Giappocalisse – capitolo 01

di Luca Pennati


 

Ho deciso, non so se farla finita! Ok non ho ancora deciso! Non è semplice.

Allora, riformulo il pensiero: forse la farò finita! Non prima di aver terminato quello che c’è nella dispensa. Tuttavia continuo a chiedermi perché dovrei aspettare. Tanto se decido per il si che me ne faccio del cibo. No, sto impazzendo! Devo uscire da qui. Questo è certo. Non sopporto più questa situazione assurda di non vita. È solo un sopravvivere tentando di scippar via un altro giorno di vita al borsellino conservato dalla signora con la falce.

Allora forse sarebbe meglio lasciarsi andare. Un bel taglio netto alle vene o un colpo secco alla giugulare e passerebbero tutti questi pensieri malsani. Qua dove sto, i coltelli abbondano, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ecco che ricomincio. L’ho detto che non ci sto più con la testa. Pensieri e contro pensieri si rincorrono nel vuoto della mia mente disperata.

Sono rintanato tutto solo nel retrobottega di un ristorante giapponese. Se penso a quanti giorni son passati non me lo ricordo neanche più. Dovrebbero essere circa due settimane ma non ne sono sicuro. C’è odore di pesce marcio. Già, perché senza l’elettricità i pesci che se ne stavano nel freezer si sono scongelati e ora puzzano da maledetto ma non è niente in confronto all’odore che arriva da fuori. Quando apro la finestra del bagno per dare una controllata, la zaffata quasi mi stordisce. Minchia che schifo. C’è odore di carne e sangue come in un mattatoio di cent’anni fa.

In compenso gli unici che resistono, nonostante l’acqua sia diventata lurida, sono i pesci che nuotano beati nell’acquario. Mi fanno compagnia.  A dir la verità, da quando è finito il mangime, qualcuno manca. Si sono mangiati a vicenda. E’ un classico: pesce grosso mangia pesce piccolo ed è così che va la vita.  Ne son rimasti un paio: un fantastico pesce scorpione e un altro pesce che però non conosco.

Mentre li osservo, continuo a ripensare al povero Maestro Miyagi, il proprietario chef. Non so come si chiamava veramente però mi ricordava tanto quell’acchiappa mosche con le bacchette che era l’istruttore di Daniel San. Quel giorno indossava la sua solita bandana col Sol Levante, aveva i caratteristici baffetti da “metti la cera, togli la cera” ed era intento, come di consueto, a preparare il sushi. Se ne stava dietro al bancone che aveva posizionato in vetrina a far divertire i clienti e i passanti con i suoi movimenti codificati come mosse di kata. Mi aveva confessato di averli imparati attraverso antichi tutorial giapponesi visibili su youtube. Purtroppo per lui, morì tentando di liberarsi da una sciura impellicciata che si era fiondata nel locale con la furia di una belva assatanata e gli si era avventata contro. Indubbiamente, questa era una degna componente della Milano Bene, tutta ingioiellata con in testa una cofana perfettamente laccata di capelli color mogano da vecchia. Mi aveva ricordato in modo particolare un’ex sindachessa molto conosciuta. Questa, in pratica, gli si buttò al collo con la bocca spalancata e gli occhi fuori dalle orbite con una violenza che non avevo mai visto prima. Sembrava ce l’avesse con lui ma in realtà, era stato solo un caso che Miyagi fosse stato scelto per saziare la bestia che si era impadronita della sciura de Milan. Lui era semplicemente il più vicino all’ingresso. Punto. Fine della storia, nessuna premeditazione, nessun nesso logico. Puro istinto primordiale. Soltanto dopo il primo morso il nostro Chef dagli occhi a mandorla aveva cercato di difendersi. Menando fendenti col coltello in ceramica le aveva tagliato mezza faccia ma la sciura era rimasta impassibile, priva di qualsiasi reazione al dolore. Sembrava indemoniata. Allora lei aveva continuato il suo vorace pasto addentando la gola di Miyagi mentre lui urlava:“TORA!TORA!TORA!” in un gorgoglio di saliva misto a sangue. Non contenta poi, l’aveva afferrato per i piedi e lo aveva trascinato fuori dal locale. Sul pavimento di tek del ristorante, il Miyagi stava lasciando delle striature di sangue scuro mentre col coltello cercava di artigliare il legno nel tentativo di impedire quel violento rapimento. Fu tutto inutile. Ormai era in mezzo alla strada. Da dietro la vetrina si poteva vedere la tizia mentre gli affondava i denti nella pancia squarciandolo. Dopodiché, giusto per finire il pasto, gli infilava le mani nelle viscere per estrarre le budella. Mangiò di gusto senza badare al sangue che la stava insozzando tutta. Aveva tra l’altro le interiora del jappo chef sparse su tutta la faccia. Lui era già morto da un po’.

