I sette vizi capitali: Lussuria

LUSSURIA

 

Entro nel bar per il secondo caffè della mattina. Il primo è stato sotto casa alle 06,30, quando è sveglio solo chi lavora e qualche pensionato, e la barista di paese ti serve sbadigliando e senza neppure guardarti negli occhi, tanto sa già chi sei e cosa le dirai. Io non lavoro, non davvero. Ho tante case e le affitto: qualcuna a famiglie di operai, altre a studenti in nero, due o tre a gruppi di immigrati irregolari. Un paio le tengo sfitte, perché non si sa mai di cosa uno può avere bisogno. Mio padre aveva una fabbrica tessile, bene avviata, sessanta operaie, ma quando è morto (infarto a cinquant’anni, poveraccio. Girava troppa droga negli anni ’80.) l’ho venduta, e con il ricavato ho comprato altre case. Mia madre non voleva, ma io l’ho mandata a quel paese. Troppa fatica, la fabbrica. Bisogna star dietro alle nuove richieste del mercato, sperare che i fornitori non aumentino i prezzi o che i cinesi non sbarchino in forze, si devono scegliere i collaboratori giusti che non rubino troppo e se va male si è anche costretti a parlare coi sindacati. Troppa, troppa fatica. Le case sono più semplici. Male che vada se trovi uno che non paga mandi qualche amico rumeno o calabrese a parlare con lui, e un accordo si trova. Per il resto puoi anche passare tutta la giornata sul divano a bere birra, se la cosa fa per te.

 

Io non sono di quella razza lì. Non mi piace lavorare, ma vivo la mia vita in maniera attiva. Mi sveglio presto, mangio sano, faccio sport. Ho quasi cinquanta anni ma ne dimostro almeno dieci di meno. Ho tutti i capelli senza bisogno di trapianti o minchiate del genere, sono appena un po’ brizzolato ma alle donne questo piace. Anzi, da quando è spuntato qualche capello bianco piaccio di più. Mi vesto elegante ma non metto in mostra la mia ricchezza: non c’è bisogno di ostentare un Rolex o una Lamborghini per conquistare qualcuna. È l’atteggiamento, quello che conta. Ed è quello che manca ai ragazzini di oggi, patetici vermi senza spina dorsale che passano il tempo chini sui loro smartphone e non hanno neppure idea di come si debba parlare a una donna.

 

Il secondo caffè lo prendo in centro, nel bar elegante di Via Garibaldi. È vicino all’università e molto frequentato da studenti, soprattutto verso l’ora di pranzo da chi preferisce qualcosa di rapido allo squallore della mensa universitaria. È ancora presto per loro, ma qualcuno c’è, forse in attesa dell’inizio della prima lezione. Come la ragazza con gli occhiali seduta da sola al tavolo in fondo, con un cappuccino a raffreddarsi lentamente davanti a lei che tiene gli occhi fissi su un libro. Un libro, non un telefonino. Prendo il caffè al bancone e mi avvicino, è lei la mia preda di oggi.

 

  • Mi scusi, posso sedermi al suo tavolo? – Le chiedo. Lei alza gli occhi solo per un secondo e si guarda intorno. Ci sono altri tavoli liberi e lei l’ha notato, ma evidentemente non sa come dirmi di no, così mi fa un cenno con la mano come a dire “prego”, senza parlare.

 

Il segreto numero uno è l’educazione. Bisogna essere sempre cortesi e trattare qualsiasi femmina come una signora, anche se questa è poco più che una ragazzina. Avrà sì e no la metà dei miei anni, potrebbe essere mia figlia. Indossa una maglietta nera e un semplice paio di jeans strappati, neanche troppo alla moda, anzi sembrano proprio vecchi. Sotto ha delle scarpe da ginnastica sporche. Almeno i capelli sono puliti, lunghi e biondi. Devono essere freschi di doccia. Anche il viso è fresco, giovane, appena un velo di fondotinta e un po’ di trucco. Una ragazza pulita. Direi quasi innocente.

 

  • Sa che lei ha un buonissimo profumo?
  • … come? – L’ho spiazzata. Ho attirato la sua attenzione.
  • Ha un buon profumo. Lo posso sentire anche da qui.
  • .. beh, grazie. Veramente non mi sono messa nessun profumo, forse sente lo shampoo che ho usato.

 

Ha un accento del nord Italia molto lieve, come se volesse sforzarsi di nasconderlo. Probabilmente è veneta. Si vede che è cresciuta in una famiglia di una certa cultura, oppure vuole elevarsi al di sopra dello status dei genitori. Forse punta a essere la prima laureata della sua famiglia. Un po’ di ambizione è una bella cosa. Mi guarda, le sorrido, torna al suo libro. Lo abbassa, insicura. Mi guarda ancora.

