Luna crescente

Era l’11 luglio 2016, l’aria era calda e profumata, la luna splendeva argentea in cielo. Uscii in giardino per rinfrescarmi un po’, in casa la calura di quell’estate palermitana si faceva sentire di più ed in aggiunta quella sera mi sentivo stranamente irrequieta.

Il cane mi guardava dal pavimento su cui era stravaccato, anche lui in cerca di refrigerio. Il suo sguardo sembrava dirmi che percepiva e condivideva il mio strano stato d’animo agitato. Mi piegai ad accarezzarlo e coccolarlo, cercando di trarre serenità dal contatto col suo corpicino morbido.

Ad un certo punto sollevai lo sguardo verso lo splendore lunare, c’era una luminosissima luna crescente quella sera e mentre la fissavo affascinata fui colpita da un’ondata di nostalgia che mi portò a ricordare i luoghi in cui ero cresciuta.

Vidi il mio paese, le serate con gli amici, i viaggi fino all’università in treno. Le emozioni, le gioie ed i ricordi mi sommersero all’improvviso ed il sorriso si allargò sul mio volto. Immagini di una giovane me, che, ansiosa ma piena di speranze, viaggiava da casa a Bari mi balenò molto chiara per un istante. Mi sembrava quasi di essere tornata là, di ritrovarmi seduta su quel convoglio pieno di gente mezza assonnata e vociante…

Poi l’immagine si ritirò… La luna crescente ritornò al suo posto ma il mio malumore era scomparso, perciò decisi che era ora di andare a dormire.

Feci rientrare il cane, spensi le luci, serrai la porta e mi buttai di slancio sul letto dalle lenzuola, finalmente, più fresche.

12 luglio 2016.

Mi alzai dal letto svegliata dall’uggiolio insistente del mio labrador. Che fatica svegliarsi presto per farla uscire, quando la notte non hai chiuso occhio per il caldo.

Sbuffai, mandai mentalmente a quel paese il mio maritino che mi aveva lasciata sola ad occuparmi di tutto e mi alzai per aprire la porta. Ormai ero sveglia e non mi sarei riaddormentata, non lo faccio mai, perciò accesi la tv e mi preparai il caffè…

La notizia mi giunse come un pugno allo stomaco, la tazzina del caffè si inclinò, mi scottai la mano col liquido bollente… un disastro.

I due treni accartocciati, le urla, i soccorsi, i morti, i feriti… un incidente ferroviario aveva dilaniato la calda e tranquilla campagna pugliese… Sogni, speranze, vite, tutto si fermò quel maledettissimo giorno di luglio.

I pensieri corsero veloci, rapidi come un treno in corsa lanciato verso la sua meta, i ricordi invasero nuovamente i miei pensieri, immagini, sensazioni, emozioni, mi immedesimai, quante volte avevo viaggiato come loro? Quanti di loro avevo incrociato, conosciuto, osservato? E ovviamente piansi… piansi per quei treni che non avrebbero più portato i loro passeggeri a raggiungere i propri sogni ed i propri cari…

Era il 12 luglio 2019, sbuffavo infastidita. Il treno che una volta percorreva la distanza dal mio paese a Bari in venti minuti circa, ora ci metteva quarantacinque minuti, se andava bene. E quel giorno non stava andando affatto bene. Eravamo fermi in mezzo al nulla già da dieci minuti e nessuno ci diceva il perché o quando saremmo ripartiti. Appoggiai la fronte accaldata al vetro freddo per l’aria condizionata e mi appisolai…

<<Signora?>> mi chiamò una voce, <<signora si svegli, siamo ripartiti>>.

Riaprii gli occhi di scatto. Guardai in cagnesco il volto sorridente dinanzi al mio. Se non eravamo giunti a destinazione per quale insano motivo uno sconosciuto fastidioso si stava permettendo di interrompere il mio sonno di bellezza? Si fa per dire…

La voglia di trafiggere il mio interlocutore svanì non appena misi meglio a fuoco il suo viso.

Era una ragazza dal volto dolce e disponibile ed il suo sorriso scacciò all’istante il malumore. Era chiaro che fosse troppo umanamente disponibile per essere mandata a quel paese con la mia tipica rudezza da astinenza da caffè.

Ricambiai il sorriso e cominciammo a chiacchierare, nell’attesa che il treno compisse l’ultima parte del suo viaggio.

Ovviamente ci furono altre fermate non previste e la conoscenza con quella giovane si dilungò fino a raggiunger un certo grado di confidenza che la portò a raccontarmi un po’ di sé stessa.

Stava andando in facoltà a seguire una lezione.

Le chiesi che studi avesse intrapreso e mi rispose che voleva diventare avvocato. Istantaneamente mi misi a ridere.

Lei rimase sorpresa e le spiegai quale fosse la mia esperienza in merito ma, non volendo scoraggiarla troppo le indorai la pillola, invitandola a proseguire comunque per la strada intrapresa con tenacia e volontà.