Nel frattempo sentii delle sirene e in un lampo una macchina della polizia piombò diritta sulla sciura e lo chef come se niente fosse, senza neanche tentare un qualsiasi rallentamento. Un secondo prima erano lì e dopo non c’erano più, probabilmente sbalzati in aria di una ventina di metri . Non li vidi ricadere. Il fuggi fuggi generale era già cominciato e la confusione era totale.

Per quanto mi riguarda, nonostante la scena raccapricciante, ricordo che la fame non mi era certo passata; infatti, a differenza di tutti gli altri, camerieri e commensali, che erano fuggiti a gambe levate urlando, io ero rimasto l’unico seduto sul trespolo del Kaiten praticamente in semi-trance. Mentre mi passava davanti tutto quell’orrore, stavo gustando il miglior sashimi della città. Oltretutto davanti a me c’era proprio l’acquario ed ero assorto a contemplare quei bellissimi pesci dagli occhi ipnotici.

I pesci mi han sempre fatto questa sensazione. Resterei ore a guardarli nuotare. Come vorrei essere un pesce. Di quelli colorati che se ne stanno nell’acqua a 30°. L’unico pesce che mi disgusta è il pulitore. Mentre gli altri nuotano spensierati lui se ne sta lì a boccheggiare sul vetro ciucciando alghette. Che vita di melma. È proprio brutto il pulitore. Che poi mi ha sempre fatto ridere sto nome. Ogni volta mi viene in mente Frank Castle armato di straccio e ramazza che se solo lo sapesse mi farebbe a fettine lì per lì senza neanche dirmi bè. E non sono neanche un delinquente.

Anche il fuoco mi fa quell’effetto stordente. Ogni volta che vedo delle lingue di fiamma, m’incanto a guardarle. Quello che ho acceso ieri sera con un paio di sedie rotte però mi ha soprattutto scaldato e ha reso meno buia la notte in questo stanzino putrido. Fossi un dipendente dell’Ufficio d’Igiene, gli avrei dato una multa da capogiro a quel muso giallo che se ne sta spalmato sull’asfalto qui fuori. Menomale che è considerato uno dei migliori ristoranti jappo di Milano, chissà gli altri. Era considerato. Ora non è più niente, come tutto il resto. Grazie al fuoco ho anche mangiato l’ultima confezione di pollo scongelato che c’era dentro il freezer. Faceva comunque cagare. Dopo “cena” sono crollato nel tepore delle braci sopra ai sacchi di riso da 25 chili. Mi son coperto con un paio di tovaglie. Preferisco stare nello stanzino piccolo che era la dispensa perché mi sento meglio in un ambiente così raccolto, come se cercassi l’abbraccio di queste quattro mura che mi vegliano in sicurezza. Ho provato a dormire nella sala ristorante spostando i tavoli e radunando le tovaglie da usare come giaciglio ma i rumori che provenivano da fuori non mi lasciavano in pace quindi ho rinunciato. Sul riso sto anche più comodo. Purtroppo va bene solo per dormirci sopra perché per cuocerlo, ci vuole tempo che francamente non intendo sprecare e acqua che preferisco tenere da parte per dissetarmi.

