La lunga ombra – recensione

LA LUNGA OMBRA

Cronache del Reich

RECENSIONE DI: Nicola Furia

 

Va beh, lo dico subito a scanso di equivoci: sono amico di Gioachino (con una “c”, mi raccomando), e soprattutto sono uno dei personaggi del romanzo in questione, in sintesi: je suis il colonnello Furia! Omonimo e protagonista di “Diario di guerra contro gli zombie”.

Con tale premessa, alcuni potrebbero sospettare che il mio giudizio non sarà obiettivo, non sapendo, però, che ho sempre apprezzato l’autore ancor prima di conoscerlo personalmente. Se malgrado ciò qualcuno dovesse pensare che la recensione ultrapositiva dell’opera sia “ruffianesca”, e allora… come direbbe Furia: “sticazzi!”.

Due sono le pietre miliari di quest’epopea: gli zombie e la Storia.

I primi sono gli esseri mostruosamente affascinanti inventati da Romero negli anni ‘70, defunti che si risvegliano e divengono prigionieri del proprio corpo, senza più ricordi, emozioni, sentimenti. Vagano spinti da un unico obiettivo: cibarsi degli esseri umani a cui trasmettere con il morso la maledizione dell’immortalità.

Per ciò che concerne la Storia, che in questo caso è una rivisitazione fantasiosa, sebbene documentata e trattata come se fosse un testo monografico universitario, posso sicuramente affermare che oggi è un’impresa ardua se ha come tema l’horror e nello specifico gli zombie. La letteratura e la cinematografia hanno inflazionato un genere che, fino a qualche anno fa, era di nicchia (se poi ci aggiungiamo anche insulse produzioni televisive alla The Walking Dead che lo stanno sotterrando impietosamente, la frittata è fatta). Malgrado ciò, la capacità e genialità dell’autore ci regalano uno scritto veramente originale.

G. Ventura infatti non proietta lo zombie nel futuro apocalittico, bensì nel passato distopico, poiché fa dilagare la pandemia-zombie nell’Unione sovietica, durante la seconda Guerra mondiale, nell’epoca in cui l’esercito tedesco si era miseramente arenato alle porte di Mosca. Così inventando, la Storia devìa bruscamente dalle direttrici conosciute, e gli eventi, che avrebbero dovuto segnare l’inizio della fine del nazismo, divengono l’inizio della vittoria del 3° Reich.

Le nazioni fino a quel momento in guerra tra loro, dovendo fronteggiare una comune minaccia di immane portata, interrompono le ostilità e si compattano per tentare di arginare l’esercito più potente che si possa immaginare: una moltitudine infinita e inarrestabile di esseri feroci, invulnerabili e instancabili, soldati incapaci di provare paura, che non si fermano dinanzi a nessuno e non temono nulla, che continuano imperterriti la loro macabra avanzata anche dinanzi agli obici fumanti dei cannoni o alle vampate infernali dei lanciafiamme. Tzu Sun nell’Arte della guerra li descriverebbe come l’esercito perfetto, poiché le battaglie non sono vinte dall’armata più numerosa, né da quella dotata di armi migliori, bensì dalla più capace a terrorizzare l’avversario, ossia la più feroce.

La vicenda inizia in un giorno preciso, una data tra le più discusse della nostra storia: l’8 settembre 1943, allorquando l’Italia, dopo aver firmato in gran segreto l’armistizio con le forze angloamericane, tradì di fatto l’alleato tedesco. E Ventura, paradossalmente, dà finalmente un significato al famoso Proclama di Badoglio, letto dal capo del governo alla radio, prima di fuggire da Roma a gambe levate insieme al re, lasciando l’esercito allo sbando e la nazione in mano ai nazisti. Quel proclama recitava testualmente: “stante l’impossibilità di proseguire l’impari lotta, abbiamo chiesto e ottenuto l’armistizio. Ogni atto di ostilità contro lo schieramento angloamericano deve cessare. Le forze italiane reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Da quale provenienza dovevano mai giungere questi attacchi? Se lo chiesero ingenuamente i nostri soldati. Gli americani erano il nemico, ma su di loro era fatto divieto di sparare, i tedeschi erano gli alleati sulla carta… su chi quindi dovevano rivolgere le armi? Ecco, Ventura, dopo circa un secolo, dà finalmente risposta a quel disperato quesito: dovete sparare contro gli zombie!

