusi, in preda a una sensazione di stordimento. Mi stavo rilassando, quindi mi stavo perdendo. Sentivo voci stridule di gente informe e mi confusi nell’ebbrezza di una sensazione che mi stordì. Poi cambiò tutto.

 

Eravamo quasi coetanei, anche se io ero più grande di qualche anno, ma quando la vidi mi piacque proprio subito. Mi colpirono il suo viso e il suo sguardo, e celermente venni trafitto da quegli occhi che incantavano: mi forarono provocandomi un senso di vertigine. Erano occhi sismici che suggestionavano.

A prima vista avrei potuto dire che era in un’età già sfiorita, e invece era nel pieno della sua potenza. L’intrico di una mente tremula mi smarrì così… alla prima considerazione. In effetti quegli occhi di un colore tra l’azzurro e il verde sembravano fissi, come appartenenti a un dipinto, rovinosi come una staticità che avvolge rapendo, fuochi misteriosi e incomprensibili, che mi rinchiusero in una nuvola che sembrava un gas esilarante. Un attimo di incomprensione, e tutto si oscurò, abbattendo ogni cognizione di tempo e di luogo. Caddi chino, assorto in un tepore che mi piegò a terra, in preda a un offuscamento che non capivo se fosse l’estasi o la perdita di ogni facoltà mentale. La sua posa mi attanagliò in un’atmosfera di esaltazione, e non era mistica. Tutt’altro. Quelle labbra avrebbero avuto di sicuro il tepore termonucleare di una stufa di ghisa. Guardandole immaginavo chissà quale movimento, un’estrapolazione di un risucchio spaventoso in un turbine che consuma ogni possibile piacere intenso. Era al di là di ogni dolore o beatitudine. E il tutto avvenne solo guardandola.

Non avrei retto a lungo al mio temporeggiare. Avrei potuto guardarla di nascosto, osservarla, persino contemplarla, ma avvicinandomi, senza che lei facesse un primo passo di apertura, un sorriso, una qualsiasi breccia da cui io potessi entrare, avrebbe causato probabilmente una disfatta e un muro invalicabile al mio slancio verso di lei. E così, quasi per caso, inaspettatamente, con mio estremo piacere, lei mi sorrise e mi parlò.

 

Mi svegliai dopo essermi assopito sul divano, abbattuto da un pranzo che mi aveva già saziato mentre arrostivo salsiccia di maiale e altra carne. Mentre degustavamo varie pietanze, un discorso cominciò a elevarsi da qualche parte della tavolata. C’era chi sosteneva che il porco va macinato solo una volta, non due, o meglio al ceppo se è possibile, altrimenti diventerebbe un würstel o un hamburger. Qualcun altro invece aggiunse anche che l’agnello va privato dell’odore di animale usando l’aceto, perché saprebbe troppo di bestia. E via discorrendo di altre prelibatezze. In sintesi: discorsi altisonanti e profondi che mi costrinsero a bere più vino, qualche bicchiere di grappa, sperando che quelle ore passassero in fretta. Mi sprofondai sul cuscino del solito divano, mi accesi la pipa e mi addormentai.

Da qualche giorno soffrivo di un mal di schiena abbastanza forte che non m’impedì di scapparmene da quel convivio, saltare sulla moto, svagarmi in giro sulle stradine del monte che sovrasta il mio paese.

La giornata era luminosa con un sole che mi permise di abbronzarmi di mattina per qualche ora, isolato nel mio giardino recintato da una fitta rete verde, che io stesso avevo piazzato in modo tale che nessuno potesse vedermi dall’esterno, affinché potessi girare anche nudo in quello spazio circoscritto. Potevo essere visto solo dal cielo. Un vento caldo mi rinfrescava, a suo modo, da quella arsura vaga ormai autunnale.

 

La strada che porta al vulcano si inerpica fra tornanti e dislivelli, in mezzo a una fitta vegetazione di alberi e altre piante; all’improvviso, il paesaggio diviene brusco, arido, lunare, incantevole. Muta completamente. Le rocce e le colate vulcaniche sovrastano lo scenario che sembra costruito ad arte, e invece è l’espressione più genuina di quella terra.

Arrestai la moto in una piazzola che domina le valli sottostanti. Da lì si vede in lontananza il mare e alle spalle la sovranità di un monte maestoso. Restai un attimo a pascermi di quel silenzio, contemplando cielo e acque che si uniscono all’orizzonte in un abbraccio senza inizio o senza fine. Nel bauletto della moto avevo un vecchio binocolo cinese che mi portavo sempre appresso, per quelle evenienze; lo presi per scrutare gli angoli più nascosti di case, cocuzzoli, particolarità che mi saltavano all’occhio minuscole e appena visibili da quella posizione. Proprio sotto di me si elevava un burrone qualsiasi, arrivava sino al muretto in cui i miei piedi rischiavano l’equilibrio. Sembrava l’eternità silente e oscura che risucchia, che attrae dentro di sé. Per un attimo mi balenò l’idea di tuffarmici dentro, ma probabilmente sarei morto. Me la sghignazzai.

