Deep Black – capitolo 03

Il terzo capitolo di Deep Black, di Caterina Schiraldi, un romanzo fantasy a puntate.


 

DEEP BLACK

di Caterina Schiraldi

Capitolo III

 

Il sole picchiava alto nel terso cielo egiziano. Il sudore colava copioso sulle schiene brunite degli operatori agli scavi.

Jo e Adam, riparati all’ombra di un ombrellone, tracannavano una birra ghiacciata tentando di combattere la calura infernale che saliva dal suolo.

<<Accidenti Adam, come diamine fai a farlo per mestiere?>>, domandò al suo amico tergendosi per l’ennesima volta il sudore dalla fronte. <<Pazzo io che mi sono fatto trascinare in questa bolgia infernale>> aggiunse rivolto a sé stesso, rimproverandosi per aver accettato troppo avventatamente di raggiungere il suo amico Adam, per aiutarlo negli scavi archeologici che stava facendo in Egitto. Era stato attirato, come sempre, dalla brama di avventure e azione che lo contraddistinguevano da una vita.

L’uomo al suo fianco fece un sorriso storto, <<perché amo ciò che faccio e il caldo fa parte del pacchetto quando si lavora in certe zone>>, gli spiegò togliendosi il cappello dalla testa per sventolarsi, <<e poi quando sarò diventato ricco e famoso per aver scoperto il sacro Graal, mi doterò di un motor home con tutti gli optional ed i comfort e riuscirò a sopravvivere a questo inferno tranquillamente e tu potrai vantarti di essere mio amico>>, aggiunse tra il serio ed il faceto osservando il nuovo ragazzo che portava le bibite agli uomini impegnati negli scavi archeologici dinanzi a loro.

Jo seguì il suo sguardo e si soffermò anche lui ad osservare il ragazzo smilzo che, con una certa difficoltà, trasportava la pesante cassa di birra da distribuire agli operai a lavoro.

<<Non credi che sia un po’ troppo giovane ed esile per fare questi lavori pesanti?>> chiese ad Adam, avendone notato la corporatura esile provata dal caldo e dal peso, <<sai che potresti ricevere una multa dall’ispettorato del lavoro? E potrebbero costringerti a sospendere i lavori?>> lo ammonì, facendo emergere l’avvocato che era in lui.

<<In effetti fosse stato per me non lo avrei mai assunto, sai che non faccio mai scelte che potrebbero mettere a repentaglio gli scavi>> gli rispose con un cenno affermativo del capo, <<ma ieri mattina si è presentato questo adolescente a chiedere un lavoro e ha perorato la sua causa con così tanta passione che…>> Adam si fermò un attimo… come se non riuscisse a spiegarsi nemmeno lui come mai avesse accettato tale richiesta, per quanto accorata, soprattutto considerando che non proveniva da un ragazzo indigente ma dal nipote di un famoso armatore. O almeno, così aveva saputo.

<<E… >> lo sollecitò Jo con curiosità. Il suo amico non era mai stato un tipo da scelte affrettate, anzi da quando lo aveva conosciuto, nei primi anni dell’università, era rimasto colpito ed affascinato dalla sua lucidità ed estrema razionalità, forse perché erano doti in netto contrasto con l’impulsività e l’irrequietezza che da sempre avevano contraddistinto la propria personalità.

<<E non so che dirti … l’ho guardato un attimo negli occhi mentre insisteva per farsi assumere ed un attimo dopo… mi sono ritrovato a dargli il lavoro… >> Adam si grattò la testa stupito da sé stesso e perplesso per la propria decisione. <<In effetti non sembra proprio adatto a questo genere di vita, vero?>>, aggiunse riportando l’attenzione di Jo sull’aspetto del ragazzo.

Il giovane dal colorito brunito e dagli occhi chiari aveva una corporatura decisamente in contrasto con quella possente e abituata alla fatica degli operai che procedevano agli scavi. Era ancora un ragazzino e i suoi muscoli snelli e lunghi da adolescente che si muovevano con un’innata eleganza, da giovane di buona famiglia, cresciuto nella bambagia, erano decisamente fuori luogo in quel campo cotto dal sole e puzzolente di sudore e fatica. In quel mentre il ragazzino, forse sentendosi osservato, si voltò verso di loro e si avvicinò caracollando e trascinandosi dietro, a fatica, la cassa di birra. Jo si alzò per aiutarlo.

<<Non ce n’è bisogno, capo>> si sentì rispondere con tono orgoglioso dal giovane, che rifiutando il suo aiuto posò la cassa ai loro piedi e gli offrì altre birre fredde.

<<Da bere capo?>> si sentì domandare Jo.

Sollevò le spalle rassegnato e lanciando uno sguardo stupito verso il suo amico, che lo osservava con un sorriso ironico e un’espressione tra l’esasperato e il divertito sul volto, si accinse ad afferrare la bevanda fredda e a ringraziare il giovane.

Ma non appena il suo sguardo incrociò le iridi verdi del ragazzo la frase di ringraziamento morì sulle labbra di Jo. Un brivido gli corse lungo la schiena ghiacciandogli all’istante il sudore che lo ricopriva.

Quegli occhi e quello sguardo erano sorprendentemente familiari e inquietanti. E suscitavano in lui un miscuglio di emozioni che gli esplosero nel petto come un colpo apoplettico.

Erano gli occhi dei suoi incubi. Vividi, reali e penetranti quanto gli erano sembrati in sogno e Jo si sentì mancare il respiro.

C’era però qualcosa di diverso, di storto e di incomprensibile in quegli occhi.

Si trovavano sul volto sbagliato: su quello di un giovane uomo e non su quello della bimba dei suoi sogni.

Momentaneamente paralizzato dalla confusione, Jo era rimasto con la mano a mezz’aria e non si accorse dei richiami di Adam che aveva notato la sua strana reazione.

<<Jo! Accidenti a te, cosa ti prende?>> gli chiese per la terza volta, scuotendolo vigorosamente per una spalla per risvegliare il suo amico dal suo stato di momentanea paralisi.

Lui sbatté le palpebre, riprendendosi e tornando di colpo alla realtà.

Riscuotendosi dal suo stato di torpore, si girò verso il suo amico, <<oh nulla, scusami Adam. Mi sono ricordato all’improvviso di una cosa importante che devo controllare in ufficio ed ero sovrappensiero>> si scusò, accennando un sorriso forzato.

Adam lo guardò di traverso poco convinto della risposta, ma, prima che potesse aggiungere qualcosa, i suoi operai richiamarono la sua attenzione su qualcosa che avevano trovato scavando e si allontanò dai due per andare ad accertarsi di cosa si trattasse.

Jo tornò a guardare il ragazzino con una certa apprensione ed incontrò di nuovo i suoi straordinari occhi verdi. Doveva essersi accorto della sua strana reazione ma non sembrava sorpreso o incuriosito. Lo guardava dritto negli occhi e a Jo parve di scorgere un mezzo sorriso sulle sue labbra appena dischiuse.

Il suo istinto da avvocato percepì qualcosa di strano in quella reazione, e la curiosità lo spinse a chiedere lumi, <<come ti chiami ragazzo?>> domandò con voce arrochita.

<<Amahl signore …>> si limitò a rispondere lui, continuando a guardarlo in maniera diretta.

Quel nome colpì Jo allo stomaco come un violento pugno. Conosceva quel nome, ne era certo.

Era un qualcosa che proveniva dal suo passato. Dalla nebulosa che avvolgeva i suoi pochi ricordi infantili. Una marea di emozioni contrastanti lo avvinse.

Amhal, sì. Conosceva quel nome.

 

continua…

 


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