Una vacanza allucinante – capitolo 08

UNA VACANZA ALLUCINANTE

CAPITOLO OTTAVO

di Nicola Furia

 

«Professore, questa volta è inutile che mi dia spiegazioni, l’ho capito da solo, sa? È palese che sto ancora sognando, questo risveglio è solo l’ennesima illusione».

Zanardi, avvolto nel suo candido camice, si liscia i lunghi capelli bianchi e, dopo aver giocherellato qualche secondo con una lunga matita, la poggia nel portaoggetti in pelle della sua scrivania e mi fissa sfoderando l’immancabile sorrisetto compiaciuto.

«No, Laricchia, per quanto le possa sembrare strano, lei in questo momento non sta sognando. Ci troviamo entrambi nel mio ufficio, al terzo piano dello Psychoticvillage, e lei è uscito finalmente dal coma nel quale è rimasto sprofondato per ben due giorni».

Quanto vorrei credergli! anche perché tutto intorno a me sta urlando che è vero, che questa è la realtà, che finalmente sono uscito dall’incubo. Ma stavolta non voglio illudermi nuovamente, ne ho passate troppe per cadere nuovamente nei tranelli della mia mente. Eppure la realtà che mi circonda, l’atmosfera che respiro, i suoni e gli odori percepiti non sono mai stati così concreti come in questo momento. Sì, è vero, anche Godzilla e gli elfi erano tangibili, ma le sensazioni che provo ora, in questa stanza, seduto su questa sedia, sono diverse. Non saprei bene come spiegarvelo, ma il mio istinto continua a ripetermi che l’oggettiva materialità che mi avvolge è diversa da quella rilevata nei diversi scenari nei quali sono stato finora proiettato. Distinguo la presenza di malesseri tipici della vita vera: la noia, la banalità, l’inadeguatezza. Tutto è troppo piatto per non essere vero.

«Se non sto sognando, allora come si spiega questo?», dico sbattendogli quasi in faccia il tesserino di riconoscimento dell’agente segreto Paul La Roche che mi sono ritrovato tra le mani all’atto del mio presunto risveglio.

«Non sarà facile spiegarglielo, ma ci proverò», risponde il professore alzandosi dalla poltroncina girevole e facendomi segno di seguirlo.

M’incammino con lui in un corridoio del reparto amministrativo continuando a guardarmi attorno, sospettoso. Noto un frenetico andirivieni di medici e infermieri, tutti silenziosamente concentrati nelle loro attività. Nell’oltrepassare la sala d’attesa, getto un fugace sguardo all’interno come a cercare la presenza dei familiari prostrati dalla notizia della mia dipartita. Ovviamente non ci sono… sulle poltrone bianche c’è solo un aspirante psiconauta in fremente attesa del suo viaggio. Vorrei urlargli di scappare finché è in tempo, di non cercare sogni ingannevoli e apprezzare il nulla che la vita gli offre, sarà tedioso ma sicuramente meno pericoloso.

«Eccoci arrivati», annuncia Zanardi giunto dinanzi a un’anonima porta metallica. Dopo aver armeggiato con un mazzo di chiavi di diverse dimensioni, gira la maniglia invitandomi ad accedere all’interno.

Mi ritrovo così in un’ampia sala vuota nelle cui pareti spiccano numerose mensole in vetro. Su ogni ripiano c’è un oggetto diverso, ognuno accuratamente riposto in piccole teche trasparenti con un cartellino identificativo. Si tratta di materiali di piccole dimensioni: un bicchiere, un libro, un orologio da tasca, un piccolo revolver…

Zanardi mi poggia una mano sulla spalla interrompendo l’inventario. «Vede? Anche il suo tesserino finirà in questa stanza, insieme agli altri oggetti».

Lo guardo perplesso cercando di capire. «Mi sta dicendo che non sono l’unico a essersi svegliato con in mano un oggetto proveniente dal sogno?».

«Bravo Laricchia!», esclama Zanardi battendo le mani. «Lei ha capito perfettamente! L’esperienza che ha vissuto si chiama “materializzazione”… è rarissimo che accada, ma, come può vedere, lei non è l’unico a cui sia capitato».

«Ma… materializzazione?», balbetto stupito.

«Sì! Proprio così! Forse ne avrà sentito parlare, si narra che tale evento si sia verificato in qualche seduta spiritica, anche se spesso la leggenda si mischia con la realtà. Ma le assicuro che è un fenomeno straordinario ma oramai comprovato. D’altronde lei ne ha la prova stretta tra le mani».

«Ma io non stavo facendo alcuna seduta spiritica…».

«È vero, ma durante il coma il suo cervello ha oltrepassato i limiti imposti dal subconscio, la diga inibitoria è crollata al pari di quello che a volte accade a qualche cosiddetto “medium” durante un rito spiritico. Glielo dissi nel sogno, poche ore fa, quando ancora lei credeva di essere La Roche: il nostro cervello ha delle potenzialità incredibili, oserei dire sconfinate».

