L’isola – capitolo 03

di Pietro Soman


Mentre tutto ciò accadeva, Bill Smoke camminava rapido, senza tuttavia correre – avrebbe dato nell’occhio – lungo la sala da gioco, passaggio obbligatorio per uscire dall’albergo provenendo dalle stanze di quell’ala. Aveva perso tempo, molto più di quanto avrebbe voluto, con il direttore che, a quanto pareva, si premurava di salutare personalmente tutti i nuovi clienti e di fare un po’ di chiacchiere con loro, farcendo luoghi comuni con indicazioni su come spendere meglio e più rapidamente i propri risparmi tra quelle mura.

L’uscita era lì, davanti a lui, a pochissimi metri e le guardie ai due lati della grande porta trasparente parlavano placidamente tra loro, senza curarsi di lui. Vi passò in mezzo guardando fisso davanti a sé e si trovò fuori. Alla sua destra un viottolo conduceva al mega parcheggio dove il taxi l’aveva scaricato, alla sua sinistra un acciottolato portava invece alla zona piscina, bar e divertimenti all’aria aperta. Decise di scendere la scalinata di granito che dall’ingresso principale conduceva alla strada e scartò di colpo per non cozzare contro due bambini che si rincorrevano. Quello dietro aveva un fucile ad acqua e tentava di schizzare l’inseguito, decisamente più magro e veloce di lui. Nel fare ciò non si rese conto dell’adulto che stava sulla sua strada e lo inondò con un potente getto.

«Ma porc… stai attento, ragazzino!»

«Mi scusi, signore» rispose lui contrito, abbassando l’arma di plastica colorata.

Bill Smoke, senza nemmeno sospettare che il bambino avesse riempito il serbatoio dell’acqua nella piscina, imprecò e scese rapido in strada. Doveva raggiungere il suo contatto al terminal traghetti, in città.

Un taxi era fermo in strada a pochi metri alla sua destra. Il finestrino del conducente era aperto ed un filo di fumo ne usciva, verticale, perfetto segnavento. Bill Smoke spalancò la porta posteriore, montò sul sedile e si passò un dito sui baffetti, come per sistemarli.

«Al terminal traghetti.»

«Subito, signore» replicò il tassista buttando il mozzicone di sigaretta fuori dal finestrino e mettendo in moto.

Smoke si passò una mano sul collo, umido del getto d’acqua del fucile. Odiava i bambini.

Il panorama scorse rapido fuori dal finestrino: case, alberi, il mare. Entrarono nella città, procedendo ad alta velocità grazie allo scarso traffico notturno, schivarono un ubriacone che ciondolava in mezzo alla strada e passarono davanti ad un paio di prostitute, che fecero loro gesti amichevoli sperando si fermassero.

Il taxi rallentò, imboccò un cancello spalancato e si inoltrò tra i magazzini del porto, seguendo le indicazioni per il terminal. Accostò infine davanti ad un basso edificio illuminato, dove solamente un’impiegata sedeva alla biglietteria, la testa immersa in una rivista.

«Fanno ventiquattro dollari, signore.»

Smoke calcolò mentalmente il cambio con la valuta statunitense, che faceva circa nove dollari. Aprì la valigetta, scostò le foto e la formula, sollevò il trapano a batteria ed un paio di pacchetti avvolti nel nastro adesivo. La mazzetta di soldi per le spese era sparita.

Bestemmiò, frugandosi nelle tasche della giacca. Come aveva fatto a perdere duemila dollari? Come? Dove?

L’autista del taxi lo scrutò nello specchietto retrovisore, accigliato.

«Tutto bene, signore?»

«Un cazzo! Ho perso il portafogli!»

Smoke notò che l’uomo aveva allungato la mano verso il portaoggetti, dal sedile del passeggero.

«Se aspetta un attimo vado al bancomat e prelevo.»

«Signore, se lei scende dall’auto senza avermi pagato sarò costretto a chiamare la polizia.»

