L’Ombra Sotto la Collina

Mentre mi appresto a scrivere queste parole, posso sentire già il suo alito freddo sul collo. Eppure, non lo temo più. L’orrore di una morte violenta sarebbe, a questo punto, una liberazione. Ora che so quali cose esistono sotto il nostro cielo, non dormo più. A malapena mangio e non riesco a trovare distrazione in alcuna delle cose che un tempo mi erano care.

Ma sto divagando.

Il mio nome è Lloyd Collins, figlio del direttore della prestigiosa Collins&Chester, la più grande banca di Londra. Così dovrebbe cominciare una testimonianza, ovvero con la presentazione di chi sta scrivendo. Vergo queste righe perché qualcuno, dopo la mia dipartita, possa fare tesoro della mia disgrazia ed evitare all’umanità di ripetere ancora quei fatali errori che, in una fredda estate di otto mesi fa, mi portarono a questo punto.

Tutto iniziò un martedì. Lo dico con certezza, perché ero al club degli scacchi, intento a studiare un manuale di strategia acquistato da poco. Quel maledetto ebreo arricchito di Cohen continuava a battermi – lui, figlio di un macellaio, che batte me, primogenito di un noto banchiere! – ed ero quindi intenzionato a scoprire qualche mossa vincente per dargli il benservito. Mentre ero impegnato nell’analisi della difesa Philidor, risalente al XVIII secolo, mi si avvicinò Benjamin Hopper.

Ora, non ho mai avuto niente in particolare da spartire con Hopper, né in bene né in male. Semplicemente, le nostre strade non si erano mai incrociate, non fosse che per i “buongiorno” e “arrivederci” di rito quando ci trovavamo a passare l’uno accanto all’altro al club. Lui era un antropologo un po’ spiantato, ma rispettabile, io un direttore di filiale figlio di un banchiere. Niente di male, in questo. Fui quindi molto stupito quando, dopo il solito “buongiorno” di rito, posò una mano sullo schienale della mia poltrona e si schiarì la voce, con l’evidente intento di avviare una conversazione con me.

Sebbene un po’ scocciato per l’interruzione – cominciava infatti a delinearsi nella mia mente una strategia per battere Cohen – chiusi il libro e feci accomodare Hopper nella poltrona di fronte alla mia. Dalla conversazione che intavolammo scoprii, con mio stupore, che l’argomento su cui il mio ospite tentava di vertere – anche se con delicatezza – era il denaro. Hopper aveva, a quanto pare, scoperto un sito molto interessante dal punto di vista scientifico. Lui, con un suo amico archeologo, aveva trovato tracce di insediamenti normanni sull’isola di Gotland, nel Mar Baltico, e da quel che avevano rinvenuto erano giunti alla conclusione che nella zona fossero presenti i resti di alcune tombe. Esse, naturalmente, rappresentavano un tesoro prezioso per la scienza ma, ahimè, l’università aveva rifiutato loro il finanziamento.

Chi non fosse addentro al mondo dei rettori universitari potrebbe pensare, naturalmente, che la ragione di un diniego sia motivata da scarsa attendibilità delle prove o affidabilità di chi le propone, ma lasciate che vi dissuada da ciò. I rettori universitari, come tutti coloro che ricoprono una posizione di potere, hanno amicizie, interessi e priorità che spesso differiscono da quelle che, ragionevolmente, dovrebbero avere. Ciò significa che, anche senza prove e per una spedizione ben più astrusa, una persona vicina a coloro che hanno il potere di distribuire denaro avrebbe probabilmente ricevuto il finanziamento. Hopper e il suo amico, invece, no.

