I sette vizi capitali: Gola

GOLA

 

L’imbrunire si prese il dominio del cielo, un velo viola scuro che sanguinava sopra il mondo. L’oscurità fu dissipata solo dal chiarore della luna che sbirciava da dietro le nuvole di aria inquinata. La notte stava prendendo il sopravvento. Era l’ora della sua specie.

 

Fame… La voce sussurrava nell’adrenalinica mente del cacciatore mentre allargava le sue ali scure. Il crepuscolo si era insinuato nel bosco con un gelido tocco, l’accenno di un lungo, noioso inverno che stava arrivando. Come gli altri della sua specie, il cacciatore non riusciva a vedere molto bene, ma nonostante ciò, poteva sentire nella sua pelliccia il vento tagliente tipico dell’autunno inoltrato e udire i mormorii delle foglie che sventolavano ormai appassite sulle vecchie querce. Questa cosa non gli piaceva. L’inverno significava che la maggior parte degli insetti sarebbe morta e lui avrebbe fatto fatica a nutrirsi, aggiungendo sale alla sua ferita. In quel momento, stava “navigando” abilmente nel bosco, sperando di incontrare una falena o una vespa, qualcosa che avrebbe potuto prendere con un morso. Fame…

 

Il pensiero di nutrirsi di insetti riempiva il cacciatore di disprezzo. Lui era diverso dalla maggior parte dei suoi simili. Certo si nutriva di insetti, frutti, ma il banchetto che più amava era il liquido rosso che pompava dalle vene di altre creature. Il cacciatore aveva soltanto due anni quando aveva avuto il suo primo assaggio di “nettare rosso”. A quei tempi, c’era un granaio non lontano dalla caverna in cui viveva. Ricordava ancora quella notte buia, quando si agitava nervosamente su una vacca. Tra il russare dei ruminanti, affondò le sue zanne nella carne e si attaccò a una vena. Nell’istante successivo che iniziò a succhiare, sentì il nettare rosso nuotare tra i denti, riempiendogli la bocca. Il suo stesso sangue gli schizzò al cervello inebriandolo. Era una squisitezza così deliziosa che da allora aveva disprezzato il nutrirsi di insetti e i frutti.

 

Hai fame, troppa fame… Gli ricordò la debole voce. L’inverno sta arrivando, e non c’era rimasto molto cibo… Il cacciatore non ne fu contento, purtroppo doveva abbassarsi a banchettare con gli insetti tamponando momentaneamente l’urgenza. Purtroppo anche il bosco era diventato più piccolo e meno fornito. I giorni in cui si trovavano i grandi mammiferi allo stato selvaggio erano lontani. Le prime avvisaglie dell’inverno si fecero sentire di nuovo, mandando al cacciatore dei brividi che trapassavano anche la sua pelliccia nera, ricordandogli la sua sottomissione alla fame. Aveva cercato per ore nel bosco e il suo ventre rimaneva vuoto. Ora, non hai scelta… Hai bisogno di una falena o una mosca. Anche qualcosa di piccolo farà al caso tuo…

 

Il cacciatore amava e temeva la fame allo stesso tempo. Era il preludio di una festa, ma ora incombeva, minacciando di ucciderlo. Non amava la morte: aveva visto cosa accadeva ai morti della sua specie. Nella grotta dove riposavano, mentre erano appesi a testa in giù, i morenti e gli ammalati sarebbero caduti dal soffitto, giù sulla terra grigia dove i vermi e coleotteri sarebbero venuti a mangiare la loro carne. Il terrore strisciante di vedere i suoi parenti divorati dallo sciame lo fece trasalire. A quel punto la voce dentro di lui stava pregando. Solo una mosca ti placherà… Una mosca ti aiuterà…

 

Fame… il cacciatore sobbalzava dagli spasmi perdendo anche la concentrazione nel volo, il pensiero della fame aveva preso il sopravvento. Una falena… una vespa… qualsiasi cosa ti aiuterà… Passò rasente gli alberi, in mezzo alle foglie, desiderando di vedere una mosca o due, il suo cuore ticchettava mentre il suo stomaco ringhiava più forte. Ma era da solo con la voce dell’inverno.

