Divinità saffiche

Divinità saffiche

 

Cara S.

ho smesso già da un pezzo di provare a chiamarti, l’ho fatto tante volte e mi sconforta la certezza che non mi risponderai. Quando eri arrabbiata con me, ossia molto spesso, passavamo ore a litigare come due vecchie megere arcigne. Tu mi accusavi di essere un’asociale supponente ed io ti davo della psicopatica incompresa, poi, quando eravamo ormai esauste e senza voce, finivamo per arrenderci e nessuna delle due ricordava più quale fosse il motivo del contendere… e si finiva a parlare di dieta e ceretta brasiliana. Vorrei che fosse ancora così! Invece ti sei barricata dietro a questo strano oblio di te stessa, che non si addice ad una logorroica come te, strano silenzio a cui non sono abituata. Quella muta sono sempre stata io… Allora ti scrivo. Probabilmente non la leggerai mai… chissenefrega.

Mi mancano i nostri discorsi inutili, che ci tenevano fino a notte fonda sotto casa dopo le serate trascorse in giro per la città a fare baldoria. Eravamo sempre innamorate, perennemente deluse. Ci divertivamo come matte, non avevamo bisogno di nessuno, la nostra pazzia era sufficiente a tenerci sveglie. Giocavamo a sfidarci, eterna competizione su tutto! Per fortuna, arrivare seconde non ci dispiaceva, ma solo per un attimo… stimavamo troppo il nostro “avversario”, anche quando si trattava di maschi, la nostra debolezza, il nostro nemico naturale. Quanto dovevamo essere strane agli occhi del mondo! Eravamo due aliene diverse, una marziana e una venusiana. Tu, solare ed esibizionista, io silenziosa e defilata in seconda linea, sperando di passare inosservata. La tua mania di protagonismo era contagiosa, mi costringevi a farti da spalla e mi trasmettevi il tuo travolgente entusiasmo. Io sul “palco”, sotto i riflettori, non ci volevo stare, ma non mi davi scelta, essere al centro dell’attenzione era il prezzo da pagare per starti accanto, quanto mi facevi vergognare! Eppure, non mi hai mai sovrastato con il tuo carisma. Eri insolente e arrogante, andavi spesso fuori dal seminato ed io, con santa pazienza, ti riportavo coi piedi per terra. Per qualche strana ragione riuscivo a domarti, sfrenata cavalla pazza, ti ammansivo e ti addomesticavo con la mia sensibilità. “Tutti pensano che sia una leader, la verità è che faccio sempre quello che vuoi tu, strega!” mi rinfacciavi sorniona.

Non hai mai avuto un buon rapporto con tua madre, la “marescialla” ti faceva sentire inadeguata, come la pecora nera svogliata e inconcludente della famiglia. La mancanza di affetto forse è stato il tuo più grande rammarico… però c’ero io, con la mia tenerezza iperglicemica a farti sentire speciale. Ecco, tu per me eri davvero importante, un mito assoluto. Sei stata tu ad insegnarmi l’ironia. Ci guardavamo come due beone, beote e scoppiavamo a ridere delle cazzate che partorivano le nostre giovani menti sgangherate. Due rincoglionite spocchiose. Mi manca la tua risata sonora che riempiva l’aria di un’allegria dissacrante, il tuo modo unico di non prenderti mai sul serio. Eri come le Superga indossate senza calzini: ti stanno a pennello, sei strafiga! oppure ti provocano le stimmate alle caviglie, e rimani una sfigata. Nonostante fossimo come il giorno e la notte, avevamo in comune la nostra latente malinconia, la noia di vivere, “Appocundria me scoppia
ogne minuto ‘mpietto”. Io l’ho capito subito, sai? Nei tuoi immensi occhi neri potevo scorgere la solitudine che tentavi di soffocare con la tua bizzarra personalità. Sono sempre stata un’attenta osservatrice, me lo dicevi sempre anche tu: “sei l’unica che non riesco ad imbrogliare, sei una maledetta strega”. Già… io non me la sono mai bevuta la tua commedia da Wonder Woman, sentivo che la tua fragilità fosse uguale alla mia. Per esorcizzare i nostri fantasmi io scrivevo, tu cantavi. Sei partita dalle imitazioni di Cristina D’Avena e adesso stai conquistando la Grande Mela con la tua voce black, calda e suadente. Ricordi, invece, le mie filastrocche bastarde contro i nostri compagni di scuola? Anche allora e là, fedele alla mia condotta autoemarginativa, ero sempre nelle ultime file, il fottuto genio si ergeva sprezzante al di sopra della volgare massa e la perfida complice, ligia alla recita, l’incoraggiava. Da allora mi sono evoluta parecchio, scrivo cose fighissime che, conoscendoti, tu bastardamente definiresti “tagliavene”. Chissà, magari un giorno farò di te la protagonista del mio primo vero romanzo… chissà. Saresti un perfetto personaggio pirandelliano. Pure io. Noi, immutevoli “nessuno e centomila”, in cerca di uno, di tutto, ossia del nulla sempieterno. Autorevoli attrici della disperazione, fittizie maschere aggraziate, tuffate nel vuoto di questo palcoscenico dell’assurdo. Ti renderei orgogliosa.

