Zombie Jihad – capitolo 6

di Massimiliano Foschi


Laboratorio di ricerca e sviluppo

Livello cinque

 

Samir osserva gli infetti invadere il corridoio centrale.

Tutti e cinquanta.

Da come si muovono sembra che abbiano qualche problema di equilibrio. Ma poco alla volta i loro passi si fanno più sicuri. Più veloci.

“Stanno imparando” pensa Samir.

Imparano in fretta.

C’è una melodia di fondo. È qualcosa, una via di mezzo tra lamenti e grugniti primordiali. È il suono che emettono.

È il rumore dei morti.

Samir controlla l’orologio. Tra poco se tutto va secondo i suoi piani la maledetta russa sarà qui. È tempo di preparare il comitato di accoglienza.

Samir chiude la porta di ingresso della sala controllo con la chiusura manuale.

In questo modo non potrà più essere aperta dall’interno. Poi aziona l’apertura delle porte della zona filtro incanalando gli infetti verso la sala autopsie.

Quando Roxana e i suoi arriveranno giù, quella sarà l’unica strada che potranno percorrere.

Solo che anche gli zombie dalla zona filtro arriveranno fin lì e lui, Samir, potrà godersi la scena dai monitor comodamente seduto sulla poltroncina girevole.  Ci sarà anche la possibilità di parlare e sentire ogni cosa grazie all’interfono.

Samir chiude gli occhi per un istante. Ritorna con la mente e il pensiero ai giorni della sua infanzia. Non una bella infanzia nel campo profughi nei pressi di Amman, Giordania. Tanta gente ammucchiata in una promiscuità che sapeva di marcio e sudore. Ma era pur sempre vita.

Fino al giorno in cui i suoi genitori decisero che ne avevano abbastanza di quella vita.

Era una notte di ottobre quando fuggirono dal campo. Miglia e miglia a piedi, camminando di notte e nascondendosi di giorno. Fino al confine con la Siria. Fino a quando furono intercettati da una pattuglia di soldati russi.

“Forze speciali” disse il padre di Samir, Spetnatz.

Samir ricorda come suo padre gli andò incontro, tranquillo, sorridente. Forse per chiedere del’acqua, forse soltanto per scambiare un saluto.

E come altrettanto sorridenti i soldati in mimetica ed anfibi aprirono il fuoco senza dire una sola parola.

Il padre di Samir restò lì, su quel deserto di sabbia e rocce.

Per sempre.

E lui, giovane e inesperto, giurò che un giorno quella gente avrebbe pagato caro il prezzo della loro barbarie. Ecco perchè odiava Roxana la rossa, il comandante delle forze speciali russe. Lei rappresentava, era il simbolo, di quegli uomini senza pietà e senza Dio che avevano ucciso suo padre molti anni prima. Senza dire una parola. Con il sorriso sulle labbra.

Quel giorno, il giorno della vendetta ora era arrivato.

Laboratorio di ricerca e sviluppo

Livello uno

L’intensità degli spari diminuisce.  Poi cessa. Definitivamente.

Il tenente Gordon si rende conto che i russi si sono ritirati. Non è rimasto più nessuno.  È il momento buono per tirarsi fuori di lì.

Tutto intorno la sala è devastata dalla battaglia.

Corpi sanguinanti giacciono a terra in mezzo a laghi di sangue scuro.

Ogni cosa intorno è distrutta. Vetri, schegge di legno e di intonaco ovunque.

Un principio di incendio in un angolo.

Dei russi non vi è più alcuna traccia a parte un paio di loro morti stecchiti con fori grossi come palle da tennis in fronte e nel torace, in cui il sangue inizia già a formare grossi coaguli.

“Questa storia non mi piace. Dove cazzo sono andati”.

Melissa Kher con l’M4 spianato, pronta a fare fuoco.

Jonas kershov, sergente maggiore della squadra beta si guarda intorno.

“Sono andati giù.  È l’unica strada. Dobbiamo scendere ragazzi!”.

Laboratorio di ricerca e sviluppo

Livello quattro

Benazir Saimar non era mai stato un uomo coraggioso.  Fin fa bambino aveva sempre evitato le risse di strada ricevendone in cambio lo scherno degli altri ragazzi.

Il suo unico vero interesse erano i libri.

E, infatti, aveva passato tutta la sua vita a studiare. Fino a diventare un ricercatore della prestigiosa facoltà di Scienze Biologiche dell’Università di Teheran.

No, decisamente Benazir non era mai stato coraggioso.

