La puttana di ghiaccio

Era il lontano 1897. La corsa all’oro era già cominciata, ma ancora Dawson City non si era trasformata in quel formicaio di brulicante e disperata umanità che sarebbe divenuta dall’anno successivo. Un vecchio amico di famiglia era arrivato a San Francisco qualche settimana prima; lo conoscevamo tutti come un povero spiantato che avrebbe fatto qualsiasi cosa per un tozzo di pane, ma ora vestiva come un signore ed elargiva donazioni a destra e a manca.

“Ho trovato l’oro!” Mi disse. “Su, nel Klondike! Tanto oro che si può raccogliere a mani nude! Fai presto, se vuoi diventare ricco, prima che lo sappiano tutti!”

Non me lo feci ripetere due volte. D’altronde cosa lasciavo a casa? I miei genitori erano morti l’anno prima, non ero sposato e non mi sarei certo mai accontentato di un lavoro noioso da due soldi. Così, vendetti tutto quello che avevo e partii. Sbarcai a Skagway dopo un viaggio lungo e noioso, e risalii il torrente pieno di speranze. Il Klondike sarebbe stata la culla della mia fortuna, ne ero certo.
Ero pronto alla fatica, alla fame, a difendermi da lupi e predoni. Ma non ero preparato ad affrontare una cosa: il freddo di quell’inverno. Non c’era fucile che potesse tenerlo lontano, su nella misera concessione che mi ero potuto permettere una volta acquistata tutta l’attrezzatura. Bramavo il calore di un corpo umano ancor più di quelle pagliuzze dorate che mi avrebbero dovuto rendere ricco. Ogni volta che mi era possibile scendevo in paese, e spendevo tutto l’oro che avevo faticosamente trovato in whisky di quart’ordine… E per lei, Zoya.
Zoya era una puttana, ovviamente. Era venuta dalla Russia qualche mese prima, ma ancora la successione di sudici cazzi di cercatori che doveva prendere ogni sera non era riuscita a sopire la passione con cui affrontava l’amore. O forse era solo la mia impressione, visto che i miei compagni preferivano bellezze più comuni e la chiamavano la puttana di ghiaccio. Per me era una visione del paradiso: capelli biondi come il grano, pelle bianca come la luna, occhi più celesti del cielo del sud. Una sera, con il viso immerso tra le sue grandi e bianche tette, le chiesi di fuggire via con me. Saremmo andati lontano, magari in California, dove nessuno ci conosceva e nessuno l’avrebbe mai ricoperta di vergogna per il suo passato. Aveva un regolare contratto con il bordello, un contratto di quelli difficili da sciogliere senza tanto oro o tanto piombo… Ma accettò di correre il rischio e di scappare. Fuggimmo durante la notte, abbandonando tutto. Attrezzi, concessione, amici, tutta la nostra vita. Ridemmo come pazzi in quei lunghi giorni di viaggio, finché molte settimane dopo arrivammo alla meta finale: la California. “Fa davvero caldo qui”, mi disse sorridendo nel suo strano accento. “Ed è ancora notte, aspetta che sorga il sole!” Le risposi io. Facemmo l’amore per molte ore, poi mi addormentai accanto a lei. Quando mi svegliai il sole era alto, e lei non era più accanto a me. Ma il letto era bagnato. Era acqua pura, fredda come la Russia. Allora capii come mai la chiamavano la puttana di ghiaccio…
 

 

Michele Borgogni


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