Il lupo Fenrir – capitolo 10

di Igor Zanchelli


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Il telefono squillava da ormai 10 minuti abbondanti; Squeglia, visto che chi chiamava non desisteva, guardò l’orologio che segnava le 4.15 del mattino, e rispose:

“Pronto”.

“Ispettore scusi se la disturbo sono Marchese, si prepari che tra dieci minuti passo a prenderla”.

“Marchè ma tu si scem? Song e quatt e matin”.

“Lo so ispettò, ma non è colpa mia. Visto che lei aveva il cellulare spento, il Questore in persona mi ha chiamato, ordinando di rintracciarla”.

“Come? Il Questore?”

“Si. Ci aspetta sul posto”.

“Marchè ma che sfaccimm ste a disc’r. O’ Questor, O’ post?”

“Hanno trovato due morti, un equipaggio delle volanti. Il Questore è andato sul posto, visto che si trattava di colleghi, e ci ha convocato immediatamente. Non mi chieda il perché! Non lo so”.

“Va bene tra dieci minuti sono giù …” disse Squeglia con tono secco, riagganciando il telefono.

Sul posto il caos era enorme, luci stroboscopiche dal classico colore blu ovunque, una marea di giornalisti, il solito capannello di curiosi, e una spropositata presenza di auto della polizia. Squeglia penso che quelle auto, le nascondessero da qualche parte, per tirarle fuori solo in occasioni di alta visibilità; conosceva, infatti, le lamentele dei colleghi delle volanti, per la mancanza di autovetture efficienti, e la scarsità del personale per il controllo del territorio.

Oltrepassò il cordone di agenti, posto per impedire ai curiosi di sbirciare e ostacolare i rilievi della scientifica, e si diresse verso delle figure che, si trovavano vicino alla vettura di servizio delle due vittime.

In uno riconobbe il medico legale, e nell’altro il sig. Questore, che lui era solito appellarlo col titolo di commendatore. Nell’avvicinarsi, si guardò intorno cercando di farsi una prima idea sull’accaduto.

Il corpi erano vicino all’autovettura, vicino alle portiere del conducente e del passeggero; coperti da un pietoso lenzuolo e le armi di ordinanza vicino ai cadaveri. L’ispettore immaginò che i due, intervenendo, abbiano ritenuto opportuno estrarre l’arma, riparandosi dietro le portiere dell’auto. Una procedura standard in caso di imminente conflitto a fuoco. Seppure la zona fosse illuminata a giorno, grazie alle luce artificiali dei vigili del fuoco, Squeglia non riusciva a focalizzare perfettamente tutta la situazione.

Si fermò e chiamò Marchese con un gesto.

“Senti, mentre io vado dal Commendatore, tu fatti un giro e cerca di sapere, dai colleghi, cosa è successo! Poi fai anche qualche domanda ai curiosi, e vedi se hanno sentito o visto qualcosa; c’è sempre chi soffre d’insonnia e si mette alla finestra a farsi gli affari degli altri. Però, fallo con discrezione, non sappiamo cosa il questore vuole da noi”.

“Va bene ispettore, ma se devo pagare delle colazioni per le informazioni, mi rimborsa lei!”

“Alloc’ è, Si u solit strunz”.

“Ho un ottimo maestro”, disse Marchese allontanandosi sorridendo, non lasciando a Squeglia la possibilità di ribattere.

Il questore notò l’ispettore e lo richiamò a se. Aveva lo sguardo provato, nonostante tentasse di mantenere un certo contegno. L’investigatore pensò che doveva essere successo qualcosa di veramente grave, se perfino il suo superiore, aveva accusato il colpo.

“Buongiorno commendatore, a disposizione come ha richiesto”.

“Finalmente sono riusciti a rintracciarla ispettore! Come mai il suo numero di telefono fisso non è nella agenda del centralino?”

“Commendatore, quando sono reperibile il mio cellulare è sempre acceso …”

“Reperibile” lo rimproverò il questore, “lei è un poliziotto, deve sempre essere reperibile; lei è in servizio 24 ore al giorno …”

“Ma lo stipendio non è di 24 ore, ma solo di 6” rispose Squeglia.

“Cosa fa, il sindacalista ora? Hanno buttato giù dal letto pure me, come può vedere. Ad ogni modo ne riparliamo in un altro momento di questa storia”.