«Ah, fan culo.»

Smoke estrasse da una tasca interna una SIG mosquito con già montato il silenziatore, la posò contro il poggiatesta del sedile dell’autista e premette il grilletto. Si udì solo un leggero flop e l’uomo ebbe uno scatto, quindi si afflosciò all’indietro, scivolando un poco in basso. Smoke si tese in avanti tra i sedili, scostò la testa dell’autista da un lato e gli frugò dapprima nelle tasche del gilé, quindi lo ruotò su di un lato e ne estrasse il portafoglio da quella posteriore dei jeans. Cinquantotto dollari caraibici. Non aveva idea se gli sarebbero bastati per il biglietto aereo, ma ne dubitava. Avrebbe dovuto chiedere dei soldi al suo contatto.

Scese dal taxi, lanciando un’occhiata alla ragazza nella biglietteria. Continuava ad avere la testa abbassata. Nonostante un’intera parete di vetro, le sarebbe potuto passare davanti un convoglio di elefanti senza che se ne accorgesse.

Entrò nella sala d’attesa ed avanzò fino alla cassa. Da più vicino, si poteva notare che la ragazza indossava un paio di cuffioni che la isolavano completamente dal mondo esterno. Piuttosto pericoloso, data l’ora e il luogo, essere estraniati a quel modo. Si guardò attorno.

L’appuntamento col contatto era lì a mezzanotte. Non erano nemmeno le undici e mezza. Doveva aspettare. Sedette in uno degli scomodi sedili del terminal, così bassi da tenerlo con le gambe inclinate verso l’alto, si posò sulle ginocchia la valigetta e la aprì. Non poteva restare certo più di mezz’ora lì, con un morto nell’auto appena fuori dall’edificio. Doveva nasconderlo. Dove? Ma ovviamente il posto migliore era la stanza alle spalle della ragazza, con tutta probabilità uno spogliatoio, dove ci sarebbe stato un qualche armadietto in cui infilare il corpo per qualche ora. Di certo non poteva trascinare un cadavere sotto il naso della ragazza, per quanto dubitasse che sarebbe stato notato. Che fare, dunque? Semplice: uccidere anche lei.

Estrasse una corda di pianoforte dalla valigetta e la richiuse. Se ne arrotolò un’estremità attorno al polso – isolato dal metallo dalla spessa manica della giacca – e si alzò, camminando rasente il muro, aggirando il bancone della biglietteria. Ora era abbastanza vicino da sentire il sottofondo della musica nelle orecchie dell’impiegata, una qualche schifezza elettronica martellante tipica dei giovani senza cervello. C’era una porta da aprire con scheda magnetica, ma era socchiusa: distrazione ed incuria potevano uccidere. Si portò alle spalle della ragazza e, rapido, le passò il filo attorno al collo, afferrandone l’altra estremità con la mano attorno al cui polso era già arrotolata la corda, mentre con l’altra tappava la bocca della sua vittima.

Questa venne tirata di colpo all’indietro, la sua esclamazione soffocata dal guanto, e la corda di pianoforte le penetrò nella delicata pelle del collo con facilità, affondandovi ed inghirlandandosi rapidamente di rosso.

A nulla servì il suo dibattersi e scalciare, il suo tentare di togliersi dapprima il filo dal collo e poi la mano dalla bocca. In meno di un minuto, con un gorgoglio di polmoni pieni di sangue, le sue membra rallentarono sempre più, fino a rimanere immobili.

Smoke la trascinò fino alla porta, la aprì e scoprì non uno spogliatoio ma uno sgabuzzino, con un macchinario che fungeva da stampante, scanner e fotocopiatrice, uno scaffale ricolmo di faldoni ed innumerevoli scatole di carta accumulate da un lato. Ne spostò alcune, pigiò con forza il cadavere dietro alle altre e quindi lo coprì con le scatole tolte in precedenza. A quel punto, sempre guardingo, uscì dal ripostiglio, percorse la sala deserta e raggiunse l’esterno, con l’intenzione di riservare al tassista la medesima sorte.

