La metamorfosi di F

La metamorfosi di F

Un ambiente scarno e fatiscente mi annebbiava completamente la vista fino a sconvolgere quasi del tutto il mio essere. Non era il mio mondo, non lo sarebbe più stato. Discendendo da quella scoscesa altura ormai arida e bruciata mi diressi con passo fluttuante in quel luogo degradante e funereo, mi avvicinai pian piano a ciò che rimaneva di quel magnifico specchio d’acqua nel quale ogni giorno vedevo continuamente riflesso il mio acerbo e blando aspetto, che adesso stava drasticamente mutando del tutto. La mia vera natura si stava lentamente dissolvendo giorno dopo giorno. Era successo tutto così, improvvisamente…

Quel dì mi trovavo sulle rive del lago Ilef, un bacino limpido e brillante per via dei ciottoli blu zaffiro che ne cospargevano il fondale; come accadeva di rado, solo in primavera, ero intenta a raccogliere delle erbe mediche che crescevano sulle sponde della pozza d’acqua. Il mio compito era quello di salvaguardare Eriland, con tutte le creature che magicamente la popolavano. Mi chiamavo Meralyn, figlia della regina Selenyae e fata dell’acqua. Ero stata concepita con un essere umano. In un passato remoto, non so se fu solo un caso, ci fu una violenta tempesta che riportò sulle nostre rive parecchi detriti navali, ma non solo quelli…

Mia madre passeggiava tranquillamente con fare leggiadro, calpestando delicatamente il terreno su cui si muoveva, quando vide improvvisamente in lontananza una sagoma esanime adagiata tra i gigli selvatici che contornavano ogni spazio lussureggiante di tutta l’isola. Con un misto di curiosità e paura si avvicinò.

Ciò che vide le allettò totalmente il cuore e l’animo, quell’essere che giaceva tramortito possedeva una bellezza fuori dal comune; i tratti del suo viso erano ben squadrati, le guance e il mento erano delicatamente tinteggiati da una leggera peluria color rame che richiamava ad un incarnato pallido e lattiginoso. Con sguardo cospicuo studiò il corpo inerme dell’individuo, finché si accorse di una sanguinolenta ferita al costato; con tutta la forza posseduta nelle sue grandi ali sollevò da terra quell’imponente massa e si librò in volo. Volando sempre più velocemente si diresse nella parte più fitta della foresta, ritrovandosi in quel piccolo angolo di mondo, un’oasi tranquilla di pace e serenità dove sorgeva il castello del regno di Eriland …

Il sole stava quasi per tramontare sull’isola. Con fare dinamico trascinò l’uomo ferito nella sua stanza stendendolo delicatamente sul letto, poi afferrò il suo portagioie intagliato finemente in legno di baobab, aprendolo ne estrasse una piccola ampolla in madreperla dalla quale fuoriuscì una sostanza verdognola e dall’odore pungente che Selenyae usò per ungere dolcemente sulla ferita del dormiente; dopodiché lo fasciò per bene, ma improvvisamente fu scossa da un terribile dubbio…

E se l’uomo che aveva egoisticamente salvato fosse in realtà morto?

Come mai dopo tutto quel tempo non si era ancora svegliato?

Con un senso di terrore improvviso adagiò il suo orecchio appuntito sul petto del giovane uomo, dopo qualche frazione di secondo cominciò a udire il suo cuore palpitante e allora le fu tutto chiaro…

Era vivo e vegeto, le sue membra erano bollenti e trepidanti; come spaventata da quell’intensa energia, Selenyae si allontanò bruscamente dall’uomo.

Le fate non erano creature a sangue caldo, il loro essere era costituito da una sostanza impalpabile che scorreva nelle loro vene. Gelide ma conturbanti se ne stavano nascoste tra i boschi in cerca di frutti selvatici di cui cibarsi, di erbe curative per medicare gli animali feriti; ma amavano anche danzare sinuosamente e suonare il flauto di Pan, divinità greca dalle sembianze di fauno.

Improvvisamente si udì un rantolo diffondersi in tutta la stanza, l’uomo cercò inevitabilmente di mettersi in piedi, ma un urlo lacerante fuoriuscì dalle sue labbra.

La creatura fatata si approssimò, svolazzando intorno all’uomo; egli vedendo quell’immagine così luminescente ed eterea ne rimase fantasticamente stregato, si sfregò incessantemente gli occhi, ma nulla. Lei era ancora lì che lo osservava con sguardo indiscreto. “Cosa vedono i miei occhi, sono forse sotto l’influsso di qualche sostanza oppiacea?” esclamò confusamente l’umano. “Niente affatto” rispose la principessa degli elfi. “Io sono tutto ciò che vedi, mi chiamo Selenyae protettrice della fauna lacustre e principessa del regno di Eriland, area in cui ti trovi adesso”.