Un vento inatteso e fantasma mi fece pensare che era ora di guadagnare casa, poiché, ora me lo ricordavo, i meteorologi avevano preannunziato, forse previsto, un uragano o qualcosa di simile, che avrebbe portato alle rive dell’isola probabili onde alte cinque metri. Di solito non indovinavano mai. Eppure qualcosa mi spinse a controllare le sponde. Il mare sembrava agitato, come in inverno ma niente di più. Accesi il motore della mia enduro e scelsi la via del ritorno.

Scendevo lentamente perché il vento era divenuto abbastanza forte. Qualche chilometro percorso e assunse una forma vorticosa e insostenibile. Dovetti rallentare, scalare di marcia, in seconda e poi in prima. Non riuscivo a tenere l’equilibrio, ondeggiavo per quella strada, solitaria barca alla deriva. Finalmente raggiunsi il bosco. Gli alberi mi riparavano da raffiche e folate che preannunziavano una qualche tempesta. Accelerai. Stavo per arrivare al paese. La bufera riprese a sballottarmi. “A ore dodici” vidi delle nubi nere di pioggia, caricavano un temporale rumoroso che atterriva. La meraviglia fu accorgermi che il mare appariva molto più vicino di come ricordassi. Saliva su per il monte. Capii subito che laggiù qualcosa era mutato, peggio sarebbe divenuto. Ingranai la terza e volai verso casa. Ebbi appena il tempo di entrare nel viale, quando fui raggiunto da una grandine che mi colpì come se una folla mi tirasse pietre per lapidarmi. Parcheggiai la moto sotto la tettoia ed entrai nella mia tana insieme coi cani che abbaiavano maledettamente sotto la pioggia di ghiaccio.

Ero bagnato, fradicio. Sentivo pure freddo. Mi diressi verso la vasca da bagno e vi entrai vestito. L’acqua bollente mi riprese da quella sensazione di congelamento. Non era la prima volta che mi toglievo gli abiti inzuppati sotto la doccia. Un motociclista lo sa bene, o almeno io facevo così. Sciacquarmi non mi bastava. Volevo rilassarmi di più, quindi tappai la vasca riempendola di bagnoschiuma. Mi sdraiai, immergendomi con gli occhi chiusi. Passò qualche minuto e il naso mi rivelò un odore strano, come la puzza della merda. Sbarrai le palpebre: alcune chiazze schifose galleggiavano sull’acqua in mezzo alle bollicine, ma la riconobbi: era proprio merda. Controllai le scarpe, rintracciai gli escrementi (di uno dei miei due cani, non i miei) che avevo schiacciato nel prato del giardino. Svuotai la vasca, lavai alla meglio vestiti e scarpe, buttandoli con un bel lancio nel mobile lavatoio a circa tre metri. Poi mi sciacquai. Adesso ero davvero netto.

Andai in camera da letto mettendomi sotto le coperte. Avevo necessità di riposarmi da quel terribile mal di schiena. I due cani, appena mi videro coricato, presero la rincorsa e balzarono sul materasso. Si distesero, uno ai miei piedi, l’altro di fianco. In grazia di dio. Mi addormentai come un angelo, ma pochi minuti dopo fui svegliato da un rumore: era la femmina che russava. Mi alzai.

Guardando dalla finestra si capiva che non grandinava più, non c’era più vento, il temporale era passato. Decisi di montare sul tetto per controllare il mare. Probabilmente si era già ritirato. La scala esterna mi portò al primo piano. Mi arrampicai su un tubo in acciaio che sosteneva l’antenna della televisione, raggiunsi le tegole. Mi volsi verso il mare, lanciai gli occhi, e celermente notai che non era così distante. Le acque non si erano ritirate per nulla, anzi avevano raggiunto e circondato la villetta a venti metri dalla mia. Attorno a me adesso tutto era… mare.

 

Non avevo tempo per accendere la televisione. Capivo cosa stava succedendo. Riempii uno zaino capiente, il solito, quello verde, di pane, insaccati, un barattolo di trippa pronto, contenitori di plastica, presi il sacco di croccantini dei miei animali, un bidone di acqua da dieci litri, salimmo sulla jeep.