Volando lungo i sentieri tra le querce e tigli, finalmente il cacciatore giunse ai margini del bosco, verso il luogo che lo fece irrigidire con rancore: un villaggio, un enigmatico scompartimento di case di legno allineate l’una contro l’altra. Si era sempre tenuto distante da quella cosa. C’erano le bestie bizzarre, roboanti, che correvano sulle strade grigie, al loro interno portavano gli umani. Quel gruppo di case stato eretto solo pochi cicli lunari prima, quando orde di umani arrivarono con i loro strumenti ruggenti e abbatterono metà del bosco. Maledetti. La vista degli umani fece tremare il cacciatore e il veleno della rabbia riempì i suoi occhi mentre li fissava. Li odiava e temeva anche loro. Gli umani erano molto più forti. Non poteva affrontare la loro ira. Poi però lo stomaco del Cacciatore ringhiò di nuovo. Il suo cuore quasi si fermò mentre pensava di introdursi nelle case degli uomini. Soppesò la sua paura e per un po’ pensò di tornare nel bosco. Eppure, quando quel pensiero lo stava portando via, un altro fece il contrario.

Non troverai nulla nel bosco… Lo sapeva, in fondo. I rumori nella sua pancia avvicinavano sempre di più l’ombra della morte. Il cacciatore dimenticò la sua paura. Sbatté le ali deciso e si lanciò verso il villaggio, pronto ad affrontare gli umani per la prima volta nella sua vita.

Il cacciatore si fece strada lentamente, con cautela, fermandosi e librandosi sopra la città. L’aria era piena di strani odori che non aveva mai conosciuto, una dolcezza che non aveva mai percepito negli insetti e nei frutti. Non poteva atterrare, sentiva i gatti e i cani randagi che girovagavano intorno, tuttavia i profumi gli facevano riempire la bocca di saliva. Devono esserci grandi feste laggiù… Meditò. Questo profumo di nettare…

La gioia che lo invase riuscì a placare la sua urgenza. Scivolò nell’aria inseguendo quella sensazione inebriante. Ci deve essere una grande festa là davanti … Il profumo dorato giungeva tremante nell’aria e gli faceva strada.

 

Era l’odore più dolce che avesse mai percepito. Rabbrividì in preda all’ansia e si affannava inseguendo la fonte di quel gusto che riusciva a percepire. Si sentiva molto agitato, il suo cuore batteva davvero forte. Cibo… Cibo… I suoi respiri erano accelerati. Il profumo dorato cantò per lui, facendo cenno al cacciatore, invitandolo ad avvicinarsi. Da quando il bosco era stato abbattuto e il fienile era stato sostituito da una città, non c’era mai stato un odore così dolce, nemmeno il profumo del nettare rosso di cervo.

 

Rimase lì sopra, quasi non osando respirare, mentre la luna splendeva pigramente sopra il cielo nero. Alla fine, con i muscoli che si contorcevano e il suo stomaco che urlava per la fame, volò dritto verso la fonte del profumo.

Stava diventando più luminoso. Le nuvole si diradarono, lasciando il posto al chiaro di luna. Riusciva a vedere meglio. Il profumo sembrava arrivare da una casa in particolare. Era fatta di legno. Era proprio come qualsiasi altra casa che stava intorno ma c’era una finestra aperta al secondo piano. Una tenda svolazzava nel vento gelido come se stesse salutando il cacciatore. Deglutì, non una ma due volte. Il profumo veniva proprio dall’interno. Si bloccò per un attimo temendo un confronto con gli umani. Scivolò verso la finestra, sbirciando dentro, per vedere da chi proveniva il profumo dorato. Era un giovane umana. Capelli ramati e pelle pallida. Stava dormendo con un’espressione così serena che fece tremare il cacciatore. Tuttavia si sforzò di allontanare il disagio. Poteva fare suo quel profumo dorato. Veniva dalle vene della giovane donna, il nettare rosso scorreva dentro di lei come fiumi rossi. Ormai aveva le narici inondate da quell’inebriante aroma. Sebbene fosse irrigidito dall’agitazione e temesse quanto poteva rischiare nel varcare quella finestra, la fame lo aveva reclamato, l’eccitazione stessa gli si riversò nel petto mentre pensava di bere da quella creatura.

È un umano! Una parte di lui gli urlò dentro. Fuggi! È un umano! Eppure, il cacciatore si ritrovò dentro la stanza. Stava strisciando verso la giovane donna. Il profumo dorato ruggì, adombrando le urla dentro di lui. Era più dolce del nettare rosso di un cervo, e l’ingordigia, la voglia, la gola, lo avevano preso. Vieni da me… il profumo dorato sembrava sussurrare. Vieni e assaggiami…

Il cacciatore era vicino. Poteva sentire la giovane respirare piano, il petto si muoveva su e giù, gli occhi erano chiusi in un sonno profondo. Il Cacciatore poteva vedere chiaramente il collo e sotto la pelle liscia e morbida, le vene. Vieni da me… sono qua che ti aspetto. Ce n’è finché vuoi. Non trattenerti. Basta mosche, vespe o topi. Era la vena stessa a parlargli. Il banchetto era tutto per lui, non lo avrebbe diviso con nessuno. Si sarebbe saziato. No, molto di più, avrebbe bevuto fino a non poterne più. La voglia era incredibile, l’eccitazione lo faceva pensare come non aveva mai fatto. Com’è bella la vena, la vedo, gonfia. Tutta per me. Solo per me.