La decisione che prende, però, è una cosa che richiede una buona dose di coraggio.

Benazir ha capito quello che sta succedendo.

Sono sotto attacco.

E il motivo, l’obiettivo dei nemici, è uno solo: il risultato delle loro ricerche.

L’FDH 51.

Vogliono trafugarlo o peggio distruggerlo.

E lui deve impedirlo a tutti i costi.

I contractors russi sono validi, ma sa che non riusciranno ad opporsi agli americani ancora a lungo.

Resta solo una possibilità.

Fuggire dalla base con almeno un campione del farmaco.

Benazir sa che è una cosa pericolosa. Potrebbe essere colpito dal fuoco di entrambi.  O essere inseguito se dovessero scoprire che lui ha sottratto i campioni. Ma deve rischiare.

Si avvicina al grande contenitore blindato fissato al centro della saletta.

È una specie di pozzo in cui le fiale sono stoccate in una soluzione criogenica.

Esiste un codice alfanumerico per aprire il vetro blindato.

Ma lui ha quel codice.

Benazir digita sicuro sul tastierino, a fianco del pozzetto, e un istante dopo la serratura di sblocco scatta.

Attraverso il sistema a pinza meccanica preleva le dodici fiale contenenti un liquido oleoso di colore giallognolo. Con la massima attenzione le ripone all’interno della valigetta anch’essa blindata.

Ora deve soltanto andarsene da lì.

E l’unico modo per farlo è risalire fino al livello due dove è stata predisposta un’uscita un di emergenza.

Laboratorio di ricerca e sviluppo

Livello cinque

Il led rosso dell’ascensore si illumina quando arresta la discesa.

La voce metallica registrata annuncia senza empatia: “Livello cinque”.

Samir si scuote dai suoi pensieri.  Freme. Tra poco da quell’ascensore uscirà la troia russa con i suoi scagnozzi.  Se la ride.  Non vede l’ora di vedere le loro facce quando si accorgeranno del comitato di accoglienza.

Loro, gli infetti sono già lì.  Ad aspettarli.

Hanno quasi riempito la sala autopsie.

Tutti e cinquanta sono stati incanalati lì.

Il percorso è obbligato dalle varie porte aperte da Samir.

Lui li osserva aggirarsi senza sosta fra gli scaffali metallici e i tavoli da autopsia. Sembrano agitati.

Forse hanno una sorta di sesto senso. Forse hanno sentito l’odore dei vivi.

La porta dell’ascensore si apre.

Ci siamo.

Due figure in mimetica anfibi ed elmetti escono dell’ascensore. I fucili d’assalto AK spianati. Pronti al fuoco. Un uomo e una donna.

Samir si sporge verso il monitor per vedere meglio.  Mette a fuoco le immagini ma… ”Che cazzo….sono…”

Sono Ivan e Ylenia la puttana amante di Roxana.

Lei non c’è però.

“No, no, no” pensa Samir.  Maledizione lei doveva esserci. Lui la voleva lì.

Ylenia avanza cauta seguita da Ivan.

Le porte della zona filtro sono aperte.

“Questa storia non mi piace.  Sembra tutto deserto qui sotto”.

Ivan indica le porte aperte e il corridoio davanti a loro che conduce alla sala autopsie.

“Andiamo avanti e vediamo di capire che cosa cazzo sta succedendo qui. Occhi aperti Ylenia”.

Lentamente i due militari si avvicinano alla porta che dà accesso alla sala autopsie.

Ivan Ratkov la spalanca di colpo. Entrano con i kalasnikov spianati.

E poi si bloccano.

Ghiacciati.

Impietriti da quello che vedono.

Ivan e Ylenia vengono anche investiti dall’odore. Odore di morte. Dolciastro. Odore di corpi in putrefazione.

I pazienti, tutti i pazienti infetti del quinto livello sono lì.

In quel preciso istante alla vista dei due soldati un unico terrificante grugnito esplode nella sala.

Le facce degli infetti si contraggono in un’espressione di ferocia e aggressività.

Volti contorti. Occhi vuoti. Spenti. Occhi di morti.

Morti …che camminano, però.

Poi, come in risposta ad un segnale convenuto, tutti e cinquanta iniziano a muoversi.  Verso di loro. Verso i vivi.

È un attimo. Un solo lunghissimo attimo di esitazione.

“Merda. ..” l’unico commento di Ivan prima di premere il grilletto.

Ylenia fa altrettanto.

Il fragore delle armi copre i grotteschi lamenti dell’esercito di zombie.