L’idea non mi interessava particolarmente. L’affare, di per sé, era a fondo perduto. I soldi non sarebbero mai ritornati indietro – degli interessi, nemmeno a parlarne – e la banca non avrebbe ottenuto alcunché da un simile esborso. Esplicitai quindi il mio pensiero ad Hopper che, con un sorriso, mi fece notare il ritorno pubblicitario che l’istituto avrebbe avuto. Solo in caso di successo della missione, naturalmente, ma l’idea del nome della banca di famiglia sui giornali affiancata al concetto di mecenatismo fece breccia nella mia fantasia. La cifra, inoltre, era abbastanza modesta e, benché come detto non avessi particolare confidenza con l’antropologo, ero a conoscenza di un paio di sue spedizioni andate a buon fine.

Accettai quindi di finanziare lui e il suo amico e, dopo aver compilato le carte e sbrigato le formalità necessarie, ci congedammo e mi dimenticai completamente di lui.

Trascorsero due mesi, durante i quali i miei impegni mi tennero la mente sempre occupata. Alla fine del trimestre, quando le cose in banca si erano un po’ calmate, mi ritrovai nuovamente al club degli scacchi a leggere un ulteriore manuale e ciò mi fece ricordare Hopper e la sua spedizione. Era strano che, in oltre sessanta giorni, non mi avesse mandato nemmeno una lettera di aggiornamento, considerando che avevamo preso accordi ben precisi. Decisi quindi di prendere l’iniziativa e gli inviai per primo una richiesta di informazioni sullo stato degli scavi – nella mia mente, un archeologo ed un antropologo non potrebbero fare altro che scavare a casaccio alla ricerca di anfore e teschi.

Trascorse un altro mese e finalmente giunse una risposta, ma molto differente da quella che mi aspettavo. Hopper, nelle poche righe dalla calligrafia affrettata, esprimeva un entusiasmo ben superiore alle mie più rosee aspettative e concludeva il messaggio invitandomi a raggiungerlo sul luogo, magari con un fotografo ed un giornalista, in modo da immortalare l’uomo che aveva reso possibile l’incredibile scoperta proprio laddove essa era stata fatta.

Non mi ero mai spostato da Londra, tranne qualche breve vacanza nella campagna circostante la capitale, ma qualcosa dell’entusiasmo di Hopper dovette contagiarmi ed il mio lato avventuroso ne fu stuzzicato a sufficienza da farmi prendere la decisione. Io, Lloyd Collins, sarei partito alla volta di Gotland, in Svezia! Ah, caro lettore, quanto rimpiango, adesso, quella scintilla di coraggio. Sarebbe stato meglio se fossi rimasto pavido, ma ignorante di ciò che si annidava là, sotto la collina!

Fu così che mi imbarcai verso il Mar Baltico. Ricordo l’impressione che mi fece, così differente com’era dall’oceano, un mare chiuso con un colore – e perfino un odore! – differenti sia dall’Atlantico che dal Mare del Nord. Io ed i miei due compagni, inviati nientemeno che dal Guardian, dovemmo circumnavigare la Danimarca e raggiungere questa grande isola, Gotland, nel bel mezzo del Baltico. Si trattava di un luogo verdeggiante, meno freddo di quanto mi sarei aspettato, ma scarsamente popolato e composto per la maggior parte da boschi, prati e colline completamente disabitati.

Una volta raggiunta l’isola, non fu complicato trovare qualcuno disposto a condurci fino alla zona degli scavi. La presenza di Hopper aveva suscitato un discreto clamore negli abitanti del luogo, che non erano abituati al fatto che loro piccola comunità finisse per una qualsiasi ragione sotto i riflettori, specie quelli inglesi, che garantivano loro grande visibilità nel mondo civilizzato.

Trovai l’antropologo, assieme a due aiutanti, dentro uno scavo di dimensioni piuttosto modeste. Era inclinato di quarantacinque gradi rispetto al terreno e scendeva sotto al fianco di una collina. Diversi piccoli oggetti erano già stati messi da parte e gli assistenti, due ragazzi alti e biondi – evidentemente due indigeni – che parlottavano tra loro in una lingua incomprensibile, erano intenti a rimuovere con delicatezza uno strato di terriccio da quella che sembrava una lastra di pietra.