“Come vuole, Commendatore. Cosa è successo qui?”

“Non lo vede, Ispettore, due colleghi morti; non sappiamo di preciso cosa diavolo sia successo”.

“Perdoni, Signor Questore, ma perché ha chiamato me? Di turno c’era la sezione di Di Virgilio”.

“Il medico legale mi ha detto che, ad un primo sommario esame, i corpi presentano delle lesioni molto simili a quelle di un precedente caso, sul quale lei sta già lavorando; quindi assegno a lei l’indagine”.

“D’accordo commendatore, ma Di Virgilio che dice?”

“Perdio Squeglia! Avrò l’autorità di decidere l’utilizzo dei miei uomini o no?” ringhiò il Questore.

“Come no Signor Questore!”

“Allora la smetta di ribattere e si metta al lavoro. Immediatamente!” Detto questo, il paonazzo superiore, si diresse verso la zona dei giornalisti, per rilasciare le solite dichiarazioni del caso.

Squeglia cercò con lo sguardo Marchese vedendolo intento a chiacchierare con alcuni colleghi. Successivamente cercò il medico legale, trovato si recò da lui.

“Buongiorno dottore”

“Buongiorno a lei ispettore”

“Hanno svegliato anche lei?”

“No, ero di turno in istituto”.

“E’ vero quello che mi ha detto il Questore?”

“Ispettore io ho tanti doni, ma non certo quello di leggere il pensiero”, rispose il medico legale togliendosi gli occhiali e riponendoli nella tasca interna della giacca.

“Mi ha detto che i corpi sono martoriati, come quello ritrovato nel bosco tempo fa!”

“Si purtroppo è vero! Anche quei due giovani poliziotti sono stati sbranati”.

“Come scusi? Ha detto sbranati?”

“Si! Se ha letto il rapporto della autopsia che le ho inviato, concorderà con me che il termine più indicato per indicare lo stato del cadavere, è sbranato; Sicuramente è poco scientifico e professionale come termine, ma è la parola che meglio esprime il concetto”.

“Cristo santo!”. Squeglia alzò gli occhi al cielo, quasi a voler far sentire la sua imprecazione all’onnipotente, quando si rese conto che in cielo splendeva una stupenda luna piena. Un fremito alla schiena e una sensazione di gelo pervase il suo corpo, al punto che ebbe un tremore, incontrollabile, che saliva dal costato fino al collo.

“Ispettore faccia in fretta ad assicurare alla giustizia l’autore di questo massacro. Bisogna chiuderla in gabbia, questa bestia”, disse il medico, destando il poliziotto dalla catarsi in cui era caduto.

“Dottore credo che lei abbia ragione, si tratta proprio di una bestia”, rispose inebetito Squeglia spostando lo sguardo dal volto del medico alla luna che, sorniona e pacifica da millenni, fissava immutata dal cielo, le miserie umane.

 

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Ingvar dopo le consuete faccende mattutine, aveva finito la lettura dell’antico codice; era perplesso sulla storicità delle cronache in esso contenute. Alcuni episodi erano descritti così bene, che si poteva scambiarli, senza difficoltà, per articoli di cronaca nera. Altri invece, erano talmente romanzati e mitizzati, che apparivano semplici trascrizioni, di leggende popolari tramandate, oralmente, da padre in figlio, per generazioni.

Comunque, si era ripromesso di approfondire lo studio del manoscritto, perché aveva trovato un altro elemento comune, a quasi la totalità delle storie raccontate. Il mostro che attaccava i villici aveva impresso sul petto “… il segno del demonio dipinto, con la sua firma malefica a testimonianza della Divina maledizione …”. Il disegno, dalle raffigurazioni grafiche, sembrava un lupo stilizzato con sotto sei rune, che l’amanuense evitava di scrivere, “ … perché è mortale peccato, pronunciare il diabolico nome …”; tuttavia, ogni singola runa, era scritta con il suo antico nome nordico.

La diabolica firma, vergata in barbara lingua, era Fehu, Ehwaz, Naudiz, Raidho, Isa, Raidho…”. Il professore immediatamente riconobbe il linguaggio, e lesse le rune che comparivano sotto al diabolico sigillo. Ingvarr le tradusse con Fenrir, il mitico progenitore dei licantropi. Troppo spesso questo nome si manifestava; iniziò a pensare, che forse era più di una sfortunata coincidenza. Si chiese se quello strano poliziotto, in qualche modo, avesse ragione.