Mi faceva troppa tenerezza per aprirle gli occhi in maniera brutale dinanzi al suicidio lavorativo che aveva scelto di compiere.

E, comunque, un po’ mi identificavo in quella ragazzina di vent’anni con tanta luce battagliera nello sguardo ed il carattere solare. Mi ricordava troppo me stessa alla sua età…

Parlammo ancora dei suoi sogni, del suo fidanzato, delle mie esperienze. Eravamo così simili. Un po’ le invidiavo la spensieratezza e la voglia di fare, che forse io, da qualche tempo avevo smarrito. Mi augurai che per le lei le cose potessero andare come lei desiderava e che i suoi sogni potessero divenire realtà.

Io, in compenso, le raccontai com’era “ai miei tempi”.

Già solo usare quella espressione mi fece venire la pelle d’oca dandomi la sensazione di essere una signora di mezza età, ma erano, in effetti, già trascorsi quindici anni da quando anche io percorrevo in treno i chilometri che mi separavano dalla facoltà di giurisprudenza. E con i cambiamenti rapidi che ci sono oggigiorno, quindici anni rappresentano un tempo considerevole… Lei rise dei miei paragoni e della mia ironia, delle mille piccole disavventure e degli incontri strani, contagiandomi col suo buonumore.

Era proprio una ragazza deliziosa.

Finalmente, il viaggio della speranza giunse al termine, con oltre mezz’ora di ritardo. Ma avevo trascorso piacevolmente quel periodo di tempo in più per giungere a destinazione e in seguito ad uno strano e, poco consono al mio carattere, slancio di affabilità, chiesi alla ragazza se avrebbe gradito che ci scambiassimo i numeri di telefono. Così se avesse avuto bisogno di qualche consiglio avrebbe potuto contattarmi con serenità.

Il suo sguardo s’illuminò di riconoscenza e dopo un veloce saluto corse su per le scale mobili della stazione della Ferrotramviaria di Bari, per raggiungere finalmente la lezione di diritto penale a cui sarebbe arrivata con forte ritardo.

La salutai con la mano ed il sorriso ancora sulle labbra, poi ritornai alla mia quotidianità e dimenticai il viaggio, la ragazza ed i nostri discorsi…

Quella sera, verso mezzanotte circa, ero a letto e prima che spegnessi il cellulare mi giunse il suo messaggio.

Grazie per avermi tenuto compagnia oggi, non è facile trovare persone così disponibili e gentili sui treni, di questi tempi, sono tutti concentrati sui loro smartphone e nessuno ti guarda più negli occhi. Ed il tuo ricordo svanisce e sbiadisce finché di te non rimane più nulla…”.

Il suo messaggio mi sembrò strano e decisi di provare a chiamarla. Le parole che aveva usato mi avevano dato la sensazione che fosse un po’ giù di morale, magari aveva bisogno di chiacchierare un po’… il telefono non la raggiunse. Mi rispondeva sempre la voce registrata dell’operatore telefonico che mi diceva che l’utente non era raggiungibile. Decisi di risponderle con un messaggio generico in cui le dicevo che mi aveva fatto piacere conoscerla quella mattina e spensi il cellulare prima di mettermi a dormire.

L’indomani mattina, non appena accesi il telefono, mi arrivarono dieci avvisi di chiamate perse da quel numero. Decisi di far colazione prima di richiamare. Senza aver bevuto il mio caffè mattutino non mi sentivo di parlare a nessuno, nemmeno a me stessa. Persino mio marito evitava di dirmi qualunque cosa, prima che avessi assunto la mia dose giornaliera di caffeina. Sapeva quanto potesse essere pericoloso farlo…

Mentre sorbivo il secondo caffè della mattinata, gustandomi l’aroma forte e amaro della mia bevanda preferita, il cellulare prese a squillare.

Lo guardai di sbieco come si fa con una persona molesta, ma sbuffando decisi che potevo azzardarmi a rispondere. Dopotutto avevo il caffè in mano e lo stavo sorseggiando, perciò non c’era più pericolo che uccidessi qualcuno per avermi rivolto la parola.

<<Pronto>>, dissi schiarendomi la voce ancora roca.

<<Finalmente mi ha risposto!>>, mi aggredì una voce acuta dall’altra parte, facendomi sobbalzare. Per la sorpresa di quell’aggressione rovesciai un po’ del caffè dalla tazzina. Mio marito si girò a guardarmi con sguardo interrogativo.

<<Ma chi parla?>>, domandai non riconoscendo, in quel mezzo urlo strozzato, il tono della ragazza che avevo conosciuto il giorno prima, <<non sei Giulia, non…>>.

Non finii nemmeno la frase, <<certo, che non sono Giulia! Razza di carogna senza cuore! Non capisco come possiate fare questi scherzi tanto crudeli ad una madre addolorata…>> mi aggredì la voce all’altro capo del telefono, prima di scoppiare in singhiozzi convulsi.