Hopper si mostrò entusiasta del mio arrivo e mi illustrò dettagliatamente i progressi fatti sino a quel momento, gesticolando in maniera decisamente poco decorosa ma significativa mentre, pezzo dopo pezzo, mi mostrava i ritrovamenti fatti.

«Dovete perdonarmi se non vi ho fatto avere mie notizie,» aggiunse ad un certo punto, «ma l’eccitazione è stata tale da farmi perdere la cognizione del tempo. Giurerei d’essere arrivato qui solo pochi giorni fa, e non addirittura quasi quattro mesi.»

A quel punto facemmo alcune fotografie insieme ed affrontammo l’intervista con l’inviato del Guardian. Poi, dato che l’ora s’era fatta tarda, ci avviammo verso il paese vicino, dove Hopper aveva preso una stanza ed io avevo provveduto a farne riservare altre due, una per me ed una per giornalista e fotografo. I due aiutanti, come mi spiegò il mio ospite, avrebbero pernottato in tenda davanti al sito, per evitare l’eventualità di ladri di antichità.

«In realtà, mio caro amico, è un’ipotesi piuttosto improbabile in questi luoghi,» mi confessò, «ma la prudenza non è mai troppa, bisogna difendere la scoperta.»

«Ed anche l’investimento» scherzai io ed Hopper rise alla battuta.

Solo in quel momento mi resi conto che l’archeologo, l’amico con cui aveva intrapreso la spedizione, non s’era visto sino a quel momento. Gli chiesi delucidazioni in merito e lui, con una spallucciata noncurante, disse che era sparito dopo il primo mese di lavoro senza lasciar traccia né un messaggio.

«Troppo faticoso, presumo. Fino a che non ho scoperto il tumulo, ho preferito risparmiare e non avevo ancora assunto i due ragazzi che avete visto. Certo, sarebbe stato gentile da parte sua lasciar perlomeno detto qualcosa, ma capisco che si vergognasse d’essere uno smidollato. Ad ogni modo, è andata così.»

«Quindi avete continuato gli scavi da solo?» chiesi incredulo.

«Per oltre un mese, sì,» sorrise lui, «quasi sino al momento in cui ho ricevuto la vostra lettera. Oh, ma ne è valsa la pena, ogni stilla di sudore, ogni escoriazione. Un ritrovamento eccellente e che, potenzialmente, potrebbe diventare straordinario.»

Gli chiesi delucidazioni su cosa intendesse, anche se sapevo che il tumulo era una specie di tomba, ed Hopper mi spiegò che effettivamente si trattava di un luogo di sepoltura.

«La cosa notevole, mio caro Collins, è che normalmente i normanni cremavano i propri morti. I più eminenti fra loro avevano la nave funeraria, ma questo tumulo… è diverso, è sbagliato, fuori contesto. Eppure, gli oggetti che abbiamo trovato sinora sono assolutamente di origine normanna, non vi è dubbio alcuno. E quella lastra di pietra che i miei aiutanti stavano riportando alla luce non è altro che la porta del tumulo stesso. Domani lo apriremo e, forse, scopriremo qualcosa di assolutamente inedito!»

Ciò detto, dopo aver cenato, ci coricammo.

Il mattino dopo tornammo al sito, dove avremmo dovuto trovare i due assistenti intenti a scavare o, perlomeno, ad apprestarsi a farlo. Invece non c’era anima viva. La tenda in cui i due ragazzi avevano pernottato era ancora lì, aperta, ma di loro non c’era traccia. Invano li chiamammo e cercammo nelle vicinanze. Eppure tutte le loro cose erano ancora lì e nemmeno tra i reperti mancava alcunché. Il fatto era inspiegabile, ma decidemmo di rimandare la faccenda di qualche ora, che Hopper fremeva dall’impazienza.

Scendemmo quindi nello scavo e rimasi ad osservare l’antropologo mentre dimostrava un vero spirito archeologico, che nulla aveva a che fare con la sua qualifica. Sapevo, perché me l’aveva rivelato la sera prima a cena, che aveva sempre sognato di studiare archeologia, ma che il padre non aveva voluto sentire ragioni. Era strano, secondo me, che un uomo potesse permettere al figlio di studiare differenze e somiglianze culturali tra gruppi di esseri umani, ma non le civiltà di passato. Qual era la discriminante che, secondo lui, rendeva una disciplina degna e l’altra no?