«E… e quindi, secondo lei, noi avremmo la capacità di materializzare oggetti, di crearli dal nulla. Ma questo è assurdo!».

«”Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia”».

Dio, quanto odio la saccenteria di quest’uomo!

«Lo Spazio-Tempo così come lo conosciamo è “lineare”, ossia si sussegue seguendo un percorso rettilineo perfettamente prevedibile. Al giorno si sussegue la notte, al prima il dopo, al passato il presente, e la percezione ci pare l’unica vera realtà», inizia a spiegare Zanardi come se pontificasse da una cattedra. «Invece non è così! Il tempo lineare non esiste! Provi a immaginare che nel nostro cervello ci sia… un“buco nero” in cui passato e futuro non si legano più attraverso il presente. Un enorme divoratore di Luce/Materia. Se questo buco nero si attiva, come si è attivato nel suo cervello nel corso di questa intensa esperienza psicotica, allora può capitare che il “tempo lineare” subisca una… frattura, qualcosa che faccia collassare la realtà, quella stessa realtà che l’essere umano considera assoluta e perenne. Mi comprende?».

Anche se in verità non sto capendo nulla, scuoto la testa in segno affermativo. Non m’interessano i “pipponi” scientifici, mi serve solo qualcosa a cui aggrapparmi per convincermi che sia normale svegliarsi da un sogno con un tesserino da 007 tra le mani. Sì, lo so, è da vigliacchi comportarsi così, ma ho bisogno di crederci per fermare questa giostra impazzita.

«Nel “presente” può scomparire qualunque cosa e poi ricomparire», prosegue imperterrito Zanardi. «Cosa permette tutto questo? Chi ferma il tempo? Chi decide cosa far fagocitare al Buco Nero e cosa no? Lei non ci crederà, ma siamo noi stessi a decidere cosa materializzare e smaterializzare. Noi abbiamo questo potere sul Tempo e, conseguentemente, sulla Materia».

«Ma questa è magia, non scienza».

«Non è Magia! è un dono che gli esseri umani hanno volontariamente sotterrato. Tutto ciò che percepiamo è relativo. La realtà materiale è una forma di sperimentazione e si potrebbe sperimentare in modalità infinite. Non esiste alcun limite, pensi se…».

Non ce la faccio più, se non lo fermo potrebbe proseguire all’infinito… e oltre. «Va bene, professore, è inutile che continui, sono appena uscito dall’inferno, sono morto e risorto, sono stato avvelenato, infilzato e aggredito da una vagina aliena, cosa vuole che sia vedere oggetti materializzarsi dal nulla? Non mi sorprendo più di niente e la consapevolezza di essere finalmente sveglio è una sensazione che trasuda da tutti i pori del mio corpo. Ora vorrei capire cosa mi è accaduto e chi è il responsabile».

«Lei ha perfettamente ragione», dice Zanardi chiudendo la stanza dei misteri per poi incamminarsi verso il suo ufficio. «Come le dissi, il responsabile è l’ipnologo, ma si è reso irreperibile».

Non riesco minimamente ad immaginare per quale diavolo di motivo questo fantomatico ipnologo si sia accanito su di me. «Ma conoscete sicuramente il suo nome, dovete denunciarlo alla polizia!».

«Lo faremo di certo», dice Zanardi riaccomodandosi dietro la scrivania.  «Però prima vorrei capire da lei per quale motivo possa aver commesso un’azione del genere».

Anche io mi siedo sprofondando nella poltroncina. Sono esausto. «E come potrei aiutarla? Neanche me lo ricordo, anzi, in verità non sapevo neppure di essere stato ipnotizzato».

«Ovvio, lei era già in stato di dormiveglia durante l’ipnosi. Però potrebbe sapere perché lo ha fatto, questo ci aiuterebbe nelle indagini».

«Ma chi vuole che si interessi a me? Non ho nemici… e neanche amici in verità».

Il sorrisetto “made-in-Zanardi” preannuncia una nuova rivelazione. «Il suo cervello sicuramente lo sa e ora insieme cercheremo di scoprirlo».

«Cosa intende dire?».

«Durante i suoi diversi sogni, l’inconscio le ha mandato certamente dei messaggi e lì c’è la risposta che cerchiamo. A parte i personaggi fantasiosi, lei avrà incontrato delle persone che esistono, o sono esistite, nella vita reale. Ebbene, quelle persone avevano proprio lo scopo di aiutarla, svolgevano una funzione terapeutica. Alcuni probabilmente dovevano risvegliare in lei ricordi sopiti o traumi rimossi, ma altri erano dei veri e proprio segnali di pericolo, allarmi di rischi imminenti».

L’odore di biscotti appena sfornati aleggia per un istante nelle narici. «Nonna Chiara, ho sognato la mia nonna defunta. Forse serviva per ricordarmi il trauma infantile dell’abbandono di mio padre».

Zanardi esulta vistosamente. «Bravo Laricchia! Esatto! Chi altri ha incontrato nei suoi sogni?».

«Un mio amico di liceo, Alessandro De Felice…».