In effetti non attiravamo grandi simpatie – neanche ora – con la nostra misantropia. Ci sentivamo superiori, eravamo altezzose, non facevamo nulla per nasconderlo. Delle convenzioni e degli altri non ce ne importava granché, anzi, andare controcorrente per noi era una sfida irrinunciabile… due teste di cazzo montate su corpi da pin-up. Soubrette di periferia metropolitana.

Sembra sia trascorsa un’era glaciale dall’ultima volta che ci siamo viste… stavi per partire per New York, volevi salutarmi, era la tua grande occasione, il sogno americano! Non ricordo neanche più perché non venni quella sera, sarò stata sicuramente indaffarata nelle mie consuete pleonastiche “non-faccende” e ti lasciai… andar via così.

Odiavo la tua pretenziosità, mi facevi i dispetti ogni volta che non soddisfacevo un tuo bisogno, peggio di una mocciosa viziata, ma non quella volta. Hai incassato il rifiuto senza obbiettare, ero abituata a sentirti urlare come una pazza isterica, in stile Medea di Euripide, per ogni mia più piccola mancanza. Sei sempre stata un’ossessiva, una gran rompipalle puntigliosa. Mi sembrava strano che non te la fossi presa più di tanto. “Me la farà scontare al suo ritorno”, pensavo, ma tu non sei più tornata, non per me, almeno. Te ne sei andata via dalla mia vita senza far rumore ed io non me ne sono nemmeno accorta. Non me lo hai mai perdonato. Non stavi solo realizzando la tua più grande aspirazione, quella di cantare nei migliori locali jazz di N.Y. stavi soprattutto scappando dai tuoi demoni ed io, proprio io, avrei dovuto capirlo. Comprenderti.

Solo adesso so quanto io ti abbia deluso. Mi dispiace, ho disilluso anche me, tante volte… sempre. Ma ora non più. Ora sto sognando, e quindi sarò invincibile.

Era tutto più facile quando c’eri tu, facevamo a cazzotti con la realtà che ci soffocava e ci prendevamo gioco dal genere umano che ci disgustava, dozzinale e misero… ora più che mai ne ho saggiato la mediocrità e mi rendo conto di quanto fosse importante la nostra amicizia.  Oggi, ad esempio, sono più antipatica di una iena antipatica, non mi va di parlare con nessuno, tranne che con te. È una giornata di merda, ecco. Se potessi ascoltarmi adesso, probabilmente, rideresti fragorosamente… quante volte ti ripetevo questa frase? E tu mi rispondevi sempre “davverooooo??? Anche oggi?”. Eh già, perché noi detenevamo il primato mondiale dei giorni “X”… Eravamo “Le ragazze del domani”, così ci chiamavamo scherzosamente. Il presente ci faceva sempre schifo e allora confidavamo nel futuro, chissà cosa speravamo sarebbe accaduto. E il futuro è sempre oggi. Ora lo so da un pezzo e lo sapranno tutti. Sono troppo avanti, troppo forte, intelligentissima, splendente. Emano luce. Sono una dea, troppo bella. Sono troppo e basta!

Io non sono cambiata poi tanto. Sono rimasta un “complesso caso umano”, come mi definì una volta quella stronza della professoressa di greco. Non sopportava che fossi nettamente superiore agli altri – manco a dirlo – senza il minimo sforzo, la sadica nanerottola voleva farmi terra bruciata, screditandomi pubblicamente. Poverina… la umiliavo ogni volta con la mia mente superba, ero già suprema. “Ben fatto, socia, l’hai stesa” mi dicesti, stringendomi la mano soddisfatta, dopo una delle mie performance.  Qualcosa mi dice che anche tu sei ancora una smorfiosetta domatrice di leoni. Una dominatrice

Vorrei piangere… A volte lo faccio, poi mi guardo allo specchio con le lacrime che tracciano sentieri perfetti sul mio bel viso e mi prenderei a sberle, se non altro perché quel maledetto fondotinta francese costa un occhio della testa e mi scoccia rovinarmi il trucco. Forse, un giorno, fonderò una Onlus, potrei chiamarla “I leopardiani delusi”. I proventi saranno devoluti ai frignoni scontenti ed insoddisfatti come me.

