Il quadro

Il Quadro

 

Sono nata il ventotto dicembre Milleottocentonovantanove. Per soli due giorni mia madre non usufruì del premio in denaro che il Regno elargiva alle famiglie per i nati il primo gennaio del nuovo secolo. Forse fu quello a determinare il mio destino, forse se mia madre avesse avuto quei soldi non avrebbe fatto ciò che fece, oppure fu dovuto al caso di essere nata a cavallo tra due secoli. A quei tempi si attendeva l’avvento del millenovecento più con terrore che con la gioia di qualcosa di nuovo che nasce. Forse davvero, come molti sostenevano, l’inizio di un nuovo secolo portava sventure…

Non so esattamente a cosa io posso addebitare ciò che mi toccò in sorte, fatto sta che il primo gennaio del millenovecento, mentre tutti ancora dormivano dopo aver festeggiato ampiamente il giungere del nuovo anno, io mi ritrovai sui gradini di una chiesa. Abbandonata da chi mi aveva generata, al freddo e alla solitudine.

Alle sei di quell’infausto giorno, il sagrestano della Chiesa dei Catalani di Messina, trovò dinanzi alla sua porta un fagottino tremante, avvolto in un lenzuolino cencioso. Null’altro ad identificarmi, nessun messaggio, nessun nome, nessun giochino ad allietare quelle fredde ore di attesa. Ero quasi morta, ero in ipotermia, ancora un’ora al freddo intenso di gennaio e la mia vita sarebbe stata stroncata a soli due giorni dalla nascita. Grazie mammina.

Il destino però, volle diversamente per me, il destino mi concesse altre ore, altri giorni, altri mesi di vita, altri anni, anche se pochi e, purtroppo per me, pieni di solitudine e sevizie, trascorsi in un triste e sovraffollato orfanotrofio di Messina. La mia vita, però, terminò qualche anno dopo. Che strana sorte quella che mi toccò… essere salvata a due giorni di vita, per finire in un orfanotrofio per otto anni e proprio nel momento in cui la mia esistenza era giunta ad una svolta positiva, quella stessa esistenza terminò brutalmente. Il ventotto dicembre del Millenovecentootto, il giorno del mio primo compleanno felice, un terremoto terribile si abbatté su Messina. E pose fine alla mia breve vita e a quella dei miei nuovi genitori adottivi, che mi avevano portato a casa solo una settimana prima… di me rimase soltanto un quadro. Il quadro di una giovane fanciullina di appena otto anni, avvolta in un candido abito e con un cappellino in testa. Sembrava la perfetta immagine della figlia di una famiglia facoltosa. Ed era ciò che ero diventata da pochi giorni. Il quadro era un regalo per il mio imminente compleanno. Solo lo sguardo, enigmatico e più adulto di quanto il volto mostrasse, dava il sentore che oltre gli abiti ricchi c’era stato un mondo di sofferenze…

Quello stesso giorno, molte vite furono distrutte come la mia, la morte si era abbattuta funesta ed implacabile su centinaia di famiglie. Il terremoto ed il maremoto, che seguì, fecero migliaia di morti tra Messina e Reggio. Distrussero costruzioni, cancellarono la storia e infransero sogni. Non solo il mio, di essere finalmente amata e parte di un nucleo amorevole, ma anche quello di una famiglia, che abitava nelle zone periferiche di Messina, in quello che, a quei tempi, si chiamava Villaggio Annunziata. Questa famiglia aveva investito tutto ciò che aveva in un sogno comune. Aprire un ristorante che avrebbe dato il pane a tutta la numerosa famiglia. Ma il terremoto aveva distrutto tutto, poco prima dell’inaugurazione. Addio sogni, addio soldi, addio Messina. Quasi tutti i fratelli decisero di raggiungere l’America e di ricominciare di nuovo… partendo dalle macerie di quel che restava per puntare sul sogno transoceanico. Ma non tutti si arresero e due sorelle decisero di rimanere in quella città tanto amata, e ricostruire, vita, sogni e casa.