Scacciai dalla mente quelle futili domande ed attesi che Hopper, armato di una barra di metallo, avesse la meglio sulla lastra di pietra. Facendo leva in diversi punti e sforzandosi non poco, alla fine riuscì a scostarla quel tanto da far passare una mano, un risultato sufficiente a garantirgli di sbirciare all’interno con una torcia elettrica, invenzione piuttosto recente ed estremamente pratica. Ovviamente, il brevetto era frutto di un inglese; non avrebbe potuto essere altrimenti.

«Ah, sì, sì…» bofonchiò Hopper dandomi le spalle, «proprio come pensavo.»

«Vedete qualcosa di interessante?»

«Interessante? Di più, signor Collins: io qui vedo una svolta per i libri di storia.»

L’antropologo si fece da parte per mostrarmi una stanza completamente vuota dalle pareti di roccia, evidentemente ricavata da una piccola caverna e poi sigillata, dove una grande bara scura giaceva stretta in pesanti catene. Ne era completamente avvolta, come se i superstiziosi che l’avevano seppellita avessero temuto che il morto si fosse potuto rialzare, e sopra al coperchio vi era una frase in un linguaggio a me sconosciuto.

«Di che si tratta?»

«È latino. Latino ecclesiastico. Una forma piuttosto inquinata, a dir la verità.»

«Siete in grado di tradurlo?»

«Come? Oh, ma certamente! Niente di particolarmente complesso, sono solo poche parole. Dice, all’incirca: qua riposa il demonio del Nord con la sua spada. Il fuoco nel primo e l’anima nella seconda.»

«Il fuoco nel primo e l’anima nella seconda? Cosa vorrà dire?»

«Non ne ho idea, mio caro amico, ma è quel che mi propongo di scoprire. Ci potete scommettere!»

Nonostante i due aiutanti ancora non si fossero fatti vivi, Hopper prese l’iniziativa e forzò il coperchio della massiccia bara di pietra. Quindi col mio aiuto – non sarebbe stato possibile spostarlo da solo – riuscimmo a smuoverlo fino a che il suo stesso peso lo sbilanciò da un lato e lo fece rovinare rumorosamente a terra.

«Perdio!» esclamai, incapace di trattenermi.

Un corpo, dalla pelle rinsecchita e rigida ma incredibilmente ben conservato, era adagiato nella bara. Era vestito con una sorta di armatura completa di un elmo che ne proteggeva anche la parte superiore del volto e tra le mani stringeva una spada dalla lama consunta e dal filo estremamente irregolare. Una folta barba grigia e lunghi capelli del medesimo colore incorniciavano tratti duri ed una bocca dalla piega crudele, con labbra pallide come la morte.

«Che stato di conservazione incredibile!» esclamò Hopper in preda all’eccitazione, «Ah, quando Smithson lo saprà, si mangerà le mani!» continuò, riferendosi all’amico archeologo defilatosi da tempo.

«Guardate, signor Collins, guardate la spada! Si tratta di una spada Ulfberht! Era riservata ai capi o ai grandi guerrieri e pare fosse in grado di trapassare ogni armatura! Oh, che scoperta eccezionale! Dobbiamo assolutamente richiamare i due giornalisti per buttare giù qualche riga e fare delle foto!»

Contagiato dal suo entusiasmo, mi affrettai verso il paese e tornai in breve tempo coi due uomini al seguito. Mentre il primo stendeva un articolo con l’aiuto di Hopper, il secondo fotografava tutto il possibile, non limitandosi alla bara e al suo contenuto, ma immortalando anche l’ingresso della tomba e l’interno della sala. Fu proprio lui a scoprire, in un angolo buio, tre teschi che non avevamo notato all’inizio. Una nota macabra in più in un’atmosfera già di per sé cupa che, però, non riuscì a distoglierci dai festeggiamenti.