«Bene! E secondo lei, di quale messaggio inconscio era portatore questo De Felice (il cui nome è già un presagio… nomen omen)?».

Eh già, per quale motivo mi è apparso l’unico amico che avevo al liceo? Un velo di tristezza preannuncia l’ondata di ricordi di quegli anni. Ero un ragazzino schivo, silenzioso e introverso, continuavo a colpevolizzarmi per la fuga di quel bastardo di papà. Ero convinto che qualcosa in me non andasse, mi percepivo repellente e indegno di qualunque affetto. E allora perché quella ragazzina al secondo banco mi sorrise? Giulia Imperati, primo classico B, bella e bionda come il sole, un angelo capace di squarciare il guscio nel quale avevo seppellito la mia giovane anima. Perché mi avvicinò al termine delle lezioni folgorandomi con il suo profumo? «Ciao Paolo. Te ne stai sempre solo e non parli mai. Il classico bello e tenebroso, vero?». Bello io? L’immagine che avevo diceva esattamente il contrario, però se la ragazza più carina della classe si stava interessando a me, forse non ero quell’essere immondo che pensavo. Fu come rinascere a nuova vita, una farfalla che usciva dal bozzolo e spiegava le ali esplorando dalle cime un mondo nel quale finora aveva solo strisciato. E nei suoi occhi i colori della vita, belli come mai avevo immaginato, belli come avevo sempre sperato. Passammo un intero pomeriggio al parco seduti come due innamorati su una panchina. Lei voleva sapere tutto di me, ma io non sapevo cosa dirle. Dopo la morte della nonna avevo vissuto in apnea, come potevo stupire una donna fantastica? C’era solo un modo. Ve l’ho detto, ricordate? Da bambino componevo poesie e così ne improvvisai una scrivendola con il pennarello sui legni di quella panchina.  “Ho allontanato tutti, confuso gli sguardi, mescolato i sorrisi, disperso le lacrime, nascosto nel fumo la follia. Poi sei arrivata tu nel sole del mattino, nella rugiada delle foglie, nel crepuscolo della sera, in ogni cosa che respiro”. Dio, come dovevo sembrare patetico il giorno dopo quando, entrando in classe, trovai le mie parole scritte sulla lavagna. “In quale fumo hai nascosto la tua follia, Paolo? In quello di qualche canna?”, mi sbeffeggiò uno. “Dove lo mescoli sto sorriso? Nella marmellata di cazzate?”, fece eco un altro. E lei al secondo banco che rideva come una pazza… Paolo Laricchia morì quel giorno definitivamente, disperdendo i brandelli del suo cuore nel deserto di un’esistenza disabitata. Se non fosse stato per Alessandro, non avrei più rivolto la parola a nessuno. «Dai, non era bruttissima quella specie di poesia, è lei che è sempre stata una megastronza. Lasciala perdere. Li leggi i fumetti?!».

«Laricchia! Si è perso?».

«Scusi professore, cercavo di capire perché ho sognato il mio unico amico di liceo. Penso sia servito a farmi rivivere un trauma adolescenziale che avevo rimosso».

Zanardi è compiaciuto, ma non ancora soddisfatto. «Bene, Laricchia. Questi sono personaggi che la stavano aiutando a superare le sue ansie, ma ora concentriamoci su quelli utili a capire i pericoli: smascheriamo i nemici. Chi altro ha sognato?».

Sono stanco, le palpebre crollano pesanti come macigni, il respiro si fa affannoso. «Professore, la prego, mi faccia riposare qualche minuto, sono esausto».

Zanardi scatta in piedi come una molla. «Eh no, Laricchia! Non deve riaddormentarsi! Si ricorda cosa le dissi riguardo il siero di Lazzaro?».

Cosa mi disse? Non ricordo, non riuscii a sentirlo. Fatemi chiudere gli occhi solo per un minuto, devo riprendere fiato prima di…

Cazzo! Quanto ho dormito? E dove è andato Zanardi? Perché mi ha lasciato da solo in questo ufficio?

Esco dalla stanza chiamandolo a gran voce senza riceve alcuna risposta. Il corridoio è vuoto e un silenzio opprimente fascia come una cappa l’intero edificio. Non c’è nessuno, gli uffici paiono abbandonati e ogni sala è deserta. Dalle finestre filtra una tenue luce crepuscolare, l’orologio appeso alla parete della sala d’aspetto segna le 20.00. È possibile che siano tutti tornati a casa scordandosi di me? Scendo di corsa per le scale, i miei passi rimbombano sinistramente in ogni androne. Raggiungo l’uscita che dà sul corso principale della città. Non c’è anima viva, non si muove una foglia, non si sente un rumore, è come se tutti fossero misteriosamente spariti. Mi sembra che io sia l’unico essere vivente sul pianeta terra! L’unico e raro, essere vivente.

…disperso tra le lacrime, nascosto nel fumo della follia…

 

…CONTINUA

 


EPISODI PRECEDENTI:

capitolo 01

capitolo 02

capitolo 03

capitolo 04

capitolo 05

capitolo 06

capitolo 07

 


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