Rimase di sasso quando scoprì la porta della vettura spalancata ed il corpo assente. Una larga macchia di sangue impregnava il poggiatesta attraverso il quale gli aveva sparato, ma per il resto non c’era traccia dell’uomo. Come diavolo aveva fatto a sopravvivere?

Calma, bello. Uno in quelle condizioni, con un buco in testa che getta sangue come una fontana, non può essere andato lontano. Cercalo.

La telefonata di Cindy non era stata molto comprensibile. La ragazza aveva blaterato qualcosa con voce ferma, ma pregna di gelido terrore, a proposito di due cadaveri. Non aveva idea di cosa stesse accadendo ma, rinunciando alla doccia, Esteban deviò il suo itinerario attraverso gli spogliatoi e si avventurò lungo i proibiti corridoi dell’albergo.

A quell’ora i clienti in circolazione erano pochi e lo degnarono a malapena di uno sguardo contrariato, probabilmente a causa del suo abbigliamento e della scia di polvere che si stava lasciando dietro. Becks in quel momento doveva trovarsi a casa, in quanto smontava alle dieci e mezza, ma non era detto non facesse anche lui straordinario o si fosse soffermato a parlare col direttore. In ogni caso, era molto improbabile incrociarlo nei corridoi; tutt’al più si sarebbe potuto trovare nel casinò o nel ristorante.

Salì rapido fino al terzo piano, utilizzando la scala di servizio, che probabilmente non aveva mai visto le scarpe di un cliente, e si fermò affannato sul pianerottolo, leggermente rientrante rispetto al corridoio. Prese fiato, non volendo farsi vedere affaticato da Cindy, e riprese la corsa come se non l’avesse mai interrotta, sbucando tra le pareti color crema. Là, verso il fondo, c’era la ragazza. Le si avvicinò, rapido, scoccando un’occhiata dapprima al carrello delle pulizie – inutilmente poggiato contro la porta della stanza, che con le sue ruote sarebbe potuto essere spostato pure da un bambino – e poi al colorito grigiastro della ragazza. Allarmato le si accostò, senza tuttavia arrivare al contatto fisico.

«Cindy! Che succede?»

Lei indicò la camera, senza muoversi.

«Ci sono due cadaveri lì dentro. Uno… stava mangiando l’altro.»

Esteban batté le palpebre due volte, perplesso.

«Cosa dici? Un cadavere, cioè una cosa morta, stava mangiandone un altro? Allora… era vivo. Ma poi, cosa…»

«Aveva una fottuta mazza nel cranio!» ribatté lei con voce incrinata dall’isteria, «E sangue! Tanto sangue! Era morta, ti dico!»

«Va bene, va bene,» cercò di placarla lui, «ora vedo cosa sta succedendo, ok?»

Cindy gli afferrò un braccio, bloccandolo.

«Stai attento» quasi singhiozzò.

Lui fece un sorriso spavaldo, scostò il carrello e, dopo essersi fatto dare il passepartout, aprì la porta. Rimase di sasso quando una ragazza, imbrattata di sangue da capo a piedi, con un occhio chiuso e l’asta di una mazza da golf saldamente piantata nel cranio, si volse lentamente verso di lui. Un odore ferroso, dolciastro, lo investì.

«Che cazzo…»

La ragazza fece un paio di passi scoordinati verso di lui, mugolando qualcosa di inintelleggibile, e nell’aprir la bocca un brandello di carne sanguinolenta le scivolò lungo il mento, cascando a terra con un rumore flaccido.

Un’ondata di nausea gli fece contrarre la bocca, mentre la bionda procedeva in quella maniera stentata verso di lui, i seni generosi lordi di umori rossi e neri.

«Stai indietro!» esclamò con voce meno sicura di quanto avrebbe voluto, arretrando di un passo.