Quella notte, scomparve il signor Grueber. Trovammo nella sua stanza gli appunti che aveva preso durante la giornata e una bozza di articolo, che avrebbe dovuto spedire al Guardian a giorno fatto, ma si era limitato a scrivere solo poche righe. Una frase si interrompeva a metà senza alcun apparente senso e di lui non c’era traccia. La sedia era rovesciata, unica traccia del suo passaggio, o si sarebbe potuto pensare che fosse semplicemente evaporato. La cosa strana era che condivideva la camera con Banks, il fotografo, che non si era accorto di alcunché. Aveva dormito saporitamente tutta la notte e aveva scoperto la sparizione una volta sceso a colazione. Se ne evinceva che, per qualche ragione, il signor Grueber se ne dovesse essere andato alla chetichella durante la notte, ma nessuno di noi sapeva spiegarsene la ragione.

Quando giungemmo al sito, pensando infine che fosse tornato allo scavo per prendere alcuni appunti aggiuntivi, non lo trovammo neppure lì. A quel punto, esasperati dalle continue sparizioni, ci recammo presso le autorità più vicine – a due ore dal villaggio dove dormivamo – in modo da segnalare la stranezza del fatto. Non avevamo trovato sangue, segni di colluttazione, lettere di spiegazione o altro ed era assolutamente impossibile che ben quattro differenti persone, tutte interessate o coinvolte in quel lavoro, avessero spontaneamente deciso di allontanarsi, non viste e senza una parola, a quel modo.

Fatto ciò tornammo alla tomba, dove il fotografo fece ancora alcuni – superflui ormai – scatti, in attesa di imbarcarsi il giorno seguente per l’Inghilterra. Mentre era impegnato in quest’operazione parlottava a voce bassa, descrivendo ciò che vedeva attorno a sé, ma io e Hopper eravamo troppo assorbiti dall’esame approfondito della salma per dargli a mente.

«…qua, probabilmente, erano appese delle decorazioni di cui rimangono solo alcuni stralci scuri…»

«Come vedete, signor Collins, era uso seppellire i guerrieri con l’usbergo, questa cotta di maglia che…»

«…la porta massiccia serviva a separare il morto dagli sciacalli, o i vivi dal…»

«…normale che assieme al corpo vi fosse tutta una serie di piccoli oggetti dal forte significato simbolico, come per esempio…»

«…misterioso, invece, il senso di questi quattro teschi ammonticchiati…»

Banks si fermò, fissando le otto orbite vuote che parevano fissarlo.

«Signor Hopper!» chiamò, preso da un brivido.

L’antropologo si voltò verso di lui.

«Sì, signor Banks?»

«Ieri i teschi presenti non erano tre?» chiese il fotografo indicandoli.

Hopper li osservò, senza spostarsi da dove si trovava. Erano impilati l’uno sopra l’altro, a malapena visibili nella penombra generata dall’unica luce che erano riusciti a sistemare davanti alla tomba e non presentavano alcun particolare d’interesse ai suoi occhi, in quel momento.

«Sinceramente non ricordo bene, signor Banks, ma ora non mi sembra particolarmente rilevante.»

Quella sera, una volta tornati dove alloggiavamo, decidemmo che sarebbe stato meglio far tenere d’occhio il fotografo. Non avevamo motivo di dubitare di lui, come d’altra parte nei confronti di chi era sparito in precedenza, ma il pensiero che potessero essersi defilati per rivendere informazioni a giornali o ad altri archeologi prima del nostro ritorno ci ronzava ormai nel cervello. Se il signor Banks avesse imitato i suoi predecessori, ci saremmo trovati con le preziosissime foto sbandierate in prima pagina in tutta Inghilterra ancor prima di riuscire a posare piede sulla terra natia.