 

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Alcune ore prima.

Hassan correva invocando disperatamente aiuto. Ogni volta che si girava, vedeva in lontananza il diabolico color giallo degli occhi del mostro che lo fissavano, lo inseguivano. La distanza si accorciava sempre più tra di loro. Hassan sentiva il respiro della bestia, il suo ghigno diabolico.

Superò il canale e raggiunse un parcheggio dove si mise a gridare con tutto il fiato che gli rimaneva, aiuto.

Ormai era stremato, si inginocchiò mentre i diabolici occhi si avvicinavano; erano tanto vicini che si distingueva la sagoma della bestia. Il predatore, inizio a girare intorno al malcapitato, disegnando dei cerchi che si stringevano sempre di più, sbavando vistosamente e pregustando la preda.

Il fuggitivo ormai in trappola iniziò a recitare ad alta voce:

 

Allah akbar,
Subhânaka Allahumma wa bihamdika, wa tabâraka ismuka, wa ta’ala jadduka, wa la ilâha ghairuk. Audhu bi Allahi mina ashshaitani r-rajim

Allah akbar
‘Audhu billa hi mina sh-Shaitani r-rajim
Bismika Allahumma amutu wa ahya

 Allah akbar
Alhamdu lilla hi lladhi ahyana ba’da ma ‘amatana wa ilaihi nnushur
Inna lillahi wa inna ilaihi raji’un, Allahumma ajernì fi musibati wa akhlif li khairan minha

 Allah akbar
Allahumma-ftah lì abwaba ramati

 

[Iddio è il più grande.
Sia gloria a Te O Allah. Sia benedetto il Tuo Nome, esaltata la Tua Maestà e la Tua gloria.
Non vi è altro Dio all’infuori di Te.
Prendo rifugio in Allah contro Satana il lapidato.

Iddio è il più grande
Chiedo la protezione ad Allah contro Satana il lapidato.
Nel tuo nome, O Mio Signore, muoio e vivo.

Iddio è il più grande
La lode appartiene ad Allah il Quale ci ha dato la vita dopo averci fatto morire e a Lui ritorneremo.
In verità apparteniamo ad Allah e in verità a Lui ritorneremo, O Allah!
Ti prego affinché mi aiuti nella mia disgrazia e trasformala in qualcosa di meglio per me.

Iddio è il più grande
O Allah! perdona i miei peccati e aprimi le porte della Tua misericordia.]

 

La bestia all’udire le invocazioni della sua tanto bramata preda, iniziò a ridere, mentre i suoi cerchi si stringevano sempre più disse:

“Miserabile uomo, ti affidi ad un Dio che non esiste. Riponi le tue speranze in qualcuno che non può sentirti, che non può arrivare in tuo soccorso. Quanto siete piccoli e insignificanti! Io Fenrir mi ciberò di te, ti eleverò, dalla tua inutile e insignificante condizione, rendendoti cibo di un Dio. Un vero Dio!”

La distanza tra i due era ormai ridotta, Hassan, che non smetteva di recitare le sue litanie, poteva sentire l’odore di quel mostro; mentre la bestia stava per affondare le fauci nella sua preda, delle luci irruppero sulla scena, e una voce gridò:

“Si allontani da quel animale! Di corsa”. Fenrir rise e si alzò a fronteggiare i due salvatori.

“Santo Dio, è enorme”, disse uno dei due poliziotti e imitando il collega estrasse l’arma puntandola verso la mostruosa figura.

“Ancora con questo dio, ancora non avete capito che l’unico Dio qui sono io!”, disse Fenrir lasciando sbalorditi i due agenti. Con uno scatto fulmineo si lanciò verso la volante.

Hassan riuscì solo a sentire “Cazzo! Spara Spara …”. I suoni si fecero confusi; grida, colpi di arma da fuoco. La preda approfittando di quello che succedeva si dette alla fuga.

Quando lo scontro giunse al termine, la bestia vedendo che la sua preda prescelta era fuggita, si allontanò urlando:

“Scappa pure misero uomo, oggi ti concedo di vivere, ma la caccia è appena iniziata”.