Una pioggia di proiettili blindati li investe.

I corpi di coloro che vengono colpiti sembrano danzare. Il ballo di un pazzo indemoniato.

Squarci e buchi grossi come palle da tennis si aprono dentro di loro.  Sangue nero come petrolio, sangue già coagulato schizza ovunque.

Arti si staccano e cadono a terra con un rumore di verdura marcia.

A un paio di loro vengono letteralmente scoperchiate le calotte craniche. Cervelli già in putrefazione cadono sul pavimento già viscido e coperto da un mare di sangue oleoso.

Poi i colpi dei due soldati russi improvvisamente finiscono. Tiro automatico.

Nel panico non hanno valutato bene. Bastano pochi secondi per svuotare un caricatore intero.

Solo che c’è un altro problema. Molto più grosso.

Di tutti gli infetti colpiti soltanto un paio sono rimasti a terra.

Tutti gli altri, anche chi ha perso gambe o braccia, continua ad avanzare. Anche coloro che dovrebbero essere morti. Nessuno può sopravvivere a una scarica di kalasnikov nel torace o nel ventre.

Nessuno, a meno che non sia già morto.

Quando Ivan e Ylenia si rendono conto di questo è già troppo tardi. Nello spazio ristretto della sala autopsie si accorgono di essere stati circondati.

Ylenia non si accorge di averne dietro uno a pochi centimetri da lei. Se ne rende conto quando un dolore terribile le incendia la spalla destra. Un dolore atroce, come di olio bollente gettato su una ferita aperta. Unito a un orrendo rumore di stoffa e tessuti muscolari che vengono lacerati.

Ylenia si volta d’istinto urlando come un’indemoniata. Vede uno dei pazienti che mastica. Mastica pelle e muscolo sanguinante e pezzi di stoffa della sua uniforme. Al posto della sua spalla destra è rimasto una profonda voragine da cui zampilla sangue arterioso e venoso.

Urla di dolore e di rabbia.

Estrae la pistola dalla fondina al suo fianco, una Makarov ultimo modello, e spara direttamente in faccia alla cosa che si sta mangiando un pezzo del suo corpo.

La cosa, il mostro, il morto vivente, va giù. E ci resta.

“Alla testa cazzo gli dobbiamo sparare alla testa!”

è l’urlo di Ivan che capisce, un attimo prima di essere aggredito da due di loro. Uno gli artiglia la testa, con le mani da dietro, affondando dita morte direttamente nei suoi occhi.

Bulbi oculari estratti. Strappati dalla loro sede in modo così rapido da sembrare quasi naturale.

Denti invece si chiudono sulla sua mano sinistra tranciandogli di netto quattro dita fino al metacarpo in una serie di coreografici schizzi di sangue rosso vivo. Un terzo lo azzanna direttamente alla gola strappandogli via laringe ed esofago.

Ivan Ratkof, il soldato reduce dalla prima e seconda guerra in Cecenia, smette di lottare.

Si accascia lentamente immerso nel suo stesso sangue mentre il resto dei morti, ormai sovraeccitati dall’odore dei corpi vivi e dal sangue, gli si gettano sopra come belve fameliche.

Samir vede tutto questo dalla sua postazione.

Le immagini che sono trasmesse dai monitor della sala controllo vanno al di là di ogni peggiore immaginazione.

Eccolo dunque l’inferno.

L’orrore puro che si sta materializzando. Nemmeno lui riesce a crederci. Nemmeno lui poteva immaginare tanta furia, tanto orrore.

Fa ancora in tempo a vedere Ylenia sparare alla testa ad altri due infetti prima che uno di loro, uno con le gambe tranciate trascinatosi fino a lei, la afferri dalla cintura della mimetica e la trascini a terra.

Un istante dopo un numero indefinito di loro le si getta addosso sommergendola. Mani e bocche artigliano il suo corpo, quel corpo che fino al giorno prima soltanto la rossa Roxana poteva permettersi di toccare.

Samir vede le sue gambe e le sue braccia che si agitano in modo spasmodico sotto il mare di corpi di zombie che ormai sono su di lei. Sente le sue urla, urla che ormai non hanno più nulla di umano. Urla che poco a poco si spengono. Fino a cessare del tutto. Sostituite da orrendi rumori di tessuti sintetici e tessuti umani lacerati. Strappati.

Quale è il rumore di un corpo umano fatto a pezzi?

Ora Samir lo conosce.

Un altro suono dell’inferno.

Massimiliano Foschi


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