Fu così che, per sicurezza, demmo una generosa mancia al locandiere perché tenesse d’occhio la porta della stanza dell’interessato e, eventualmente, gli impedisse di lasciarne le mura prima che noi fossimo svegli. Soddisfatti di ciò, andammo a coricarci più tranquilli, pregustando il ritorno trionfale in patria che, oramai, era imminente.

Il mattino dopo, una volta scesi per fare colazione, la prima cosa che notammo fu l’assenza del fotografo. Ci preoccupammo immediatamente dato che, nei giorni precedenti, era sempre stato il primo a scendere, dimostrandosi tra l’altro di ottimo appetito. Chiedemmo quindi a locandiere, che disse di essere rimasto davanti all’ingresso per tutta la notte e che nessuno era entrato né uscito, come testimoniavano le sue occhiaie ed il volto stropicciato. Decidemmo quindi di bussare alla porta di Banks e, non avendo ottenuto alcuna risposta, entrammo.

La stanza era vuota. Ogni cosa era apparentemente al proprio posto, ma dell’uomo non c’era traccia. La finestra era chiusa dall’interno e, soprattutto, la macchina fotografica era ancora lì, insieme a diversi rullini. Ciò faceva decadere la nostra ipotesi che i vari assistenti ed inviati si fossero defilati allo scopo di batterci sul tempo e vendere informazioni e fotografie non loro, ma allo stesso tempo ciò che stava accadendo era a dir poco incomprensibile.

Confusi, silenziosi, facemmo colazione e tornammo allo scavo, non sapendo bene che altro fare. Ma lì ci attendeva una sorpresa.

Non appena entrati nella tomba Hopper, forse per un caso, forse per una disgraziata intuizione, controllò per prima cosa il numero dei teschi impilati nell’angolo. Erano cinque. A quel punto chiunque avrebbe potuto rapidamente fare due calcoli e rendersi conto che quei macabri resti equivalevano, nel numero, esattamente all’archeologo, ai due assistenti ed ai due inviati del Guardian che mancavano all’appello.

In quel momento la bara scricchiolò e – potrei giurarlo su ciò che più mi è caro al mondo – avemmo l’impressione di udire un respiro profondo.

Terrorizzati oltre ogni misura fuggimmo il più rapidamente possibile da quel luogo, dimenticando di raccogliere alcunché e, senza nemmeno passare dalla locanda per recuperare fotografie, appunti e quant’altro ci dirigemmo verso la costa in tutta fretta, imbarcandoci per l’Inghilterra. Durante tutto il viaggio non parlammo di ciò che avevamo scoperto e, anzi, a malapena ci rivolgemmo la parola, tanto che una volta scesi a terra ci dividemmo senza nemmeno un saluto.

Non sapevamo cosa fosse accaduto, non avevamo idea nemmeno di come potesse essere accaduto, ma per quanto un osservatore esterno potrebbe ritenere troppo avventata la nostra reazione, sfido chiunque si trovi in una tomba antica, con la bara di uno strano guerriero scoperchiata e i teschi di cinque uomini – tanti quanti ne mancavano all’appello! – a fianco di essa a non spaventarsi in un simile frangente. Ma poi, perché mai dovrei giustificarmi? Io adesso so perfettamente che quelle non furono fantasie, ma la probabile reazione di un istinto atavico che, in un certo qual modo, aveva avvertito il pericolo imminente.

Io ed Hopper ci eravamo figurati, data la distanza ed il mare a separarci, di essere al sicuro da qualsiasi pericolo potesse essere emerso dalla terra, ma ci sbagliavamo, poveri idioti, quanto ci sbagliavamo!

All’inizio, furono solo sensazioni. La presenza – così la chiamerò d’ora in poi – non era sufficientemente concreta da creare in noi più che un senso di disagio. Penso fosse la distanza. Ma come ci aveva trovati? Non avevamo portato via nulla eppure, in qualche modo, ci aveva marchiati ed era divenuta in grado di scovarci ovunque. Lo so perché, mentre scrivo queste parole, mi trovo molto lontano da casa mia, in Italia, in una baita tra le montagne. Eppure, lei è qua. L’ho vista ieri, fuori dalla porta. È più solida che mai, così terrificantemente simile al normanno di cui abbiamo scoperchiato la bara che un qualche saggio antico aveva sigillato con pietra e catene. Porta la spada al fianco, quindi non è ancora giunto il mio momento. Ma manca poco, oramai.