Fu così che le nostre storie si incrociarono. Flavia, una delle sorelle, che fu salvata dal marito dalle macerie. Colei che aveva resistito al terremoto proteggendo sé stessa e la bimba che da sette mesi cresceva nel suo grembo, acquistò poco tempo dopo un quadro… il quadro di una bambina in abito bianco e col cappellino in testa. Una bambina dallo sguardo triste che la colpì al cuore. E con l’amore di una mamma, lei mi portò a casa sua… ciò che non sapeva Flavia era che non aveva portato in casa sua solo il quadro, ma aveva portato con sé anche la mia essenza più profonda…

La mia anima triste, provata e arrabbiata si era staccata dal corpo subito dopo il devastante terremoto.

Si era alzata al di sopra delle macerie, aveva vagato per le strade straziate da urla e morti.

Aveva visto i corpi sparsi ovunque, penzolare dai balconi, galleggiare sulle acque dello stretto. Aveva sentito le urla di aiuto e di disperazione dei superstiti e dei feriti. Aveva percepito il fetore della morte e della decomposizione. Ma si era sopraelevata su tutto questo per continuare a vagare, arrabbiata e amareggiata per il proprio destino crudele, lungo le vie buie e insanguinate. Per giorni la mia anima si era aggirata inquieta per la città… osservando, compiangendo e chiedendosi perché. Perché una bambina che era stata tanto sfortunata nella vita, che aveva conosciuto fino a quel momento solo abbandono, botte e poca, pochissima compassione, nel momento in cui era giunta ad una vita fatta di amore, agi e finalmente di affetto, veniva così brutalmente strappata da questa nuova esistenza per sempre? Quale Dio aveva progettato un destino così crudele? Che male aveva fatto quella bambina?

Le risposte non giunsero. I soccorsi ai terremotati, invece, anche se con estremo ritardo, finalmente arrivarono. Le macerie furono rimosse insieme ai corpi. Molti dei quali finirono in fosse comuni. Il mio corpo trovato sotto le travi del lettino a baldacchino in cui dormivo quella notte, insieme a quelli della mia nuova mamma e del mio nuovo papà, furono gettati insieme ad altri proprio in una di queste. Ma gli oggetti di valore della casa dei miei nuovi genitori, almeno quelli che non furono trafugati dai disperati e dagli sciacalli nei giorni immediatamente successivi al terremoto, furono accatastati, immagazzinati e venduti.

Fu così che il mio quadro finì nella bancarella di un rigattiere. In mezzo ad altre cianfrusaglie di poco valore. Che triste sorte quella di finire tra un pitale ed un portaombrelli dopo essere stato commissionato con tanto amore. Ma forse era quello il reale valore di tutta la mia misera esistenza. A metà strada tra un pitale ed un portaombrelli… la mia anima afflitta osservò tutto e pianse il suo dolore.

Flavia giunse in mezzo a quel ciarpame qualche mese dopo il terremoto… vide il quadro in mezzo ad altre cose che le servivano per la sua famiglia in crescita. Incrociò il mio sguardo. Ed è allora che avvenne…

Ci connettemmo.

La mia anima bisognosa di affetto e di amore, affamata di una famiglia che l’accogliesse a braccia aperte si fiondò in quel quadro con disperazione. Incontrai i suoi occhi, lei incontrò i miei…

E non ci lasciammo più…

Mi portò a casa, da suo marito ed i suoi bambini. Finalmente avevo una famiglia, sorelle e fratelli, finalmente avevo una casa. Sentivo amore attorno a me. Spesso qualche membro della famiglia si girava a guardarmi ed io avvertivo il loro affetto. Che gioia per una bimba che era stata tanto sola. Però nessuno di loro mi aveva capita davvero. Sentivo che mancava ancora qualcosa… non mi sentivo ancora libera.

Vissi con loro per molti anni. Condivisi con loro gioie e dolori, passai di generazione in generazione. Di casa in casa. I loro sentimenti mi hanno accompagnato per oltre cento anni. Giunsi nella casa di Domenica, poi la lasciai e cambiai città per vivere nella famiglia di sua figlia, Flavia ed infine incrociai lo sguardo di un’altra bambina.

Caterina. Lei mi guardò nell’anima e mi trovò, mi sorrise, mi comprese guardando oltre il quadro ed oltre l’abitino di pizzo bianco. Ero giunta alla fine del mio viaggio e della mia strana esistenza, compresi il perché di tutto, il fine del mio strano percorso e, finalmente, trovai pace…

 

Caterina Schiraldi

 


 


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