Racconto di Natale

Era l’undici dicembre in quel di Strasburgo, le luci di Natale scaldavano di colori vivaci l’aria gelida invernale. Si percepivano gli odori delle leccornie, dello zucchero caramellato e del vin brulè provenire dagli stand disposti per tutta piazza Gutenberg. Famiglie, turisti e bambini vocianti ed eccitati giravano per le strade affollate, allegri e ricolmi del più classico, frenetico e materialistico spirito Natalizio.

Nulla turbava, fino a quel momento, l’animo festoso e giocoso degli astanti.

Attorno alle ore venti di quel giorno stesso, questa atmosfera grondante letizia e contraddizioni fu brutalmente interrotta e squarciata da una raffica di colpi letali che sostituirono alla calda letizia Natalizia il freddo letale dell’odio.

Giornali e telegiornali, trasmissioni televisive, talk show, altisonanti dichiarazioni politiche e non, invasero la Francia, l’Europa e il mondo intero. I capi di ogni religione fecero i propri discorsi, condannando il gesto in sé ma, allo stesso tempo, continuando a tirare, ognuno, l’acqua al proprio mulino. Nonostante tutto, la paura serpeggiò in ogni dove, insieme al dolore per le cinque vittime, cadute a seguito dell’attentato terroristico di un fanatico musulmano. O per lo meno, questa fu la versione ufficiale propinata al mondo intero dai potenti del mondo.

Ma la realtà era ben più subdola, nascosta e strisciante.

L’undici dicembre 2018 il mondo cambiò definitivamente e mentre la gente si indignava per l’odio religioso, alzava barricate puntando il dito l’uno contro l’altro, difendendo il proprio osso come farebbero due cani rabbiosi, la morte avanzava inesorabile. Nell’ombra e nell’ignoranza.

I feriti dimessi dagli ospedali dopo pochi giorni dall’attentato, tornarono alle loro case, all’affetto dei loro cari. Pian piano si ripresero dallo shock e dallo stress post traumatico, ma qualcosa, in loro, era cambiato per sempre.

Il Natale giunse. Col suo bagaglio di cene di famiglia, scambi di baci, auguri e regali e presto l’orrore di quel giorno finì sullo sfondo. Obliato dall’urgenza della vita, dalla frenesia consumistica e dallo sperpero di cibo e denaro.

Il Pontefice, come ogni anno, fece la solita omelia Natalizia lanciando il suo messaggio di amore universale verso i propri fratelli. Lanciò un monito a tutti, ricordando che l’odio genera odio e che fraternità ed accoglienza erano, invece, la risposta. Invitò il mondo intero a mettere l’amore per i propri fratelli al primo posto, piuttosto che verso il mondo delle bestie.

Ma come l’odio genera odio, così la morte genera morte. E le vere bestie, alla fine, mostrarono il loro volto.

Il primo gennaio 2019 insieme ai festanti fuochi d’artificio scoppiati in tutto il mondo, deflagrò anche l’inizio della fine.

Marie e Pierre, coppia francese di mezza età, feriti lievemente il giorno dell’attentato, decisero di superare l’orrore di quell’evento andando a fare la tanto agognata crociera che attendevano da trent’anni. Ora che Pierre era finalmente andato in pensione ed i figli erano grandi e indipendenti, potevano godere un po’ di più del loro tempo insieme, prima che la vecchiaia giungesse a limitarne libertà e movimenti. Ma il trauma subito a Strasburgo li aveva fortemente provati. Nonostante tutto, supportati e sollecitati da tutta la loro famiglia, preoccupata che potessero subire danni psicologici irreversibili, il ventitré dicembre partirono per la crociera che avevano prenotato quasi un anno prima. E così portarono la morte in tutto il bacino del mediterraneo.

Paul Davis, reporter del New York Times, giunse sul posto la mattina del dodici dicembre e parlò con tutti i feriti sopravvissuti. Due giorni dopo rientrò a New York con un volo di linea che trasportava centocinquanta persone di varie nazionalità, tornò in redazione, incontrò i colleghi, scrisse il suo articolo e tornò in Massachusetts per festeggiare il Natale con i suoi genitori, i fratelli Adam e Laura, con le loro famiglie, i propri figli e la moglie. E lasciò dietro di sé una lunga di striscia di nuove vittime.

Il presidente francese in carica si affrettò a raggiungere Strasburgo la sera stessa dell’undici dicembre, per portare consolazione alle famiglie colpite dal lutto e incontrare i superstiti. Lui fu quello che, più degli altri, contribuì maggiormente a cambiare il mondo. Incontrò politici, amministratori, gente comune, i propri amici e familiari, girò per varie nazioni e continenti, inconsapevole portatore di devastazione.