“Come ci sono finito nel tuo mondo?” chiese con enfasi lo straniero.

“Ti ho trovato moribondo sulle nostre rive; ti ho medicato la ferita al costato con un miscuglio di erbe emollienti e cicatrizzanti”.

“Mi hai prontamente salvato la vita, hai dato una nuova speranza al mio popolo. Io sono Gavin re di Kilkenny regno d’Irlanda. Sono stato colpito violentemente da una freccia dell’esercito elfico, ma adesso sono qui; non sono più in pericolo e nemmeno solo, ma con un angelo fatato”.

I loro occhi fulgidi si avvicinarono sempre più, finché una voce dal tono grave attrasse l’attenzione di entrambi, era il re Almedin che richiamava a gran voce la sua primogenita…

“Devi nasconderti e subito, mio padre non può assolutamente trovarti qui. Lui prova astio nei confronti del tuo popolo, a causa dei continui conflitti”.

Con delicatezza Selenyae aiutò il cavaliere a rimettersi in piedi, sostenendolo lo condusse nel rifugio segreto dietro la libreria.

“Rimani qui in silenzio. Appena terminerò di cenare ti porterò qualcosa di nutriente da mangiare così da rimetterti in forze”.

Arrivata nella sala da pranzo si sedette al tavolo accanto al padre e silenziosamente trangugiò la cena. Si alzò prontamente da tavola e stava per andarsene, quando suo padre con tono zelante la bloccò. “Dove vai così di fretta tesoro?”

“Padre, è che stasera mi sento davvero esausta, ho avuto una lunga giornata”.

“Allora riposa bene figlia mia, domani ti attende una lunga e giubilante giornata”.

Tristemente si diresse al nascondiglio portando con sé un po’ di pane e un piatto di zuppa. Trovò Kilkenny che l’attendeva con trepidazione: la afferrò per la vita stringendola a sé e facendole cadere tutte le cibarie, dopodiché accarezzandole il viso le suggellò un tiepido bacio sulle labbra. Lei sentì un brivido dentro, qualcosa di immane e misterioso, una sensazione mai provata; lei rispose con impeto a quel bacio eterno e si sciolse tra le braccia del suo uomo. La mattina seguente si svegliarono l’uno accanto all’altra, i loro occhi si incrociarono appena svegli e le loro bocche non ancora sazie si riavvicinarono, inaugurando un nuovo e speranzoso dì.

Selenyae si era completamente dimenticata del suo improrogabile obbligo reale: doveva essere presentata al vicino regno di Ithilien. Suo padre molti anni prima, aveva già deciso a chi darla in sposa. Con la malinconia nel cuore ed un impalpabile velo di tristezza davanti ai propri occhi, la principessa si destò velocemente dal talamo in cui ancora giaceva beatamente assopito il suo cavaliere.

Si sistemò dinanzi lo specchio ed iniziò a pettinare la sua lunga chioma corvina, i suoi occhi riflettevano il colore del cielo al mattino, erano di un azzurro intenso e brillante. Indossò l’abito nuovo che era stato confezionato per l’occasione; una stoffa color verde smeraldo ornata da dei bordini oro le avvolgeva sinuosamente la silhouette fatata. Inaspettatamente l’uomo si svegliò e alzandosi andò a cingerle la vita con le sue braccia possenti, guardandola negli occhi notò quella patina angosciante che li affliggeva. “Perché sei triste amore mio?”

“Io sono felice perché finalmente ti ho trovata e adesso fuggiremo via. Ti porterò nel mio regno e diventerai mia moglie. Non mi importa se sei una fata, io ti trovo incantevole e la nostra unione non può che essere qualcosa di magico, eterno e indissolubile”.

Con le lacrime che le lambivano il volto candido rispose: “Il nostro è un amore proibito, oscuro. Le nostre specie sono in guerra da secoli, verremmo uccisi per alto tradimento. Devi andar via adesso, non c’è tempo. Tra poco mio padre verrà a prelevarmi perché sono già promessa in sposa al reale di un regno vicino”.

Egli scrutandola attentamente le rispose: “Non puoi assolutamente sposarlo, le nostre anime sono unite l’una all’altra da un destino remoto e segnato da secoli. Aspettami, all’alba del terzo giorno attendimi sulla riva dove mi hai trovato, io verrò a prenderti e finalmente niente potrà più dividerci”.

