Il virus – capitolo 01

A sei mesi da un Natale qualsiasi, che qualsiasi non era, magico e surreale, mi ritrovavo immerso senza cognizione di tempo in una distesa di caldo e tranquillità. Era adesso la stagione più bella, quasi la più breve, quella che sembra precedere il cambiamento che porta inesorabilmente verso il fresco di un cammino che diviene inverno, diventa freddo, ossia un balzo dalla maturità più inebriante alla vecchiaia più desolante e rattrappita, e poi la solita veloce corsa verso la putrefazione, a meno che non si abbia la sfortuna o il dono di morire tutto d’un colpo, un giorno, per caso, senza stare a marcire attaccato a una macchina della salvezza, rinchiuso in un ospizio, o solo da qualche parte come un cane randagio e malato che qualcuno nota stecchito per strada, puzzolente e inutile, abbandonato in qualche campagna a degradarsi lentamente o dilaniato da altri predatori che devono pur mangiare.
Ma ancora non era giunto quel tempo, e, cane o uomo che io fossi, me ne stavo a vivere e godere l’immobilità sotto un sole che riverberava da tutte le parti in una distesa tra sabbia e acqua.

La motonave battente bandiera olandese, almeno così dicevano le notizie che circolavano su giornali vari, ma poteva benissimo essere tedesca, era in rada da diversi giorni, circondata da motoscafi della guardia costiera, polizia e natanti di altra origine, tra i quali spiccava una barca a remi con tre individui in piedi, magri, tristi. Una donna, dal corpo di una morta vivente peripatetica, strillava con una bocca carnosa e lasciva ingoiando la protuberanza di un megafono di plastica sbiadita.
Si diceva che la nave, a volte sembrava una specie di veliero, fosse stracarica di immigrati, o di esseri umani salvati da qualche parte nel Mediterraneo, forse vicino alla Tunisia, o in un altro tratto di mare africano, di cui a me sinceramente poco importava; non era un problema mio, e neanche me lo sarei mai posto. Se uno va per mare o per vette, se annega o precipita è un fatto che riguarda lui, non me.
Ogni tanto mi buttavo in acqua, nuotavo, e poi di nuovo al sole a rilassarmi tirando qualche boccata da una pipa in radica di erica. Gli animalisti sulla barchetta, o personaggi in cerca di pubblicità, con facce da politici, avevano tentato di salire a bordo, però la stretta vigilanza allo scafo aveva impedito che ciò accadesse. L’imbarcazione era “blindata”, e nessuno poteva accedervi o scendere. Era in una morsa simile a una quarantena.
Di fianco a me marito e moglie non troppi decrepiti e neanche giovani, sulla sessantina, confabulavano ironicamente sul “contenuto” di quella nave. Dicevano che nella stiva ci fosse un carico straordinario di insalata andata a male, forse contaminata, che numerosi topi di enorme stazza avessero infestato e divorato l’equipaggio. La nave quindi era ancorata seppure senza alcun tipo di governo, girava attorno a se stessa in un cerchio senza fine.
Incuriosito da questo racconto, presi dallo zaino il solito binocolo, che portavo sempre appresso, lo puntai verso il battello e scrutai, prima con movimenti rapidi, poi con più lentezza e attenzione, da prua a poppa. Non vidi un solo essere vivente. Rimisi il binocolo nel sacco verde e andai a farmi un bagno nel mare immobile, nuotando tra tanta gente che affollava i primi venti metri di quello specchio che ristorava e accecava col suo barbaglio. Ogni tanto guardavo in direzione della nave, ma la situazione sembrava statica.
A un certo momento udii degli spari provenire da quel raggruppamento di scafi. Diversi bagnanti ebbero la mia stessa percezione, ma a quella distanza non si scorgevano movimenti intellegibili. Abbastanza velocemente riguadagnai la riva, e corsi sulla spiaggia di sabbia bollente verso l’ombrellone. Estrassi nuovamente il binocolo dallo zaino e osservai la nave. Qualcosa laggiù era mutato.

Vedevo il fare concitato della polizia che si affannava ad abbordare il vascello, ma un non so che di celato glielo impediva. Osservai con attenzione lo scafo e vidi una mostruosità nella cabina di prua. Dai larghi vetri si intravvedeva un essere enorme, scuro, anzi nero, probabilmente un gorilla, o una scimmia antropomorfa, che divorava il collo di una ragazza, o la baciava, forse un’operatrice umanitaria o di altro genere, una cretina qualsiasi, una bellezza del nord dell’Europa, tenendola per i lunghi capelli biondi. I militari cominciarono a sparare contro l’esterno della plancia di comando, senza colpire le vetrate, per non uccidere la donna. Ma ormai era troppo tardi, e tutti lo comprendemmo quando la bestia sfondò le vetrate col corpo della ragazza che finì in mare. A quel punto il gorilla si affacciò al parapetto, grugnì ed emise suoni terribili, i gridi di una bestia vittoriosa: sembrava un uomo.