 

  • Non è abituata a ricevere complimenti, forse?
  • .. no. Ecco, almeno non vestita così, al bar.
  • L’ho messa in imbarazzo? Le chiedo scusa, vedo che sta studiando. Se vuole la lascio in pace e bevo il mio caffè in silenzio.
  • No si figuri, non sto studiando. È solo un romanzo.
  • “Solo” un romanzo? Non sminuisca così ciò che forse è stato il realizzarsi del sogno di una persona. Lei è una studentessa universitaria, vero?
  • Sì. – Chiude il libro e lo nasconde frettolosamente dentro la borsa. Non mi stupirei se fosse un romanzetto rosa, o un “Cinquanta Sfumature di Grigio”.
  • Cosa studia?
  • Sa cosa dicono delle psicologhe?
  • Che sono pazze? Lo so.
  • – Le sorrido. – Che sono testarde ma curiose, sempre alla ricerca di qualcosa che stimoli le loro menti. Forse di un’avventura. Lei è una persona avventurosa?
  • No! – Ride imbarazzata.
  • Forse non le hanno ancora proposto l’avventura giusta. È coraggiosa?
  • .. non molto.
  • Forse è il momento di provare a diventarlo. – Mi alzo in piedi. – Se vuole scoprire qualcosa su di lei, se vuole vivere una vera avventura, finisca il cappuccino e mi segua. In silenzio.

 

Mi giro e senza neanche guardarla appoggio la tazzina del caffè vuota sul bancone e esco dal bar. Nessuno ha udito la nostra conversazione, tutti gli altri presenti sono troppo concentrati a guardare Facebook, a commentare le partite del giorno prima, a urlare l’ennesima banalità complottista. Anche senza guardarla so che si sta affrettando a raccogliere le sue cose prima di perdermi di vista. Il segreto numero due è la sicurezza: se una donna si accorge che sai cosa vuoi, sarà attratta naturalmente da te. Cammino per qualche decina di metri prima di fermarmi. Il semaforo pedonale è rosso, e mentre aspetto il momento di attraversare lei mi raggiunge. Tiene gli occhi bassi, come se si vergognasse.

 

  • ..
  • Avevo detto in silenzio, o sbaglio? – Interrompo la sua domanda.
  • .. scusi.
  • Scommetto che sei abituata alle persone che parlano, parlano, parlano senza dire nulla. Questa si chiama insicurezza. Le persone deboli hanno bisogno di tempo prima di essere abbastanza a loro agio per dire cosa vogliono davvero. I forti invece non hanno bisogno di sprecare fiato. E sanno riconoscere anche i bisogni degli altri. Tu ad esempio, vorresti qualcuno che ti facesse sentire davvero una donna. – Apre la bocca e mi guarda per un istante negli occhi, stupita dalla mia frase. – Non c’è bisogno di rispondere, non era una domanda. Si vede da come ti muovi, da come guardi gli altri, da come ti sei vestita e truccata. Sei bella, ma ti nascondi. Probabilmente hai una vita sessuale insoddisfacente, fatta di rapporti troppo brevi per procurarti davvero piacere, con persone deboli.

 

Il semaforo diventa verde e comincio ad attraversare. Lei mi segue, da brava cagnolina ubbidiente. Camminiamo ancora tre minuti in silenzio prima di arrivare all’ingresso di un piccolo parco cittadino. La giornata è calda, anche se siamo ancora all’inizio della primavera, il tepore del sole è piacevole. Mi giro verso di lei.

 

  • Ora puoi parlarmi se vuoi, immagino tu voglia pormi qualche domanda.
  • Solo una in realtà. Cosa vuoi che faccia?
  • Io non voglio nulla. Devi essere tu a sapere cosa vuoi.
  • Io non sono…
  • Non importa cosa non sei, importa quello che sei. Sei una donna, vero?
  • Sì.
  • E io cosa sono?
  • Un uomo.
  • Mi trovi bello?
  • .. sì… non lo so.
  • Non lo sai perché bello è il termine sbagliato. Tu mi trovi affascinante. È per questo che mi hai seguito. Il fascino è una cosa misteriosa, spiegarlo è quasi impossibile, ma riconoscerlo è facilissimo. Seguimi!

