L’isola – capitolo 02

di Pietro Soman


 

Ostentatamente, la ragazza emerse dall’acqua tiepida della piscina riscaldata e scosse la testa per ricacciare indietro i capelli, che le erano rimasti appiccicati al volto. Il suo uomo, Jim Hounsaccodisoldi, la osservava con espressione furba dalla sdraio su cui era stravaccato, ridicolo col suo petto rachitico e la sua prominente stempiatura, ma comunque attraente dal punto di vista del portafogli. Rabbrividì per lo sbalzo di temperatura e si passò le mani sugli avambracci, avvicinandosi rapida all’asciugamano buttato con incuria su di una sedia. Si chinò in avanti per raccoglierlo, esponendo volutamente il sedere a quel Jim di cui proprio non riusciva a ricordare il cognome, ed una prevedibile sculacciata la colse sulla natica sinistra. Emise uno strilletto d’indignazione così finto da farla quasi vergognare di sé, si avvolse nell’ampio asciugamano e si sedette in braccio all’uomo, che probabilmente pesava dieci chili meno di lei solo di curve.

«Sei uno splendore, piccola» disse lui attraverso i denti storti, le labbra quasi invisibili da quanto erano sottili, gli assurdi occhiali da sole sul naso bulboso che, probabilmente, non gli permettevano di vedere granché.

Lei sorrise, lusingata, e premette il seno generoso contro il suo volto. Ogni suo gesto poteva apparire casuale, del tutto involontario, ma non era affatto così. Da anni si allenava con ragazzotti di buona famiglia, così da spillar loro gli abbondanti risparmi e gli innumerevoli privilegi, ma oramai si avvicinava alla trentina ed aveva deciso di sistemarsi. Da ben tre mesi circuiva quel viscido mollusco dal conto d’oro, anzi, di platino, sopportando il suo atteggiamento bavoso, la sua insufficienza toracica, i tratti da troll delle caverne. L’ideale sarebbe stato se l’avesse sposata e poi avessero rapidamente divorziato, o ancor meglio se fosse morto improvvisamente e tragicamente, ma quella era una fase che doveva ancora mettere a punto. La cosa importante era arrivare all’altare, essere legalmente coniugati.

«Che ne dici di fare un salto in camera?» le propose con quel ghigno insopportabile.

Lei gli strizzò l’occhio e non rispose, alzandosi semplicemente.

Salirono fino alla suite, al terzo piano, dove stavano da oramai quasi una settimana. Jim aveva voluto festeggiare un affare – di cui non le aveva rivelato alcunché – con quel viaggetto in un posto dove si potesse giocare ma non ci fossero milioni di individui allo stesso tempo. Avevano fatto sesso, si erano ubriacati, erano andati a ballare, in piscina ed avevano puntato forte, perdendo quasi sempre. Ma questo non pareva importare al suo uomo e ciò era esattamente quel che lei andava cercando.

Mentre si sdraiava sul letto, slacciandosi il reggiseno, il cellulare nero trillò. Lei assunse una smorfia imbronciata, per apparire scocciata dall’interruzione. Jim aveva quattro cellulari e quello nero era particolare. Come le aveva confidato, era il numero su cui chiamavano certi suoi amici e non rispondere sarebbe stata una vera follia.

Lui fece un gesto di noncuranza, come a dire “nessun problema, arrivo subito” e rispose. La chiamata durò all’incirca trenta secondi, ma dalla sfumatura pollo crudo caratteristica della sua carnagione Jim virò dapprima ad un violetto, quindi ad grigio smorto in questo breve lasso di tempo. Quando chiuse la comunicazione, sembrava un uomo invecchiato di vent’anni.

Lei si alzò a sedere sul letto, coprendosi senza rendersene conto i seni con il braccio.

«Ma che succede?»

«I federali,» rispose lui in un sussurro, «hanno beccato il mio uomo. Stava andando a pagare… una bustarella…»

Lei assunse un’espressione inorridita.

«Ma è grave?»

«Era mezzo milione per un appalto che ne vale forse duecento…» esalò Jim.