Raccontai quello strazio ai miei vicini di ombrellone, e confabulando capimmo che un episodio atroce era accaduto sulla nave ancor prima di quella agghiacciante scena. Una tranquillità vaga e carica di attesa aveva preceduto l’evento, e adesso un silenzio primordiale sovrastava quello scorcio di mare, diffondendo una quiete inerte che doveva esplodere da lì a poco.
La nostra discussione fu troncata dal rumore dei motori delle motovedette della guardia costiera che si erano accesi all’unisono, e che velocemente insieme alle altre imbarcazioni si distanziavano dalla nave. Un fremito agghiacciante iniziò a scorrermi nelle vene, mi alzai e continuai ad osservare e ad attendere gli eventi che laggiù si svolgevano. Un dubbio cupo e improvviso mi sconvolse: “perché la polizia non era salita a bordo per abbattere lo scimmione?!”. Sulla nave c’era sicuramente qualcosa che impediva di mettervi piede.
Fui interrotto nei miei pensieri da un elicottero che proveniva dall’entroterra, sorvolava la spiaggia, scendeva di quota e intimava con un megafono di abbandonare l’arenile, poi volò verso la nave. Fra i bagnanti si creò uno scompiglio irrefrenabile che divenne in pochi secondi un caos inarrestabile. Ci dirigemmo verso la strettoia che costeggia il lido riservato al personale dell’aeronautica, per raggiungere il parcheggio che dista poche centinaia di metri dal punto in cui avevo piantato l’ombrellone. Impiegai qualche minuto per percorrere quel breve tratto perché le ciabatte di gomma non mi davano la possibilità di correre come avrei voluto.
Finalmente ero arrivato all’auto, accesi il motore e scappai via senza por tempo in mezzo. Avevo la sensazione che gli eventi sarebbero divenuti ancora più eclatanti. Abbandonai quel posto, ma la mia lenta corsa sullo viottolo sterrato che si ricongiunge all’autostrada fu interrotta, ancora prima “della sua vista”, dal rumore fragoroso che proveniva da dietro il ponte che attraversa sopraelevato la via in quella campagna nei dintorni della località chiamata Eloro. Diverse jeep mi scorrevano a sinistra e infine apparve “lui”. Un carro armato si muoveva imponente e leggiadro, macinando polvere e pietre verso il punto da cui ero scappato.
Fermai l’auto all’ultima curva prima di un promontorio. La curiosità mi spinse a salire sul tettuccio per guardare ancora una volta l’imbarcazione. Scorsi il cingolato sulla spiaggia, piazzato contro la nave. La sorpresa, neanche tanto inattesa, fu il boato che il carro emise verso lo scafo, mentre l’abbatteva a cannonate che erano veri ruggiti; contemporaneamente la mitraglia piazzata sull’acciaio della corazza faceva scorrere il suo nastro come se mani invisibili scivolassero sulla tastiera di un pianoforte. Lo stupore si trasformò in orrore quando vidi lo scimmione che dall’albero di mezzana si tuffava in mare; qualche secondo dopo lo seguì una marea veloce e compatta che dal ponte di prua si inabissò in acqua per poi risalire a nuotare in superficie dietro quella creatura di stazza maggiore. Sembravano cani di colore nero, ma erano enormi topi ben pasciuti e muscolosi, e si dirigevano verso la spiaggia, come per concretizzare un’invasione già preordinata.
A quel punto avevo poco da pensare e da fare: ripartii verso la civiltà, cercando di frapporre una distanza di sicurezza da quegli eventi e da quei luoghi selvatici e primitivi. La fuga però fu interrotta dopo pochi chilometri, vicino al casello. Lì giacevano alcune vetture e uomini a terra probabilmente sbranati da qualche animale, almeno per quel che riuscivo a scorgere. Innestai la retromarcia e feci il percorso a ritroso, purtroppo così facendo sarei andato incontro allo scimmione coi topi al seguito. Con la jeep mi avvicinai a un tratto della carreggiata che costeggiava sullo stesso livello una trazzera. Col culo dell’auto sfondai lentamente e con attenzione il guard-rail immettendomi sulla strada di campagna.
Il navigatore non aveva la mappa di quelle stradine, per cui ben presto mi persi tra terreni smisurati, tra alberi, valli strette e profonde, e senza un termine. L’oscurità stava calando e mi sarei dovuto soffermare da qualche parte. La notte sarebbe stata calda e stellata, profumata da una brezza che già portava un effluvio di agrumi che abbondavano in quei poderi.
