Pied-à-terre – sedicesima parte

Fughe

Ho scelto di fuggire da quelle luci blu, consapevolmente me la sono fatta addosso, ho temuto di essere messo sotto torchio, di essere spremuto come un pompelmo e buttato in una gabbia come una scimmia nell’attesa di sperimentare la giustizia.

Sono stato l’ultimo ad uscire da quell’abitazione. Carlo e sua madre probabilmente sono ormai ossa friabili. Dati alle fiamme, arsi vivi per un perverso gioco di ritorsione. Ho la netta sensazione che una manina bulla e cattiva abbia appiccato il fuoco, per vendetta. Li hanno cremati. La cremazione era già usata nell’antichità, il fuoco era inteso come agente purificatore, addirittura Patroclo fu arso dopo la celebre battaglia contro Ettore.

Carlo finalmente ha trovato la pace? Vorrei cospargerlo su un campo di calcio, l’unico luogo dove è stato un eroe. Che morte di merda, Carlo! Giuro che troverò gli autori del tuo assassinio con o senza l’aiuto di quei due scansafatiche dei fratelli Ballettieri. Di tua madre alla fine non me ne frega molto, ti aveva rincoglionito il cervello con quella pappina farmacologica che ti propinava da anni, ti aveva reso un pupazzo, più pazzo che pu.

Fuggire, fuggire per non perire. Quante volte scegliamo di scappare da sgradevoli situazioni, ricercando luoghi in cui ripararci per conciliare pacatamente i diavoli interiori col cuore. Con quale frequenza evitiamo accuratamente che le budella si contorcano, impedendo la somatizzazione delle fottute paure? C’è chi si dilegua da un amore perché ha subito un’inspiegabile vaginite, chi evade da un asfissiante luogo di lavoro perché oramai è stato attaccato da insopportabili allergie, chi si dilegua dalla famiglia perché la psoriasi gli sta mangiando la pelle, chi scappa dalla guerra per salvarsi le chiappe e infine c’è chi resiste, combatte e vince, e c’è chi lotta, contrasta e si abbatte o viene ucciso, eroe senza tempo e senza gloria.

Sto fuggendo perché paradossalmente ho deciso di resistere, scovare gli autori di questa atrocità rimanendo nel buio. Un ricercato che ricerca, non sarà facile acciuffarli e dio solo sa che cosa potrò compiere quando saranno ai miei piedi, bastardi!

E così mi voltai, dopo aver chiuso la porta del retro della casa dei miei, scrutai oltre il colonnato dell’entrata e intravidi l’auto con le luci blue, era il porchettaio che il martedì vende le sue frattaglie di carne e visceri proprio accanto a casa. Mi acquietai. La mattinata sarebbe stata lunga e pesante, riaprii l’uscio. Mia madre mi guardò come se fossi tornato dalla guerra:

«Mi sei mancato Nicola».

Nonna si snodò le gambe da sola, riuscì a sollevarsi dal sofà, recuperò la dentiera, se la infilò in bocca e aguzzando la vista, appoggiandosi con le mani su un tripode, proferì parole belligeranti:

«Ammazzali tutti Nicola, sono stati loro, quei luridi nanerottoli, a dare fuoco a quella mentecatta e al povero Carlo».

Nonna doveva ancora assumere la terapia mattutina.

Mi rivolsi a mamma e le raccontai per filo e per segno tutti gli accadimenti dei giorni precedenti, dell’aggressione, dei sospetti e delle azioni che intendevo intraprendere. Le confermai di voler agire nel buio, nella discrezionalità del non sapere dove fossi, dell’aiuto che mi avrebbero fornito i due ex becchini Nick e Matt Ballettieri e dell’intenzione di vendicare la morte di Carlo non le accennai.

Nella mia testa risuonava la vendetta, le trombe celtiche di Karnyx, il tamburo degli Arbegnuoc, il fiffaro delle giubbe rosse britanniche si mescolavano in maniera turbolenta, rimbombando nelle tempie, comprimendole contro l’osso sfenoide che dilatava le cavità orbitarie fino a strabuzzare gli occhi infuocati, giustizia fai da te.

«Mamma! Preparami una camomilla!» esclamai come un principe fantoccio che gioca a Risiko e mi adagiai sul divano in cerca di saldare i fili di un corto circuito sinaptico. Portai le mani alle tempie cercando disperatamente di bloccare il frastuono nel cervello, inspirai lungamente e infine piansi per Carlo.


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