Come una fiera chiusa in gabbia, lei si alzò cauta, facendo saettare lo sguardo da una parte all’altra. Cosa prendere prima di fuggire? Il rolex? Forse frugare nel portafogli alla ricerca di contanti, magari mentre lui andava al bagno a pippare un po’ di coca per riprendersi? Le sue carte di credito non avevano alcun valore in quel momento ed erano rintracciabili, la droga era troppo pericolosa da trasportare fuori dall’isola – l’avevano acquistata in loco – ma quell’anello che portava al dito pareva oro massiccio, con una qualche pietra di dubbio valore e c’erano un paio di pellicce che le aveva regalato. Ma erano a Chicago, chi si porta una pelliccia, in piena estate, su un’isola con piscina riscaldata, albergo di lusso e casinò?

Jim, che doveva aver notato il cambiamento, tese le mani verso di lei con i palmi in avanti.

«Non preoccuparti, piccola, ne uscirò, come sempre. Hanno il mio uomo, ma non me.»

Lei lo fulminò con lo sguardo.

«Non raccontarmi cazzate, Jim. Sei diventato grigio topo, manca poco che ti venisse un infarto. Sei finito e lo sai.»

«Ho ancora un bel po’ di riserve, cosa credi? Che sia così stupido?»

«Non lo so, ma soldi o meno tu andrai dritto in galera, quelli del governo non te la faranno passare liscia. E adesso che sei scoperto affonderanno i denti e scopriranno il resto del marciume. Se hai evaso anche solo dieci dollari, verrà fuori. Il tuo spacciatore di fiducia diventerà il loro migliore amico. Io me ne tiro fuori. Subito.»

Lui la guardò con espressione incredula, la bocca ebetemente spalancata, mentre raccoglieva vestiario ed oggetti alla rinfusa e li infilava a viva forza in una valigia capiente.

«Senti un po’, troietta, ma è questo il modo…»

«Non scocciarmi, Jim.»

Lui vide rosso. Il suo mondo dorato era crollato in trenta secondi, probabilmente sarebbe andato in galera e tutte le sue proprietà sarebbero state confiscate e quella piccola puttana, appena odorata un po’ di difficoltà, lo piantava così, da un momento all’altro?

Senza pensare afferrò una mazza da baseball dalla sacca poggiata all’armadio e la calò con tutta la forza di cui disponeva sulla nuca bionda. L’asta di metallo affondò con uno scricchiolio nel cuoio capelluto di un paio di pollici e lei cadde a faccia in giù sul tappeto, con un’unica esclamazione di fanciullesca sorpresa.

Jim rimase di sasso. Nella sua carriera era stato un estorsore, un corruttore, un imprenditore privo di scrupoli ed un evasore, ma mai un assassino. Lasciò andare la mazza, che rimase conficcata nella testa della ragazza, e sentì lo stomaco rivoltarglisi.

Cosa ho fatto? Cosa cazzo ho fatto? Anche omicidio! Quelli mi sbattono dentro e buttano via la chiave!

Il corpo fu scosso da uno spasmo e lui raggelò. Cos’era stato? Forse uno di quei riflessi posmorti, certo, ne aveva sentito parlare. Cos’erano più? Spasmi involontari dei muscoli dopo la morte, scariche di corrente impazzite che li mettevano in funzione, ma il cervello era andato, il cuore si era fermato. O forse no?

Forse non è morta!

Si chinò su di lei e la rivoltò sulla schiena, facendo attenzione che non toccasse a terra con l’asta. Le cercò le pulsazioni nel collo, goffamente, come aveva visto fare nei film, ma non la sentì.

Cazzo cazzo cazzo cazzo!

Il volto della ragazza ebbe un altro spasmo ed uno degli occhi si spalancò. Era opaco, l’azzurro velato, ma era indubbio che lo stesse osservando, vivo.

«Sei viva!» esclamò lui con voce rotta, sentendo il calendario nella sua mente che perdeva qualche anno sotto la voce “galera”.

Lei contorse la bocca e stirò le labbra, come in una parodia di sorriso.

Devo averle fottuto qualcosa nella testa, fu l’ultimo pensiero coerente di Jim. Quindi la ragazza fece scattare la testa verso di lui, la bocca spalancata, e lo azzannò al volto, raschiandogli l’arcata sopraccigliare con i denti, strappandogli un brandello di naso e di labbra, lacerandogli la pelle e la carne su zigomo e guancia.