Dopo aver mangiato i due panini al salame e bevuto la birra calda che avevo nello zaino, mi appisolai sui sedili posteriori dell’auto in posizione fetale, tanto da lì a quell’ora non sarei potuto andare da nessuna parte, neanche a piedi.
Era notte inoltrata, quando per cambiare posizione e stiracchiarmi intravidi una fioca luce a un centinaio di metri da me. Forse laggiù c’era l’abitazione di un villico o di un contadino, ma non potevo esserne certo. Aprii lo sportello, non lo richiusi per non fare rumore e mi diressi verso quel riverbero, silenziosamente e attento, perché non sempre una luce è un ristoro o una salvezza.
Mentre mi avvicinavo, si cominciava a udire una litania, sembrava una preghiera, un salmo, in una lingua che non capivo, forse era arabo o un dialetto africano di una tribù qualsiasi.
Rallentai ancora il passo, rendendolo più felpato. Ero ormai a pochi metri, quando scorsi una radura, ma lo sbigottimento più spaventoso fu nel vedere il gorilla che leggeva un libro attorniato da ratti puzzolenti e sovradimensionati. Un fetore individuale di marciume esalava dal raggruppamento che formava un unico miasma. Guardando con attenzione compresi che lo scimmione peloso, antropomorfo, laido e spaventoso assomigliava in maniera stupefacente a un uomo, o così mi apparve. I topi erano in silenzio fanatico, ogni tanto squittivano per asserire o per assecondare un’imposizione trascendentale, un ammaestramento che si poteva annoverare al riverbero di un indottrinamento religioso, anche se vi si poteva congetturare un semplice e spontaneo assoggettamento al capo, o persino al libro della Verità che costui leggeva, declamando versi anacronistici e barbari. Il cipiglio dello scimmione era grave, solenne, autoritario, ispirava terrore e spandeva potenza. L’incredulità di quello spettacolo, o forse era un convegno di mostri, aumentò quando vidi sdraiata l’olandese ai piedi dell’animale. Non era morta, anzi appariva sorridente e in preda a un innalzamento spirituale e fisico tra l’estasi e l’appagamento mistico. Sembrava un uccello anseriforme ferito che si rianimava contemplando il trionfo di una qualche missione straordinaria. Ogni tanto sorrideva, felice poiché la sua quiddità aveva raggiunto un risultato eccelso. Semplici e naturali appagamenti interiori di una nullità. Sembrava un circo fatiscente medievale o postatomico, sicuramente sinistro, una ballata comica, dai risvolti tragici, con un personaggio surreale, derelitto, cattivissimo e truce nelle espressioni facciali, strillone e isterico, e soprattutto mediocre. Non vorrei mai essere salvato da un’anima così prostituita al proprio estremismo, da un’infida giovenca internazionale o da altre specie similari di fanatici del buonismo. Il pericolo dell’ospitalità è che viene spesso scambiata per accoglienza indiscriminata, tramutandosi da pregio a perversione nefasta e disgregatrice. Lo Stato è sempre una fortezza che protegge e racchiude un’etnia che deve essere salvaguardata da contaminazioni esterne spesso infettive e cancerogene. Una metastasi che va bombardata fin dalla sua prima manifestazione. Per garantire la conservazione della propria civiltà, occorre innalzare più muri, debellare ogni nascita di cosmopolitismo deleterio, sprangare i confini e respingere ogni approdo non autorizzato e controllato.
Sarei ritornato alla mia auto senza sprecare altro e restante tempo. Era infatti l’olandese ormai al sicuro, in manifesta esaltazione, in uno stato di ebbrezza meretrice, delirante tra le braccia o quasi del suo scimmione villoso che sbavava lerciume sulle pagine del misterioso libro.

La notte stava per volgere al termine, presto il chiarore del sole avrebbe illuminato la radura e gli agrumeti, avrebbe portato discernimento nella mente di uno che aveva assistito a uno spettacolo indecente e obbrobrioso. Ero stanco, annoiato, e pure circondato da esseri deformi.
Guardai l’alba che cominciava ad apparire, la luce della stella più bella mi manifestava una gioia immensa, fiori ed alberi risplendevano di vita all’intorno. Sentivo il rinnovamento della mia sublime superiorità accrescersi mentre percorrevo il campo che mi avrebbe riportato lontano da quella ridda.
Mi volsi un’ultima volta indietro, e proseguii verso il sole, standomene all’ombra.

Joe Oberhausen-Valdez

 


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