Disperarmi con te era tutta un’altra storia. Almeno tu mi avresti abbracciato e con la faccia seminascosta nella tua fitta chioma corvina mi sarei sentita al sicuro. E poi, per farmi compagnia, avresti pianto con me e mi sarei sentita meno imbecille. Saremmo state un lavatoio di ninfe ancestrali.

Ti volevo bene, questo mi permetteva di tollerarti anche quando mi provocavi con la tua saccenza. Non che la mia fosse inferiore, ma tu eri superba e altezzosa, una piccola donna alta un metro e sessanta, ma imponente come Giunone. Non sai quanto invidiavo la tua presunzione! Ti rendeva affascinante, catalizzavi gli sguardi e ammaliavi con le tue movenze feline, sei sempre stata bellissima. Quando un uomo mi preferiva a te, finivo per crederlo pazzo. Un avvenimento impossibile. Tu meravigliosa e sofisticata, io una ragazzetta acqua e sapone un po’ anonima… anche se una dea dolcissima. Com’era pensabile!? Allora mi accarezzavi i capelli e mi ripetevi “non hai bisogno di niente, sei stupenda così… se fossi un uomo, perderei anch’io la testa per te, perché tu sei un’entità sovrastante… però le tette mostrale ogni tanto, non è peccato”. Che stronza!

Nonostante le apparenze, avevi qualcosa dentro che ti divorava, un male oscuro e pericoloso.

Soffrivi sorridendo. Solo a me hai concesso di entrare nel tuo profondo dolore che ti macinava e corrodeva.

Il mostro aveva un nome preciso, ma nessuna delle due osava pronunciarlo… tu perché non volevi ammetterlo, io perché non volevo accettarlo. Ti ha quasi ucciso, il tuo cuore non ce la faceva più a sopportare quel divorare il cibo per colmare il vuoto che ti squarciava l’anima per poi vomitarlo con disprezzo. Soffrivo della tua angoscia. Ti vedevo sfiorire, sfiancata dal demone che ti perseguitava… e io ero lì mentre ti affacciavi sull’orlo del precipizio.  Ti ho urlato contro, ho pianto con te e poi ti ho preso per mano e ti ho tirata su con tutta la forza che avevo. Abbiamo combattuto insieme, e insieme abbiamo vinto, perché quella non era solo la tua battaglia, era la nostra. Eravamo una bella squadra.

Dopo il buio ti ho vista rinascere. Eri di nuovo bellissima, luminosa come una stella, forte, indistruttibile.  Non saresti più precipitata, avevi imparato a volare. Forse sbagliavo… Tu avresti sempre avuto bisogno di me, ma io non l’avevo capito. Perdonami amica mia.

Ora sono io che vorrei la tua mano, per tirarmi su. No, non ti sto accusando, la colpa è soltanto mia. La verità è che sono un’egoista, mi nascondo nella mia preziosa solitudine e chiudo fuori il mondo. Mi dicevi che ero speciale e che avresti voluto essere forte come me, ma sono soltanto una strafottente, una stronza mascherata da Cappuccetto Rosso. Volevo farcela sempre da sola, i miei fantasmi li tenevo racchiusi, li ignoravo per dimenticarli, ma non sono mai riuscita a liberarmene, e ogni tanto fanno capolino e si prendono gioco di me.  Io li lascio fare… sì, divertitevi pure a tormentarmi, ormai ho imparato a convivere con voi, in fondo mi tenete compagnia. Ho sempre avuto paura. Paura di guardarmi dentro, di vivere, paura di fallire… così mi sono trincerata dietro un’inutile inerzia, nell’attesa infinita di un deus ex machina che mi portasse fuori a veder la luce. “Nu diu e strunz” che arrivasse anche per me, e che finalmente pervenne. Ma allora ero rimasta immobile. Avrei potuto urlare, ma scelsi di restare in silenzio. E poi sono implosa.  È per questo che ti ho delusa, non ti ho permesso di entrare nel mio labirinto fatto di specchi, ti ho tenuta ai margini come faccio con il resto del mondo.

La sfinge impassibile non è altro che una fragile donna di cristallo, quella forte sei tu, Super S.

Sai che ti dico? Ti cercherò ancora, prima o poi ti stuferai di ignorarmi e mi urlerai contro tutto il tuo affetto, come facevi un tempo. Io ti chiederò di cantarmi la sigla dei “Puffi” e quella sarà la colonna sonora del nostro armistizio… fine della terza guerra mondiale.

E, magari, “le ragazze del domani” faranno quel viaggio che sognavano da sempre, solo loro due, unite dalla stessa solitudine, solo un po’ più vecchie, ancora pazze.

Ti ho amata e ti amerò per sempre, amica mia. Tranquilla… non alla saffica maniera. Sono sempre una cretina.
 

Ilaria Di Leva

 


 


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