Detto questo si dileguo nella notte. Le ferite infertigli con le armi dagli agenti, bruciavano, ma era conscio che sarebbe guarito presto.


INTERMEZZO IV: Estasi e Dubbio.

 

Oh mia bestia che caccia! Che stupenda caccia abbaiamo fatto stasera. Mi rammarico che la preda da te scelta, ci sia sfuggita, ma in compenso, abbiamo dimostrato a quei due miserabili umani e alle loro inutili armi, quanto e grande la tua potenza. Il loro terrore al tuo cospetto è stato un idillio.

Ah l’espressione incredula e colma di paura dei loro occhi, quando ti hanno visto ergerti in tutta la tua maestosa grandezza.

Il loro sangue, la loro carne, che prelibatezza!

Ma tu mio lupo volevi lui, bramavi quel miserabile; con la sua fuga ha risvegliato ancora di più il sacro istinto predatorio. Tu mia bestia sei stata generata per cacciare, rincorrere la preda, seguendone le tracce, annusandone l’odore, ascoltare il cuore della preda, che batte all’impazzata per il terrore. Adori sentire il suo respiro, che si fa sempre più affannoso, mentre corre, con la paura che l’assale; la sua mente smette di ragionare, assalita dal terrore puro, mentre sente la tua grandiosa presenza dietro di lei che la insegui. Sente la morte, sente la fine della sua vita, ormai, sempre più prossima.

Che sublime sensazione la tua eccitazione che cresce, quando tutto inizia. Il dolore che provo, quando decidi di mostrarti al mondo, lo dimentico nel momento che la tua presenza mi pervade interamente. Inebriante esperienza di piacere la tua fame, la tua sete, la tua forza.

Che meravigliosa goduria la potenza e la violenza del tuo attacco, la velocità del colpo preciso e veemente. E che dire poi, mia bestia, della sensazione, superlativa, della totale assenza di pietà. La compassione è la debolezza dei falsi dei.

Tu vero Dio, non hai debolezze e non provi pietà per questi inutili e miseri umani.

Però mio lupo un dubbio mi assale, ormai ci hanno visto; ci cercheranno e noi dobbiamo cacciare con attenzione; la prossima volta verranno con più uomini a fronteggiarti. Potremo mai riuscire a sostenere lo scontro? Se la preda che è scappata racconta tutto, come potremo ancora cacciare? Come …

Ahahahahah noooo, pietà mio lupo, noooo pietà.

“Smettila di frignare, misero inutile servo! Io sono Fenrir, figlio di Loki temuto perfino da Odino.

Gli umani nulla possono contro di me. Le loro armi sono inutili davanti i miei artigli e alle mie fauci.

Io sono l’unico vero Dio rimasto. Sono l’unico immortale che calca la terra degli uomini.

Hai visto come invocavano il loro inutile dio; non può sentirli, non può aiutarli, non può fare nulla per loro, perché non esiste.

Loro adorano un falso dio, creato ad arte per renderli schiavi. Quale Dio concede il libero arbitrio? Quale Dio perdona ogni malefatta? Quale Dio permette che le proprie creature si distruggano tra loro?

No stupido schiavo, nessun vero Dio permette questo. Nessun vero Dio può tollerare che si metta in dubbio la sua potenza.

Io non mi devo nascondere! Sono loro che devono scappare da me. Celarsi ai miei occhi. Io non li temo. Loro sono solo schiavi, solo cibo; esseri inutili che servono solo chi è superiore.

Io sono Fenrir”.

Mia bestia, perdonami. I miei dubbi della tua grandezza ti hanno irritato.

Ti prego non punirmi più. La mia misera condizione umana ha dubitato, ma grazie a te ciò non capiterà più.

Si mio lupo, tu sei Fenrir, ora riposa mia bestia, riprenderemo la caccia e questa volta la nostra preda non ci sfuggirà.

Sento ancora il suo odore, lo cercheremo, lo braccheremo e ce ne ciberemo.

Questo segno sul mio volto sarà il tuo monito, affinché io non dubiti più di te mio lupo.

 

Igor Zanchelli


EPISODI PRECEDENTI

capitolo nove

capitolo otto

capitolo sette

capitolo sei

capitolo cinque

capitolo quattro

capitolo tre

capitolo due

capitolo uno

 


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