 

Entro dentro il parco. C’è qualche persona che cammina, qualche vecchietto seduto sulle panchine, qualche studente, ma più avanti c’è una piccola area dove gli alberi possono nasconderci dalla vista dei passanti. Mi dirigo lì. Lei pare incerta, ma non dice niente.

 

  • Appoggiati con la schiena all’albero. – Le dico, e lei esegue. Mi metto davanti a lei, molto vicino, e la guardo intensamente.

 

Ha una bel viso, dei lineamenti regolari, una pelle molto fresca. Una bella bocca, delle labbra perfettamente delineate, carnose ma non volgari. Alzo la mano destra e avvicino le dita al suo viso. Le sfioro la guancia, poi le labbra.

 

  • Apri la bocca e succhia. – Le dico.

 

Obbedisce. Non chiude gli occhi, apre la bocca e accoglie il mio indice e il medio continuando a guardarmi. Ha le guance rosse, la situazione la eccita. Non si getta frettolosamente sulle mia dita, le prende lentamente, un centimetro alla volta, mi fa sentire la lingua che rotea attorno ad esse e muove la testa avanti e indietro.

 

  • Deve piacerti usare la bocca. – Le dico. – Deve piacerti prendere un bel cazzo duro tra le labbra, giocarci con calma, prenderti tutto il tempo che vuoi per farlo crescere, portarlo sull’orlo dell’orgasmo e fermarti, passare ai testicoli, leccare l’asta su fino al glande, smettere e ricominciare. E ancora, ancora, ancora. Scommetto che il problema è che i timidi cazzetti che hai trovato finora non resistono a questo trattamento e perdono immediatamente il controllo. Così a te restano solo una bocca piena di sperma amaro e tanta insoddisfazione. E sei costretta a usare le dita o persino qualche gioco di fredda plastica per liberare infine il tuo piacere. Sbottonati i jeans. Sbottonali e basta, non tirarli giù.

 

Esegue il mio ordine. Le mani le tremano un po’. Confesso di essere eccitato anche io, sento l’erezione spingere prepotente dentro i pantaloni. Le sue labbra stanno facendo davvero un ottimo lavoro, e la voglia di metterle ancor più alla prova è tanta. Ma non è questo il momento. Tolgo le dita dalla sua bocca e lei non riesce a trattenere un sospiro di dispiacere. Le mie dita sono umide della sua saliva, meglio usarle a dovere.

 

  • Metti i due pollici dentro le mutandine e allargale. Fai spazio per la mia mano.

 

Esegue ancora. Porto la mano giù, senza guardare. Il terzo segreto è lo sguardo, sempre dritto negli occhi. Guardandole abbastanza intensamente potete far fare loro quello che volete, non riusciranno a dirvi di no. Porta dei semplici slip di cotone, semplici come lei, adeguati alla sua persona. Il suo pube però è liscio, perfettamente depilato. Un altro piccolo segno di omologazione alla moda pornografica di oggi. È bagnata, come sospettavo. L’accarezzo lentamente e sento le sue ginocchia vacillare per un istante, come travolte da una scarica di piacere inaspettato. Geme più silenziosamente che può, ma non riesce a trattenersi del tutto mentre premo sul suo clitoride impertinente. E ancora sento quel sospiro di dispiacere quando tolgo la mano. Mi fa sorridere. Riporto la mano alla sua bocca.

 

  • Senti quanto sei bagnata? Assaggia. – Fa per succhiare ancora le dita ma le tolgo un attimo prima. – Solo la lingua, stavolta.

 

Lecca le mie dita, una a una. Le porgo il palmo e lecca anche quello, giù fino al polso. Poi le faccio succhiare il pollice, come una bambina piccola, e di nuovo due dita. Lavora con ancora più passione di prima, mentre i suoi occhi cercano i miei come a implorare qualcosa di più. Apprezzo la sua pazienza, una persona più debole ora cercherebbe di sbottonarmi i pantaloni o peggio si starebbe masturbando da sola. È più forte e capace di quanto pensassi.

 

  • Ora ascoltami bene. Tirerò fuori il mio cazzo, perché si sente piuttosto scomodo qui dentro. Non è enorme, ma è piuttosto bello. Proverai il desiderio di sentirlo dentro di te, ma non ti accontenterò. Non oggi. Va bene? – Mi fa cenno di sì con la testa senza smettere di succhiare. Che brava cagnetta. – In compenso userò le mie dita per farti godere, ma ti proibisco di avere l’orgasmo finché non avrai il mio permesso, è chiaro? – Ancora un cenno di sì. – Ok.