Rifeci lo stesso percorso verso la montagna, questa volta al riparo, nel calduccio di una macchina. In breve raggiunsi la piazzola del belvedere dove mi ero fermato qualche ora prima. Lì sostai per controllare la situazione. Il mare era diventato un mostro che si approssimava. In poco tempo si era riversato nell’entroterra, divorando la vecchia costa che non esisteva più. Intere abitazioni e paesi giacevano sotto una furia placida che si estendeva a dismisura e che stava per avvolgermi. Ormai distava forse un chilometro in linea d’aria. Decisi di raggiungere la sommità del vulcano e arrestarmi lì.

La strada era buona, ma divenne impraticabile. Diversi alberi travolti dalla tempesta giacevano sul mio tragitto ed erano un ostacolo insormontabile.

Mi accesi la pipa e pensai. Fra qualche ora il mare mi avrebbe inghiottito. Dovevo per forza abbandonare la macchina e proseguire a piedi attraverso il bosco per arrivare più in alto possibile. E così feci. Presi i croccantini, lo zaino, mi addentrai tra gli alberi. I cani mi seguivano. Era il crepuscolo, ma il buio era già calato. Accesi la torcia elettrica (ne avevo sempre due con batterie di scorta dentro quella specie di borsone che chiamavo “zaino di emergenza”), iniziai a salire. Dopo un po’ mi persi. Sapevo solo che andavo su, ma in quel bosco non vedevo né cielo né mare, soprattutto neanche la cima del monte; continuai a camminare. In mezzo agli alberi sentivo fruscii e gridi vari, forse rapaci, forse altre bestie, ma non le potevo vedere. La torcia mi illuminò una casetta diroccata non distante da me. Era proprio di fronte. La raggiunsi in pochi minuti. Mi accorsi che era proprio un rudere, senza tetto. I cani vi corsero dentro. Era una stanza misera, costruita senza malta con pietre laviche, poggiate le une sulle altre, chissà quanto tempo addietro.

Quella che era stata la porta marciva a terra sul pavimento grezzo. Buttai il “bagaglio” in un angolo e cercai della legna per riscaldarmi. Facendo il giro della casa scorsi una cavità: sotto, a est, c’era una specie di cantina, simile a una grotta, scavata sotto l’abitazione. La mia fortuna fu che vi trovai quel che mi serviva per accendere il fuoco, pezzi di castagno stipati da probabili utilizzatori di quella costruzione, forse cacciatori. Buttando a terra la fascina, vidi qualcosa che riconobbi felicemente: la canna di un fucile, nascosta da qualche restante legno. Liberai velocemente quell’arnese. In tutta la sua bellezza mi apparve come un’amica fidata: era una doppietta, a cui qualcuno aveva mozzato le canne. Il fucile era carico. Portai l’arma nella mia temporanea casetta. Accesi il camino, mi accesi pure la pipa.

Era sera inoltrata, io preferivo mangiare alle 20.00 ma dovetti ritardare. La trippa non era buonissima fredda, così, dopo aver aperto il barattolo, lo poggiai tra la cenere calda del focolare. I cani si gustarono il loro pasto, io cenai con quella schifezza, divenuta leccornia in mezzo al fuoco.

Da qualche parte nello zaino avrei anche trovato una bottiglietta di grappa messa dentro per evenienze estreme. E infatti c’era. Bevendola fui invaso da un tepore che si tramutò in un dolce star bene. Svampai, mi ubriacai, caddi in posizione fetale in un sonno ristoratore.

Le prime luci dell’alba mi svegliarono. I cani si erano distesi su di me. Sentivo uccelli conversare tra loro, sentivo pure l’odore e il profumo del mare, come se bivaccassi su una spiaggia. Mi alzai, stiracchiandomi lentamente. Uscendo dalla porta fui sbalordito da un evento che ancora non mi era mai capitato. Davanti a me tra gli alberi, a circa venti metri, c’era davvero il mare. Era mansueto e nero. Mi avvicinai. Appariva melmoso come un lurido lago, o proprio una palude.

 

Alla mia età ero ancora agile, mi arrampicavo sugli alberi come una scimmia. Dove mi trovavo?! Ne scalai uno abbastanza grosso, frondoso ed alto. Raggiunsi la cima in breve. Da lassù vidi solo acqua e alla mia destra a circa cinquecento metri, più o meno, la vecchia jeep che non era stata sommersa e neanche raggiunta da quello che ormai aveva tutte le sembianze di un oceano. Ridiscesi dall’eucalipto e mi avviai verso la macchina.