L’unica cosa che son riuscito a fare, prima che andasse via la luce, è stata trovare le chiavi con cui ho attivato la serranda del negozio. Si è abbassata velocemente scricchiolando. Ha tagliato fuori il casino appena in tempo. Si sentivano distintamente degli spari e delle urla disumane, gente che correva e mezzi in manovra. Non ho avuto il coraggio di guardare fuori. Forse sono stato un vigliacco ma ho preferito sigillarmi dietro una pesante grata. Al momento mi son detto che avrei potuto pensarci dopo. Il problema è che se volessi uscire ora, dovrei alzarla manualmente ed è terribilmente pesante. Ho già provato nel pieno delle forze ma non ci sono riuscito. Porca merda. Ora che sono allo stremo mi è praticamene impossibile anche solo immaginare di alzarla.

Per circa tre giorni, dopo aver fatto il mio ingresso in quest’angolo orientale nel cuore della mia città, sono riuscito a sentire delle notizie tramite la radio che il Miyagi teneva nello spogliatoio. Ora trasmettono solo rumore bianco quindi la tengo spenta altrimenti rischio di diventare come quell’astronauta che era stato sostituito dagli alieni e questi gli impartivano ordini via etere.

Mi ha sconvolto sentire le notizie dei giornali radio governativi. La situazione sembra sia degenerata in brevissimo tempo fino al caos totale. Finalmente sono riusciti a provocare il rovesciamento incontrovertibile della civiltà. Hanno detto che la gente è impazzita all’improvviso. Come al solito, non sanno bene di chi o cosa sia la colpa. Ho ascoltato i parolai che normalmente riempiono le trasmissioni spingersi a teorizzare di germi mutanti, di virus trafugati dai soliti laboratori di ricerca e alla fine di un fantomatico attacco chimico, con buona pace dei complottisti mondiali. Ho sentito pure l’onnipresente Adam Kadmon che è intervenuto per rincuorare i suoi fan con il solito caloroso abbraccio.  Mi ha sconvolto notare che mentre la gente intorno moriva questa sottospecie di personaggi pubblici erano ancora miracolosamente vivi e a caccia di visibilità, rendendosi disponibili alle interviste. Se le porteranno nella tomba, le loro ospitate e le foto sulle copertine dei giornali. Sono solo cercatori di polemiche inutili che fanno i moralisti dalla dubbia moralità. Forse sono loro i colpevoli di tutto; già me li vedo mentre diffondono il virus solo per organizzare programmi televisivi e vendere riviste. Sarebbe un ottimo movente. Comunque alla fin fine nessuno è stato in grado di dimostrare le teorie esposte. Erano solo parole senza uno straccio di prova, messe lì a caso per riempire appunto gli ultimi talk show della nostra storia umana. D’altro canto mi son convinto che il mondo ormai troppo malato si sia dato da solo una bella ripulita, scrollandosi di dosso, senza scusanti, la vera feccia che lo ammorbava: noi.

Inoltre non capisco perché ci s’interroghi sui motivi di un’ecatombe di queste proporzioni dove solo il 10% della popolazione è ancora precariamente vivo. Sai cosa me ne frega di sapere il motivo. Io cerco di sopravvivere. Non dovremmo sprecare il tempo che ci rimane per capire il perché; bisognerebbe utilizzarlo con un briciolo d’intelligenza aiutando le persone rimaste elargendo consigli pratici, utili e precisi Ad esempio si potrebbe riscoprire i rimedi delle nostre nonne, come conservare il cibo senza l’energia elettrica oppure come preparare la trappola perfetta e come si fa a scuoiare un topo o un piccione nel caso si riuscisse a catturarne uno. Come diceva sempre un mio collega: “Non è che si nasce imparati”. Be’ io aggiungo: “Qua si muore disperati”.

Cazzo! Io vorrei saperlo! Vorrei sapere tutto ciò che serve per sopravvivere, come succede nei film. Vorrei essere un cazzutissimo Mac Gyver dell’apocalisse che con un coltellino svizzero e mille idee da mettere in pratica. Invece non so una ceppa di niente. Sono solo, rinchiuso nel ristorante di Sampei e il mondo infetto mi circonda. Che ne sarà di me? Mi sa che andrò a scolarmi una bottiglia di sakè in onore di Miyagi.

 

 

Luca Pennati


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