 

Mi sbottono con la sinistra e lo tiro fuori. Comincio a masturbarlo lentamente e con la destra torno dentro le sue mutandine. Lo spazio non è molto, se fosse completamente nuda riuscirei a procurarle molto più piacere, ma la piccola scomodità fa parte del gioco. Riesco comunque ad arrivare dentro di lei, dentro il suo sesso che ormai è un lago. Spingo due dita più dentro che posso e le muovo, lei ansima.

 

  • Oh, sì…

 

Chiude gli occhi abbandonandosi al piacere solo per un istante, poi li riapre come in una improvvisa consapevolezza delle regole del gioco. Guarda i miei occhi, poi la mia mano che stringe il cazzo, poi in basso. Con i pollici torna a farmi più spazio allargando le mutandine, e io ne approfitto per toccarla meglio. Lei apprezza.

 

  • Oh sì… fammi godere…
  • Non ancora.
  • Ti prego… – Vorrei che il gioco continuasse ancora a lungo, ma non ho più molto tempo e ho già in mente un’altra cosa.
  • E va bene. Adesso conterò a ritroso da dieci a zero. Quando pronuncerò la parola zero sarai libera di provare l’orgasmo più puro e liberatorio della tua vita. Non un istante prima. Va bene?
  • Sì… sì…
  • ..

 

Spingo le dita più in profondità.

 

  • .. otto…
  • Sì… di più…
  • .. Sei…

 

Le mie dita si muovono freneticamente. Lei cerca di trattenersi, ma sento che è sempre più difficile. Chissà se ce la farà.

 

  • .. quattro… Tre…

 

Rallento sadicamente il conto alla rovescia.

 

  • .. Uno e mezzo…
  • Ti prego…
  • Uno e un quarto… uno…

 

Quando dico “zero” sento il suo sesso contrarsi attorno alle mie dita. Geme senza pudore, l’orgasmo è davvero liberatorio e lunghissimo, pare non finire mai. Sfilo la mano lentamente, la riporto alla sua bocca e lei la pulisce voluttuosamente. Ho trovato proprio un animaletto interessante.

 

  • Ora voglio che tu ti inginocchi e che guardi da vicino com’è l’orgasmo di un vero uomo.
  • Ma io…
  • Niente ma. In ginocchio.

 

Obbedisce ancora, malgrado la resistenza iniziale. Mi masturbo velocemente mentre lei aspetta paziente e in silenzio. Il mio respiro si fa sempre più rapido mentre l’orgasmo si avvicina.

 

  • .. sbrigati… – Mi dice.
  • Un attimo! Ci sono quasi… eccolo… prendilo! Prendilo! Sì!

 

Quattro lunghi fiotti di sperma vanno a decorare il suo bel visino, finendo sulle labbra, sul naso, sugli occhiali. Qualche goccia finisce persino sui capelli. Con le mani impedisce che qualcosa le coli sulla maglietta, sporcandola.

 

  • .. – Esclamo ricomponendomi. Sono sudato e il cuore mi batte a mille.
  • .. – Dice invece lei ripulendosi alla meglio con un fazzoletto di carta pescato dentro la borsa. Non si è accorta dello sperma sui capelli, così glielo indico ridendo.
  • Sei stata molto brava. – Frugo in tasca alla ricerca del portafogli. – Avevamo detto trecento, vero?
  • Sì, ma lo schizzo in faccia sarebbe un extra, non era previsto. Con quello sarebbero trecentocinquanta.
  • Non ti preoccupare, cosa credi che non abbia i soldi? Prendine quattrocento, tieni. Te li meriti. – Glieli allungo mentre lei finisce di ripulirsi gli occhiali. Li prende, li mette in un borsellino colorato e si alza in piedi.
  • Senti io ora dovrei tornare a casa a fare una doccia, non mi pare il caso di andare a lezione così. Mi farebbe piacere se tu mi richiamassi, il mio numero ce l’hai. Spero di essere stata brava…
  • Sei stata molto brava. La migliore finora, devo dire. A te è piaciuto?
  • Sì, sei una persona… interessante. Sono stata bene. Se vuoi fare anche altri giochi proponimeli pure, per il giusto prezzo posso fare anche di più.
  • Lo so. – Le sorrido. – Non importa, va benissimo così.

 

Mi bacia frettolosamente sulla guancia prima di allontanarsi. Io resto qualche secondo lì, guardandola camminare. Si volta, sorride, allunga il passo. Anche oggi ho insegnato qualcosa a una ragazza giovane e bisognosa di una guida. Sono davvero soddisfatto di me stesso.
 

Michele Borgogni

 


 


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