Il 140° giorno – recensione

Un corto tutto italiano nelle mani del nostro Michele Borgogni.


 

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Sono molto felice quando ci vengono sottoposti progetti italiani giovani, interessanti e ambiziosi come Il 140° Giorno, cortometraggio (di ben 26 minuti!) scritto, diretto ed interpretato da Andrea Abbafati (classe 1991) con l’aiuto dei ragazzi del gruppo Amentesveglia.

 

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Si tratta della classica storia zombesca ambientata in un mondo postapocalittico, che si svolge quasi per intero poco meno di 5 mesi (140 giorni appunto) dopo lo scoppio dell’epidemia di una misteriosa influenza che tramuta gli essere umani in bestie affamate di carne umana. Come da tradizione il contagio avviene tramite il morso, in questo caso ancora più rapidamente del solito, visto che bastano appena 20 secondi per diventare zombie. Zombie del genere di quelli che corrono, inesorabili e mossi da un istinto letale, anche se non esattamente intelligentissimi. La chiave delle sopravvivenza è evitare gli attacchi dei branchi di morti viventi e rimanere uniti. Per questo  un gruppo di ragazzi si incontra e si muove insieme, nei boschi della zona dei Castelli Romani…

 

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La storia è composta da cinque capitoli più un preludio, non disposti in ordine cronologico. Prima vediamo il capitolo due, con un gruppo di ragazzi in fuga, poi l’uno, con quello che potremmo definire il protagonista (lo stesso Abbafati) assediato da giorni in una casupola da un morto vivente che lui chiama Bob. Di seguito abbiamo il preludio, ambientato quando non era ancora chiaro cosa stava succedendo, prima di ricominciare dalla casupola assediata e da lì riprendere in ordine.

 

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Il progetto Il 140° Giorno si pone sicuramente almeno un paio di gradini al di sopra della media delle produzioni casalinghe del genere. E’ evidente l’attenzione per la scrittura e soprattutto sono da lodare fotografia, luci e regia, con un sapiente uso della macchina da presa che non ha niente da invidiare a produzioni ben più serie. La camera si muove bene quando deve seguire le fughe dei protagonisti ed è sempre nella posizione giusta quando la scena è statica, senza miracoli di improvvisazione ma con una preparazione che fa piacere vedere da parte di un regista all’esordio. Gli attori sono come al solito piuttosto eterogenei quanto a talento. Si nota la provenienza teatrale di molti di loro, protagonista in primis, nel modo in cui scandiscono le battute e sanno comunque tenere in mano la scena con una certa padronanza. Allo stesso modo è piuttosto evidente che alcuni di loro (anche e soprattutto quelli che interpretano gli zombie) sono all’esordio assoluto davanti ad una telecamera, e fanno quello che possono. Niente di scandaloso, comunque, si resta sempre ampiamente nei limiti del guardabile e lo sforzo di tutti va apprezzato.

 

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Dove Il 140° Giorno non mi è piaciuto affatto è nei dialoghi. Come dicevo sopra la provenienza teatrale degli attori si nota, l’attenzione per la scrittura lo stesso, ma è evidente anche una certa inesperienza. I dialoghi vengono recitati in maniera formalmente giusta, ma per la gran parte troppo scanditi e troppo perfettini, come se dovessere essere ricevuti da un pubblico presente di fronte al palcoscenico. Non suonano naturali, ecco. In fondo si tratta di un gruppo di ragazzi capitati per caso in mezzo a una apocalisse, un po’ di sguaiatezza in più avrebbe giovato. Allo stesso modo ho storto il naso di fronte allo spiegone nel dialogo tra i protagonisti a metà cortometraggio. La regola aurea della narrativa (qualsiasi tipo di narrativa) è show, don’t tell.  Il 140° Giorno parla troppo, quando non ce ne sarebbe stato bisogno.

 

Sono comunque errori di gioventù che sono sicuro il gruppo correggerà ben presto. Lo sforzo di tutti va premiato, visto che il talento e la capacità di raccontare sono comunque ben presenti nel corto di Abbafati. Lo testimonia il bel finale, assolutamente non banale. Visione consigliata.

 

 

Michele “guardo cose” Borgogni

 


 

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