Arrivò vicinissimo, sentiva il nettare rosso pompare come un torrente in piena. Era quasi disturbato dal rumore che produceva. Ma che profumo!

La giovane si mosse. Il cacciatore si bloccò in un spasmo di paura. Gli umani sono pericolosi! La voce echeggiò all’interno del cacciatore. Gli umani sono pericolosi! Ti uccideranno!

 

Eppure all’improvviso il Cacciatore scoprì che si stava sporgendo in avanti. Si insinuò tra le pieghe delle coperte. Aveva deciso. Il suo petto urlava per l’eccitazione. Niente e nessuno lo avrebbe fermato. Affondò le sue zanne nel collo. L’istante successivo fu l’estasi. Il nettare rosso arrivò di corsa in bocca. Ballò tra i denti, scendendo lungo la gola scaldandogli lo stomaco. Una sensazione mai provata prima. Ecco cosa ho sempre voluto… Ecco cosa vorrò per sempre…

Un urlo mandò in frantumi il silenzio e l’estasi. La giovane donna si svegliò di soprassalto. Si sollevò e batté le mani contro il cacciatore. Lanciò uno strillo fortissimo, un suono che penetrò dolorosamente attraverso le orecchie affilate. Le mani si serrarono con forza sul corpo peloso cercando di strapparlo da quel morso furibondo. Il Cacciatore resisteva, sebbene sentisse le unghie della giovane che lo graffiavano, che lo tiravano. Si sentiva strappare. Lui beveva. Il fiume rosso era troppo buono. Non poteva lasciar andare. Le sue zanne rimasero fisse sulla pelle liscia, la sua mente era un tutt’uno con l’estasi del gusto.

“Cosa sta succedendo, tesoro? Hai fatto un brutto sogno?” disse una voce umana, e poi urlò. Un essere umano adulto era entrato nella stanza. Gridò nell’istante in cui vide cosa si trovava sulla gola della giovane. Il nuovo entrato si scagliò in avanti e afferrò il Cacciatore con la sua grossa mano callosa, le dita si stringevano attorno a quel corpo peloso, rompendo una costola e schiacciando le sue interiora. Il Cacciatore emise un grugnito di dolore così forte che dovette mollare la presa. Che spreco il sangue che usciva dalla vena… Che spreco il sangue che fu costretto a sputare per respirare. Dopo di che, l’essere umano adulto allontanò il cacciatore dalla giovane lanciandolo contro il muro della stanza. Il muro fu decisamente incompatibile con la resistenza delle sue ossa. Dopo il tonfo sordo scivolò sul pavimento sanguinando dolorante. Sentiva il suo corpo ormai fatto a pezzettini.
“Stai bene, tesoro?” Chiese disperatamente l’umano adulto. La giovane rispose solo con dei singhiozzi. Il cacciatore cercò di tirarsi su, ma le sue costole stridettero. Agonizzava.  Tuttavia non poté fare a meno di pensare all’estasi appena provata. Ansimava, i suoi polmoni lottavano per cercare l’aria mentre il suo corpo pulsava di dolore. Eppure, praticamente non sentiva nulla: l’unica cosa che continuava a percepire era il gusto del nettare rosso che gli era restato in bocca. Ho ancora sete. Pensò. Ne voglio di più. Lo voglio tutto. Era il suo unico desiderio. Non ne avrebbe mai avuto abbastanza. Fissò la giovane donna singhiozzante desiderando un altro assaggio del suo nettare rosso. Nettare rosso… Rosso… Profumo… Ne voglio di più… Lo voglio tutto… Voglio… Ci fu un altro grido dalla giovane.

“Si muove ancora!” urlò.

Quando i piedi dell’uomo adulto scesero per calpestare il  cranio peloso, la percezione del cacciatore lentamente si spense, il profumo svanì per primo, seguito dall’ormai debole sapore del nettare rimastogli sulla lingua rasposa. Ne voglio di più… Lo… voglio… vogl… io…

E furono le ultime briciole di pensiero del cacciatore, nell’istante in cui il suo cervello produsse sul pavimento in legno di abete gli inesorabili schizzi di sangue misti a materia grigia. L’oscurità se  ne impadronì per sempre. Un velo viola colò sul suo mondo.
 

Luca Pennati

 


 


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