Fu Hopper a contattarmi, un paio di settimane dopo. Mi chiese di recarmi a casa sua ed io, anche se piuttosto di malavoglia, non potei fare a meno di obbedire. In cuor mio sapevo che la cosa mi riguardava sin troppo da vicino. Quando mi fu aperta la porta, lì per lì scambiai l’antropologo per un domestico, tale era stato il suo cambiamento. I capelli, fino a pochi giorni prima neri e folti, erano ora radi e bianchi, le occhiaie profonde e scure di chi non dorme da tempo, la pelle grigia, da malato.

A quanto pareva, la presenza aveva scelto per primo lui. Mentre io ancora avvertivo occhi invisibili osservarmi, lui aveva visto lo spettro del normanno fuori dalla finestra, poi nell’ingresso di casa. Mi rivelò che, la notte precedente, era rimasto sveglio nel salotto, con tutte le luci possibili accese, perché quella cosa si trovava proprio nel corridoio per la sua camera da letto ed aveva avuto terrore di passarle troppo vicino. Non l’aveva mai vista muoversi né aveva spostato, urtato o rotto alcun oggetto. Nemmeno le tende fremevano, in sua presenza. Eppure era lì e, ne eravamo certi, aveva ucciso almeno cinque uomini direttamente dall’oltretomba.

Due giorni dopo, Hopper sparì. Nessuno lo aveva più visto né aveva trovato traccia di lui, ma io sapevo che il suo teschio, ora, era il sesto nella tomba. Toccava a me.

Fuggii. Prima in Danimarca. Poi, dal Belgio, scesi in Francia e quindi in Italia. Ogni volta che mi spostavo da un paese all’altro, guadagnavo un paio di giorni. Poi la presenza tornava a palesarsi e mi costringeva a scappare nuovamente, sempre più lontano. Ma non avrei potuto continuare così per sempre. Prima o poi i soldi sarebbero terminati o, nella migliore delle ipotesi, sarei rapidamente invecchiato a causa del terrore e della fatica e, ad un certo punto, sarei stato troppo debole per salvarmi.

Cosa fare?

Avevo sentito parlare di un mago, o presunto tale, che vive nell’Italia meridionale, più precisamente in Sicilia. Il suo nome è Aleister Crowley e, da quel che ne so, non è il solito ciarlatano da fiera. Pare abbia un’approfondita conoscenza dei demoni e speravo, quindi, che potesse aiutarmi. Ma non lo raggiungerò mai.

Mi trovo qui, sull’Appennino che scende lungo lo stivale come fosse una spina dorsale, con una gamba rotta e la neve alta fino al bacino fuori dalla porta. Sono scivolato su di una lastra di ghiaccio mentre attraversavo il valico, completamente da solo, ed è un miracolo che nelle vicinanze ci fosse questa baita in cui trovare rifugio contro le intemperie. Ma sono finito, spacciato. Non posso muovermi e lui è qui. Il guerriero maledetto, che in vita doveva essere stato talmente malvagio da spingere chi lo aveva seppellito ad incatenare il coperchio della sua bara e a scrivervi sopra una sorta di avvertimento. Posso quasi sentirne il fiato, credo sia dentro la stanza, o appena fuori dalla porta. L’ho visto da vicino, ieri. Ha gli occhi bianchi e traslucidi, come due sfere di ghiaccio, e la barba candida è chiazzata di sangue. Questo dettaglio, a Londra, non mi pareva d’averlo notato. Ma non ha alcuna importanza. Il mio tempo è finito e questa testimonianza anche. Sento il suono di una spada sguainata dall’elsa.

È qui.

 

Pietro Giovani

 


 

 

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