La ragazza avanzò imperterrita, ad oramai meno di due metri da lui. I denti macchiati di sangue scintillavano di saliva e quell’unico occhio, oramai così vicino, appariva opaco, vivo ma velato.

Esteban si voltò verso il carrello delle pulizie, afferrò una scopa e, usandone il manico a guisa di bastone, le assestò una botta al braccio, con l’intento di fermarla. La cosa non parve fare alcun effetto e questa volta ci mise più forza, colpendole il petto di punta e riuscendo a farla vacillare all’indietro.

«Non avvicinarti!»

La ragazza parve esitare per un momento, dondolando da un lato e dall’altro in maniera percettibile. Parve tirare su rumorosamente col naso e di colpo, senza alcun preavviso, si lanciò in avanti, le mani tese ad artiglio, la bocca spalancata. Esteban si portò davanti il bastone senza pensare e la mascella sanguinolenta vi si chiuse sopra, facendolo scricchiolare. Le mani lorde si agitarono convulsamente contro di lui, graffiandogli la giacca da lavoro e scivolando lungo le maniche, senza riuscire a ferirlo.

«Cazzo!»

Con un calcio ben assestato riuscì a staccarsela di dosso, si portò la scopa sopra la testa e la calò con forza sulla fronte della ragazza. Ne cavò un rumore viscido e la testa rimbalzò come un punching ball, ma questo non parve farla desistere minimamente dalle sue intenzioni aggressive.

Esasperato da quella situazione assurda, Esteban la caricò e riuscì a farla cadere sulla schiena. Con una specie di ringhio la ragazza agitò le membra, come impazzita, sbattendo le mani e i piedi contro il pavimento e facendo scattare le mandibole con un suono orribile, da crepare i denti.

Esteban le girò attorno, cercando con lo sguardo il secondo cadavere, ma vide solamente una larga chiazza di sangue sul tappeto. Una striscia inequivocabile ne dipartiva, sparendo nella stanza adiacente, ma chi l’aveva lasciata non pareva interessato a ciò che stava accadendo nell’ingresso. In quel preciso istante la ragazza lo azzannò ad una caviglia, incontrando la resistenza dello stivale, e lui balzò all’indietro, trascinandosela per un metro buono prima che i denti scivolassero sulla spessa gomma.

Sul mobiletto accanto al telefono di servizio c’era un punzone metallico, niente più che una base quadrata con un’asta appuntita di una ventina di centimetri su cui infilzare i promemoria. Esteban l’afferrò e, quando la ragazza si trascinò sui gomiti verso di lui, la testa inarcata all’indietro per guardarlo in volto, glielo affondò completamente nell’occhio aperto.

Senza uno spasmo nè un lamento il corpo intero della ragazza si afflosciò e la testa le ricadde in avanti, cozzando con un suono morbido sul tappeto.

«Porca merda…» riuscì solo a commentare lui, guardando cos’aveva fatto. Era omicidio? L’avrebbero licenziato – o peggio, messo in prigione – per quel che era appena successo? Cindy era testimone, aveva dovuto farlo! Quella pazza era fuori di sé, era un pericolo! Si era trattato solamente di autodifesa!

«Tebi!» lo chiamò Cindy, usando il suo diminutivo.

Lui si voltò verso di lei, cereo in volto.

«L’ho ammazzata!» gracchiò.

«No, no,» tentò di consolarlo lei, rimanendo però fuori della stanza, «era già morta, ti dico. Non l’hai vista?»

«Ma com’è possibile?»

Lei scosse la testa, adagio.

«È come essere in un brutto film» mormorò.

Esteban la guardò, interdetto.

«Stai dicendo sul serio? Vuoi dirmi che quella cosa era… uno zombie?»

Lei scosse nuovamente la testa.

«Non sono pazza. Non posso dire una cosa del genere. Ma una cosa sì: c’era un altro corpo.»

Lui annuì, rivoltò con un calcio il corpo della ragazza ed estrasse il punzone dall’orbita.

«Vado a vedere.»

Pietro Soman


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