In mezzo a quel bosco sentivo una solitudine irreversibile. La sentivo da tutte le parti, mi circondava, mi si scagliava contro da ogni arbusto. Ogni tanto dal cielo rumoreggiava un elicottero che sorvolava il territorio o il mare. Distinsi due uomini all’interno. Avrei voluto essere già vicino all’auto per suonare il clacson. Con me avevo il fucile. Se avessi sparato in aria avrebbero udito i botti ma non volevo sprecare le due uniche cartucce. Tanto mi avrebbero visto dopo.

Raggiunsi la vettura. All’intorno non c’era anima viva. Sedendomi sul lato guida, suonai il clacson allo sfinimento. Speravo in superstiti. Mi sentivo per la prima volta davvero solo. Gridai a squarciagola. Nessuno rispose al mio appello. Dopo un po’ udii l’elicottero approssimarsi, salii sul tetto del veicolo e richiamai l’attenzione dei piloti. Mi videro ma non mi risposero. Fecero un giro intorno a quella specie di “spiaggia”, mi scrutarono e poi se ne andarono. Dopo qualche minuto, l’elicottero tornò. Pensai che vedendomi armato non volessero atterrare. Posai il fucile per terra e alzai le mani gridando e invocando un aiuto. Ma il “volatile” scomparve di nuovo. Per me, secondo una divisione o concezione assurda e netta, tutto ciò che volava era un uccello, tutto ciò che stava in acqua un pesce. Sulla terraferma solo rettili.

 

Trascorsi in auto tutto il mattino e il pomeriggio, senza la fortuna di veder nuovamente il soccorso aereo, stabilii di ritornarmene alla casupola. La notte trascorse come la precedente. L’indomani stessa spola al fuoristrada. Rivenne anche l’elicottero, ma non si abbassò mai completamente fino a terra. Mi girava all’intorno a circa venti metri di altezza: si prendeva gioco di me. Questa beffa durò per sei giorni di seguito. Quel pomeriggio però si avvicinò così tanto che quasi mi falciava con l’elica; si poggiò al suolo a cinquanta metri dall’auto; i soccorsi mi fecero cenno di raggiungerli, e corsi come un lampo. Ci guardammo in faccia senza parlare, i due uomini si sorrisero e si alzarono in volo. Rimasi attonito, non capivo quel comportamento. Raggiusi la macchina e mi appoggiai allo sportello.

Vidi l’elicottero tornare nuovamente. Si fermò a poca distanza, sempre in volo, e allora presi il fucile e abbattei il pilota, mirando alla faccia. La bestia rumorosa cominciò a girare su stessa fino a schiantarsi contro i primi alberi del bosco. Corsi verso il disastro. Uno dei due uomini era ovviamente morto, l’altro mi chiese aiuto, incastrato tra le lamiere della sua prigione. Era una donna. Le sorrisi e le dissi: “ridi ora, cretina!”. Aveva gli stessi occhi verdi e lo stesso viso della ragazza del sogno. Mi diressi verso “casa”. Non guardai il fuoco, ma da lontano ascoltai con piacere lo scoppio del velivolo. Boom.

Mi appoggiai al muretto di pietre… i cani si accovacciarono davanti a me; osservai la melma, ossia il mare. Corsi e mi tuffai. Mi piacque nuotare tra gli alberi della palude come un caimano.

Poi mi spiaggiai e mi asciugai al sole.

Chiudendo gli occhi mi venne in mente il piccolo mondo che era perito, pensai allo spread. Scoppiai a ridere. I cani mi guardarono attoniti e risero pure loro.

Un mondo ridicolo. Avrei desiderato che gli uomini in cravatta, contenitori di chiacchiere, fossero lì con me. Almeno mi sarei sfamato senza cercare bestie da uccidere. Armenti suggestivi e inutili annegati dalla nemesi di madre Natura.

Sotto di me non esisteva più niente, almeno per quanto concerne l’isola in cui abitavo. Lassù sul monte, in qualche rifugio, forse qualcun altro era al riparo nelle baite o nei rifugi del vulcano. E in ogni caso non me ne poteva fottere di meno. Sarebbe stato soccorso?! Boh, che me ne fregava. Io ero vivo, i miei cani pure. Non abbisognavo di altro. La civiltà poteva svanire, crepare anche completamente. Io sarei sopravvissuto, sopravvivevo sempre. Un giorno qualsiasi pure i due pastori tedeschi mi avrebbero lasciato. Li avrei seppelliti vicino alla mia nuova dimora. Sarei rimasto solo, poi mi sarei accasciato pure io. Sarei ritornato alla terra o al mare. Sarei ritornato nel nulla.

 

Joe Oberhausen-Valdez

 


 


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