Santa Clarita Diet – recensione

È il tre febbraio, sul mio telefono lampeggia una notifica di Netflix: da oggi in catalogo Santa Clarita Diet.

Mi accingo a guardarlo completamente ignorante, non avevo letto su internet di cosa trattasse, né avevo visto il trailer; vengo spinta più che altro per amore verso la protagonista: Drew Barrymore che adoro da quando ero (ed era) una bambina.

Vedendo il cast mi sono detta “ok posso vederlo anche durante la cena, sarà sicuramente una commedia”. Beh, non è andata proprio così.

 

 

Santa Clarita è il classico sobborgo americano fatto di casette tutte uguali e vicine in buona sintonia tra di loro (chi più chi meno). Il classico quartiere standardizzato e ridicolizzato più volte da Tim Burton per capirsi, Joel e Sheila, marito e moglie, anche loro standardizzati, quarterback al liceo lui, reginetta del ballo lei, insieme dai tempi del liceo, sono una coppia affiatata anche nel lavoro, sono infatti due agenti immobiliari di medio successo con una figlia adolescente.

Ma, ovviamente le cose sono destinate a cambiare.

La serie inizia presentando, più o meno approfonditamente, tutti i personaggi:

Joel Hammond, interpretato da Timothy Olyphant, marito innamorato e un po’ insicuro;

Sheila Hammond, interpretata da Drwe Barrymore, donna in carriera molto sicura di sé ma un po’ frustrata dalle incombenze della vita;

Abby Hammond, interpretata da Liv Hewson, figlia della coppia, sedicenne, che si sente schiacciata da quella vita fin troppo perfetta.

Ci sono poi i vicini di casa, un poliziotto e sua moglie con una bambina piccola con cui gli Hammond (soprattutto Joel) ha un buon rapporto, e un vicesceriffo sempre in competizione sposato con Lisa, donna al terzo matrimonio infelice e con un figlio Eric, frutto del primo matrimonio, timido, insicuro e i classici comportamenti da Nerd.

Una mattina la coppia degli Hammond sta mostrando una casa a dei possibili compratori quando Sheila si sente male vomitando l’impossibile nel mezzo del salotto si scusa e si allontana nel bagno dove, non vista ma udita da tutti, continua a vomitare ovunque, letteralmente. Qui mi sono venuti i primi dubbi che fosse una semplice commedia e devo dire che questa scena mi ha dato un po’ fastidio, forse perché stravo cucinando il minestrone.

Salutati i compratori Joel si precipita da Sheila per vedere come sta, e la trova priva di sensi, immersa nel suo vomito. Non ha battito, non respira, nonostante questo lei si risveglia. Non è viva, ma non è neanche morta, e ha continuamente fame, ma niente riesce a soddisfarla. Il suo comportamento è cambiato: è più istintiva e meno attenta.

A circa metà puntata ho dovuto smettere di guardarla perché mia figlia urlava coprendosi gli occhi e il mio compagno stava per vomitare, mi sono ripromessa di finire di vederla appena fosse stato possibile; nel fine settimana sono arrivata all’ottava puntata.

È un telefilm a base di zombie ed humor nero, in cui la normalità ed il grottesco spesso si fondono insieme per dare vita ad un tipo di commedia fatta di paradossi e splatter. I primi cinque, dieci minuti del primo episodio possono apparire lenti ma subito dopo si capisce che era solamente una preparazione ad uno schema fin troppo veloce.

In tutto sono dieci episodi di circa 30 minuti ciascuno. La brevità di ogni episodio fa sì che lo spettatore si appassioni senza annoiarsi, che riesca a seguire i dettagli della commedia senza perdere la pazienza.

Uno schema ben studiato e ben recitato che pone delle ottime basi per la prossima serie, incrociando le dita che non venga sciupata come è stato fatto per altre serie di zombie più famose, delle quali non facciamo i nomi per non urtare la suscettibilità dei fan.
 

 

Viola Della Rina

 


 

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