Jim urlò. La ragazza masticò giusto un paio di volte, deglutì e morse ancora. E ancora.

Essere il giardiniere dell’albergo non sarebbe stato così male, se non fosse stato per gli ospiti. C’erano centinaia e centinaia di metri quadri di aiuole e prati, esclusi i campi da golf – che non erano di sua competenza – ed un unico inserviente addetto: lui. All’esterno del  St. Kitts Marriott tutto ciò che era verde, dotato di foglie, petali o spine era di sua competenza. Non dovevano esserci piante secche o con appendici marcite o morte, fiori flosci, erbacce nelle aiuole, parassiti sulle rose, inestetiche foglie sui vialetti, i rami degli alberi dovevano essere potati se si avvicinavano a più di quattro metri dalle pareti dell’albergo e tutto doveva essere annaffiato, cosparso di diserbante e così via. Per un solo uomo, benché esperto come lui, un simile cumulo di compiti era sufficiente ad impegnarlo per almeno dodici ore al giorno, spesso condite da due o tre di straordinari. Era una faticaccia, ma ad Esteban piacevano le piante molto più delle persone e la paga era buona. Le ferie ammontavano a tre settimane l’anno e lui le conservava gelosamente, concedendosene una ogni quattro mesi, interamente da trascorrersi a casa, a Torreòn.

C’erano due soli lati negativi in quel mestiere: i clienti ed il supervisore.

I clienti erano una vera scocciatura, perchè si irritavano ad averlo intorno mentre passeggiavano tra le aiuole o sedevano sulle panchine sparpagliate tra i roseti ed i filari di alberi, ma lui non poteva certo aspettare che non ci fosse alcuno – il che non capitava mai – per fare il suo lavoro. Spesso gli erano arrivate lamentele dalla direzione, avanzate da clienti che “non capivano perchè quel messicano dovesse stare sempre tra i piedi”. I peggiori erano i figli dei ricchi, bambini viziati e maleducati che lo sbeffeggiavano perchè non era un bianco e perchè era umile, uno che lavorava nella terra.

Il suo supervisore, invece, Andy Becks, era semplicemente un bastardo. Siccome il suo compito specifico era “responsabile del personale” la sua unica incombenza, anche se Esteban ammetteva non dovesse essere semplice, era andarsene tutto il giorno in giro a controllare che i dipendenti stessero lavorando come si deve, che stessero rispettando le consegne, che non oziassero, non si distraessero, non sottraessero proprietà dell’albergo o dei clienti e così via. Il problema di Andy Becks, a parte quello di essere un rottinculo, era l’essere razzista. Il che lo portava, naturalmente, a molestare con particolare insistenza lui ed alcuni altri inservienti di colore dell’albergo, cercando ogni pretesto per richiamarli o per creare loro dei problemi.

Mentre era immerso nei propri pensieri, intento a gettare in un bidone le foglie delle piante più sensibili, bruciacchiate dall’improvviso caldo, sentì un urlo. Si riscosse, rendendosi conto dell’ora avanzata – aveva di nuovo fatto gli straordinari senza rendersene conto, colpa dell’illuminazione artificiale – e guardò verso l’alto. Gli era parso che provenisse dal terzo piano e che fosse maschile.

Lì per lì rimase indeciso se andare a controllare o meno, ma con una scossa di spalle si avviò col secchio verso il capanno degli attrezzi. Gli era stato ripetuto più volte di non entrare nell’albergo in tenuta da lavoro e lui avrebbe obbedito. Che se ne preoccupassero gli inservienti addetti alle camere.

Pensò a Cindy, cui aveva chiesto di uscire quella mattina. Era un’afroamericana alta e avvenente, dalla pelle così scura da parere nera, di soli ventisei anni. Lui ne aveva trentadue e la trovava semplicemente troppo bella da guardare. Anche quando era in tenuta da addetta alle pulizie, se la fissava troppo a lungo sentiva bruciare gli occhi, come fosse stata rovente. Lei non aveva risposto negativamente o positivamente e se era arrossita sarebbe stato impossibile da giudicare, dato il colore della pelle, ma gli aveva dato una speranza. “Io smonto alle undici” aveva semplicemente detto.