Queste furono le sue ultime parole, dopodiché entrambi sgattaiolarono fuori dal castello e, arrivati in prossimità della spiaggia, mia madre, attraverso un incantesimo ereditato dall’antico potere delle sacre Rune, riuscì a creare un’imbarcazione. Kilkenny diede un ultimo bacio alla sua amata e con fare impacciato salì sulla barca e sempre più velocemente si allontanò dall’orizzonte. Seleneyae lo attese speranzosa e col cuore colmo d’amore per giorni e giorni, ma lui non tornò mai più…

Infine arrivò il giorno del suo matrimonio forzato. Lei non amava quell’essere meschino e spavaldo che stava per sposare, ma ciò era il volere di suo padre, per il bene del suo popolo dovevano unire le due casate più importanti della stirpe elfica.

Lei continuava a non perdere le speranze, ogni giorno all’alba, teneva i suoi occhi piantati sull’orizzonte.

Un giorno mentre suo marito era via per questioni politiche e lei era sola nella sua stanza, improvvisamente ebbe un violento capogiro e perse i sensi. Al suo risveglio si sentì falotica e debole, ma con una gioia incontenibile che le rischiarava il suo animo triste comprese tutto. Dentro di sé stava crescendo una nuova vita, qualcosa di unico, il frutto di un amore casto e sincero. Si gettò sul letto e cominciò a piangere, un pianto misto di tristezza e felicità; ma come avrebbe fatto a mascherare il tutto, soprattutto quando sarebbe arrivato il momento di dare alla luce la piccola creatura?!

 Passarono i mesi e la fata si debilitava sempre più, appariva scarna e debole, mentre la sua pancia continuava a crescere continuamente, ma lei abilmente riusciva a camuffare tutto ciò con abiti più slargati. Finché un giorno mentre era adagiata sulla roccia di un ruscello a pensare e ripensare tristemente al volto del suo amato, fu colpita da dei dolori lancinanti e capì che l’ora tanto attesa era giunta. Da sola e gettando urla strazianti che ricoprivano l’intera aria boschiva, riuscì a dare alla luce una splendida fata; ma nonostante quell’immensa gioia di madre, Selenyae si lasciò morire sul ciglio del rivolo. La piccola venne trovata per caso da una maga che la raccolse e la portò con sé, dandole il nome di Meralyn, la fata delle acque…

Ed eccomi qui adesso, mentre il mio mondo fatato sta andando in frantumi ed io non sono più quella di prima. La mia parte umana sta per erompere con tutte le sue forze. Per molto tempo ho cercato rimedio a questa devastazione, ma con risultati nulli. La cattiveria dell’uomo, la sua mancanza di rispetto nei confronti della natura, la sua inimicizia col mio popolo, la sua inadempienza d’amore stanno spegnendo il mio universo. Io sto per diventare una di loro, un essere inanime e vuoto….

A lungo, speranzosa ho atteso l’arrivo di mio padre. Solo lui avrebbe potuto cambiare tutto, unire i nostri popoli e riportare l’armonia nel mio mondo. Ma non arriverà mai, ormai è tardi. Io non voglio assolutamente trasformarmi in una di loro. Con la paura nel cuore e la voglia di andarmene per sempre, decido di farla finita, prima che sia troppo tardi…

Allora afferro con tenacia il mio pugnale e con un gesto deciso recido le mie ali splendenti e aggraziate. Con l’anima straziata mi lascio lentamente spegnere…

Improvvisamente qualcosa mi solleva teneramente da terra, io spalanco i miei occhi ed ecco che lo vedo. Barba incolta e capelli lunghi e dello stesso colore dei miei.

“Padre, allora sei vivo. La mamma ti ha atteso per anni, ma tu non sei mai tornato indietro. Il mio mondo come vedi sta andando in frantumi ed io mi sto trasformando in un’umana, ma non voglio”.

“Non ce ne sarà di bisogno figlia mia, perché adesso io sono qui per salvarti. Sulla via del ritorno il canto di una sirena aveva sviato i miei sensi e trascinato via, ma sono stato liberato da una maga che magicamente mi ha riportato qui avvertendomi del pericolo e raccontandomi tutto.

Ma adesso dobbiamo sbrigarci, in fretta, prima che sia troppo tardi”.

Con agilità si tuffò in acqua e raccolse una strana pietra che portò al mio cospetto. “Adesso tocca a te figlia mia, tu sei la fata dominatrice dell’acqua, solo tu puoi salvare questo universo.

Come spinta da una forza invisibile, stringendo al mio petto la pietra azzurra, recitai una formula a me sconosciuta ed improvvisamente il mio mondo tornò ad essere vivo e lussureggiante. Ogni cosa aveva ripreso vita, anche la più piccola delle creature. Le mie ali erano tornate magicamente al proprio posto e mio padre si era trasformato incredibilmente in un essere fatato… Entrambi avremmo regnato su Eriland per sempre…

Marika Mendolia

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