 

Numerose e raffinate sono le citazioni letterarie e cinematografiche presenti nel romanzo, utilizzate perlopiù per descrivere il soldato tedesco, che in effetti è sempre stato, o visto, come un essere alieno dai contorni indistinguibili. Molti si sono chiesti che tipo di uomo era, cosa pensava e come potesse mai combattere per una nazione all’ombra della quale si perpetravano le peggiori nefandezze. Cinema e letteratura, quindi niente e nessuno, hanno mai risolto questo mistero, proponendo solamente stereotipi di ufficiali nazisti malvagi e perversi. Le truppe, invece, erano descritte in maniera amorfa, nei film avevano solo il compito di cadere come birilli davanti alle sventagliate di mitra degli ammmericani. Chi, come me, per questioni anagrafiche, ha letto i fumetti di guerra della collana “Araldica”, ricorderà che i soldati tedeschi non parlavano mai, esclamavano solo “Ahhh!” quando venivano colpiti, o al massimo “Achtung!” prima di saltare in aria a causa delle bombe a mano lanciate con mirabile precisione dall’eroico sergente dei Marines.

Ebbene, Ventura nel suo romanzo inserisce i personaggi dei romanzi semi-sconosciuti di Sven Hassel (“Maledetti da dio”, “Germania kaputt”, “Kameraden”, per citarne alcuni), nonché quelli del discusso film di Sam Peckinpah: “La croce di ferro” (la “banda” del caporale Rolf Steiner). Si tratta di opere dove gli autori, ben lungi dal giustificazionismo, né tantomeno orientati al negazionismo o al revisionismo, umanizzano per la prima volta quegli esseri antropomorfi in divisa. Ne descrivono il sentimento di cameratismo e fratellanza che li spinge a rischiare la propria vita per aiutare un commilitone in difficoltà, uomini che condividono tra loro ogni cosa, dal cibo alle munizioni, alle emozioni, ai pensieri. Non sono mammolette, sia chiaro, combattono per sopravvivere, uccidono per non essere uccisi, ma sono guerrieri che non nascondono l’estremo disgusto verso la guerra e i suoi orrori. In queste opere il nazismo becero, seppur esistente, è una stupidità troppo solenne e quasi astratta per essere presente in trincea.

Nel romanzo troviamo ovviamente anche i leader storici, descritti in maniera mirabile. C’è Hitler con tutta la sua follia, per il quale la catastrofe della resurrezione è un’opportunità, lo zombie il super-soldato, l’arma definitiva. Il Duce con il suo istrionismo, un marpione che gioca su più tavoli, barando e truffando all’italiana maniera. Stalin, “l’ideatore” altrettanto folle della creazione del virus. Per lui l’apocalisse zombie è paragonabile alla rivoluzione comunista: un’omologazione individuale planetaria.

Non aspettatevi epiche battaglie, non si sentono i rombi di cannone, né i venti di guerra. E questo rende il racconto ancor più terrificante, poiché veritiero. Tutto si svolge nelle segrete stanze del potere, le macchine da guerra che entrano in azione sono quelle della burocrazia, i protocolli, i trattati, i congressi. Insomma è il conflitto delle parole, chiacchiere risolutive utilizzate per dare forma al caos, in cui le risposte non sono mai quelle esatte, ma quelle “giuste”, idonee per soddisfare il dittatore di turno.

Per fortuna, infine, ci sono loro, i veri protagonisti, i Bastardi senza gloria inviati segretamente dai vari governi nell’inferno Russo per cercare il virus e appropriarsene prima degli altri. Sono uomini spediti in missione suicida non riconosciuta, né formalmente approvata, dai rispettivi dittatori, ossia carne da cannone, armata Brancaleone allo sbaraglio. Non sono eroi, tutt’altro, ma è proprio in quegli uomini disillusi che il lettore riporrà le uniche speranze. Solo se riusciranno a far tacere le armi da sparo, utilizzando finalmente quella del dialogo, eviteranno che il mondo si trasformi in un inferno peggiore di quello dominato dagli zombie.

Ci riusciranno? Per saperlo bisogna arrivare alla fine del romanzo, ricordando però che, come Romero insegna, quasi mai le storie degli zombie hanno una fine… o persino un fine.

 

Nicola Furia

 


 


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