Estrasse il cellulare di tasca ed attivò lo schermo in standby: le dieci e quaranta. Diavolo, tre ore di straordinario! Doveva stare attento o gli sarebbe arrivata un’altra lavata di capo da Becks, che lo accusava di fare di proposito tutto quell’extra per guadagnarci su mentre, in realtà, con tutto il tempo che trascorreva lì non avrebbe avuto necessità di rimanere più a lungo del normale. Il fatto era che Becks aveva ragione, ma sbagliava su una cosa: non lo faceva di proposito. Semplicemente si astraeva, pensava ad altro, si incantava ad ascoltare la musica nelle cuffiette ed il tempo scorreva, silenzioso, in punta di piedi, senza farsi notare da lui.

Aprì la porta del capanno degli attrezzi, di cui aveva solamente lui la chiave, vi ripose gli attrezzi, trascinò il bidone sul vialetto sino a quelli della raccolta dell’umido e lo svuotò, lo riportò al capanno e infine chiuse il lucchetto. Aveva solamente dieci minuti, forse un quarto d’ora prima che la ragazza smontasse dal turno, per rendersi presentabile dopo una giornata di lavoro.

Mentre Esteban correva verso lo spogliatoio, sul retro dell’albergo, Cindy – che contava i minuti rimanenti alla fine del turno – si trovava a pochi metri dalla camera dove Jim aveva ucciso la bionda e ne era stato a sua volta attaccato. Gli rimaneva solamente quella stanza da sistemare e dieci minuti sarebbero bastati. Sapeva che i due occupanti avrebbero dovuto trovarsi in piscina, perchè gli era stato segnalato così dal supervisore solo un’ora prima, ma da prassi bussò con forza alla porta.

Aspettò qualche secondo, bussò ancora e rimase in ascolto. Niente. Estrasse quindi il passepartout, lo inserì nella serratura e la fece scattare con lentezza appositamente, in modo da dare un ultimo eventuale segnale ad occupanti imprevisti.

La porta si aprì e Cindy storse la bocca nel notare la luce accesa. Forse i due piccioncini erano effettivamente in camera e non l’avevano sentita? I suoi pensieri furono annichiliti dalla vista che le si presentò davanti.

Una donna, con indosso solamente la parte inferiore del costume da bagno, era china sul corpo immobile di un uomo. Cosa stesse facendo era impossibile da dire, a causa della tenda di capelli che cascavano sui due volti, ma tre cose erano evidenti: il sangue attorno a loro che impregnava il tappeto, una mazza da golf incastrata nel cranio della donna e un forte rumore di masticazione.

Al suo ingresso la bionda sollevò il volto verso di lei, rivelando un occhio semichiuso ed un unico velo di sangue che la inzaccherava completamente. La faccia dell’uomo sdraiato supino sotto di lei era un disastro privo di naso e labbra, con le guance, il mento e la fronte devastati dai denti.

La ragazza si alzò in piedi, scartò da un lato, come se una gamba le avesse ceduto, si assestò in posizione disarticolata e, con la testa che pendeva da un lato, sollevò un braccio verso di lei e mosse alcuni passi incerti. Cindy la guardò, incapace di trovare una reazione adeguata alla situazione.

«Porca puttana» disse semplicemente, quindi arretrò di nemmeno due passi e sbattè con forza la porta, che si bloccò automaticamente.

Per alcuni istanti attese che la ragazza – la cosa – aprisse e le se si avventasse contro. Si sentiva come avvitata al pavimento. Udì invece solo un lieve raschiare, poi nulla più. Solo allora il suo corpo parve sbloccarsi e riuscì ad arretrare ancora, andando a cozzare contro il carrello delle pulizie. Gli addetti alle pulizie non avevano i walkie talkie, ma le pareva impossibile riuscire a raggiungere la hall per parlare con Becks o qualcun altro. Fece quindi l’unica cosa che le venne in mente. Estrasse il cellulare dal grembiule, scorse in rubrica i numeri e trovò quello di Esteban, quindi premette il tasto di chiamata.

Pietro Soman


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