Ero sconvolta e confusa e lanciai uno sguardo frustrato a mio marito che, nel frattempo, aveva smesso di spalmar la Nutella sulla fetta biscottata per guardarmi preoccupato.

<<Signora, mi scusi, ma non capisco…>>, provai di nuovo a dire.

<<Nessuno può capire!>>, esplose aumentando ancora di più il tono di voce che questa volte sentì anche mio marito, <<nessuno può capire quanto Giulia mi manchi ogni giorno e quanto male possano fare certe parole!>>

<<È successo qualcosa a Giulia?>>, chiesi improvvisamente allarmata.

<<La smetta di portare avanti questo scherzo! La smetta, la prego…>>, mi implorò piangendo a dirotto. Il caffè nella mia tazzina, intanto, si andava via via raffreddando, ma io la reggevo ancora in mano, troppo sconvolta per berlo o posarlo.

<<Giulia mi ha lasciata tre anni fa mentre andava all’università. È salita su quel maledettissimo treno e non è più tornata a casa!>>

La tazzina del caffè esplose con un fragore assordante, toccando il pavimento. Il liquido marrone schizzò ovunque ed il cane fece un salto indietro per evitare di essere colpito. Mio marito si voltò a guardarmi preoccupato. Il mio viso era terreo.

<<Giulia è…>>, mi interruppi per deglutire.

<<Giulia è morta! È morta! Mi ha lasciato nella disperazione tre anni fa e lei è molto crudele a fare scherzi telefonici ad una donna ormai distrutta. Si vergogni, si vergogni e non si permetta mai più di utilizzare questo numero o la denuncerò per molestie telefoniche…>> gridò la mamma di Giulia, prima di chiudere la chiamata.

Mentre guardavo il telefono ormai muto, come se avessi fissato un fantasma, mio marito mi si avvicinò tentando di farmi parlare. Ma io non ne ero in grado…

Avevo sognato? Mi ero appisolata in treno ed avevo sognato tutto? Poteva essere. Ma come si spiegava il fatto che avessi memorizzato sul cellulare il numero di Giulia?

Senza rispondere alle domande preoccupate di chi mi stava attorno mi precipitai al pc… volevo trovare tutte le notizie disponibili di quel giorno, per capire se magari avessi già conosciuto Giulia e non me lo ricordassi. Magari vedendo una sua foto mi sarei resa conto che non corrispondeva all’immagine del sogno e che invece si trattava di una ragazza che avevo incontrato in passato. Anche se non mi spiegavo come mai avessi rimosso ogni ricordo…

Rimasi attaccata al pc tutto il giorno cercando, leggendo e divorando ogni notizia di quel terribile incidente ferroviario di tre anni prima.

Trovai il nome di Giulia tra quello delle vittime. C’erano diverse sue foto e tutte le informazioni che la riguardavano.

Ogni dettaglio corrispondeva a ciò che sapevo di lei, ma… tutte quelle informazioni le avevo sognate perché le avevo lette da qualche parte per poi rimuovere tutto inconsapevolmente? No, non era possibile. Come avrei potuto avere il suo numero di telefono?

Ma non mi arrendevo all’alternativa, assolutamente assurda, che il mio cervello continuava a propormi… non poteva essere…

E poi trovai qualcosa…

Il messaggio che Giulia mi aveva scritto la sera prima… era là, ancora nella memoria del mio cellulare.

Mi sedetti sul letto sconvolta e chiamai mio marito per farglielo leggere. Lui mi si avvicinò e lesse ad alta voce il messaggio, che era là, reale, fisso, memorizzato… non poteva essere ignorato. In quel preciso istante giunse un nuovo messaggio…

“Vieni a trovarmi…”

Io e lui ci guardammo interdetti e dopo qualche istante i due messaggi, quello della sera prima e quello appena giunto, si cancellarono mentre noi li fissavamo scomparire parola per parola dalla memoria.

La mattina successiva fissavo la sua tomba, la foto di quella ragazza sorridente e piena di speranza mi fissava dalla lapide. Non potevo capacitarmi, lacrime di incredulità miste a dolore mi scorrevano sulle guance. Posai i fiori che avevo portato per lei sul marmo, il vaso accanto alla foto era già pieno di fiori freschi e colorati…

<<Ciao Giulia, mi dispiace che tu non abbia potuto realizzare il tuo sogno…>>, singhiozzai stringendo la mano di mio marito.

<<La chiameremo come lei…>>, mi sussurrò posandomi la mano sul ventre arrotondato.

Sorrisi fra le lacrime e annuii.

 In quel momento il cellulare squillò, era arrivato un nuovo messaggio…“Grazie… era ciò che speravo… lei realizzerà i miei sogni…”

Caterina Schiraldi

 


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