Gli altri feriti proseguirono, chi meglio chi peggio, nelle loro vite. Abbracciarono amici, conoscenti, amanti, figli, genitori e seminarono, seminarono dappertutto…

Quel che nessuno sapeva, era che in quelle maledette pallottole era contenuto un potentissimo virus. Nato e creato in laboratori sotterranei ma sofisticatissimi, finanziati da tutte le nazioni del pianeta, come arma del futuro per “garantire la pace e la democrazia nel mondo”. Ma, ahimè, come molte cose in questa vita, qualcuno si era fatto prendere la mano dall’entusiasmo, spingendo gli esperimenti oltre il limite della cautela. Fino a quando, purtroppo, un giorno questo virus non fu trafugato e scomparve, non si sa come e non è dato sapere il perché o per mano di chi.

Ciò che i potenti del mondo sapevano, mentre il resto del mondo era ignaro, era che  quest’arma potente e senza cura, riapparve l’undici dicembre duemiladiciotto in piazza Gutenberg, a Strasburgo, contenuto nei proiettili di un fanatico estremista, per seminare morte e terrore.

Ma tutto ciò fu compreso troppo tardi, quando ormai il virus si era propagato all’intero pianeta.

Mi trovavo impegnata in una missione di peacekeeping in Afghanistan, avevo lasciato casa mia da tre mesi ed ero vicina alla licenza di metà missione. Ancora una settimana e sarei potuta tornare dai miei genitori per sbafarmi le famose orecchiette con le cime di rapa pugliesi. Dio, quanto mi mancavano. Ero stufa di mangiare riso e pollo, pollo e riso, peperoni in tutte le salse ed in tutte le minestre, non ne potevo più. Ero dimagrita oltre cinque chili, cosa che non mi dispiaceva affatto, ma purtroppo avevo perso le curve che piacevano tanto al mio fidanzato. L’uomo meraviglioso che mi aspettava a casa per un week end romantico sulla costiera amalfitana. Sospirai. Chissà se era ancora là ad attendermi come diceva o se si era lasciato irretire da qualche commilitona compiacente. Facevamo lo stesso lavoro, lui ed io e, per questo, entrambi conoscevamo i rischi della nostra relazione. Professionali e relazionali. Ma il nostro legame andava oltre, oltre le missioni, gli addestramenti, le ragioni di corpo, di reggimento e di brigata. Di comando e di razionalità. Oltre tutto c’eravamo noi. O, almeno, così speravo.

Mentre ero presa da questi pensieri profondi il capitano che stavo accompagnando in base ricevette una telefonata. Capii all’istante che qualcosa non andava. Era sbiancato in viso, non parlava e teneva le labbra strette. Non l’avevo mai visto reagire così, il capitano era una buona pasta d’uomo, autorevole ma giusto e non si faceva mai prendere dal panico.

Il battito cardiaco mi accelerò e strinsi il volante.

Il capitano chiuse la chiamata e si aggiustò gli occhiali sul naso. Erano scivolati per il sudore che gli imperlava il viso. Ma nell’abitacolo non c’era caldo, eravamo in gennaio e là fuori faceva un fottutissimo freddo. Ed io che credevo che in Afghanistan avrei trovato quaranta gradi all’ombra.

Si girò verso di me. <<Caporale piede a tavoletta sull’acceleratore,>>, mi disse dopo essersi schiarito la voce, <<adunata tra venti minuti nella piazza dell’alzabandiera>>

Annuii e gli lanciai un’occhiata di sbieco, ma non proferii parola.

<<Rientro immediato in patria>>, mormorò a voce bassissima, gelandomi il sangue nelle vene, <<siamo in guerra>>.

Era l’undici dicembre duemiladiciannove. Era trascorso un anno da quel maledettissimo giorno ai mercatini di Strasburgo. E il mondo non c’era più. Almeno non il mondo che conoscevo.

Io ero ancora viva. Una dei pochi. Una sopravvissuta. Un soldato. Una lottatrice. Combattevo ancora.

Avevo promesso a mio padre che sarei rimasta viva. L’avevo promesso al mio fidanzato. L’avevo detto al mio cane. E avevo mantenuto la promessa, sebbene fossi rimasta sola.

 Sola e in guerra. In contrapposizione con l’esercito più forte del mondo. Inarrestabile, inestinguibile. Più la gente moriva più le fila di questo esercito distruttore aumentavano. Più nemici abbatteva più soldati creava.

Non era rimasto più niente.

L’apocalissi, quella narrata nel Libro dei Libri, era giunta, ma non c’erano volute invasioni di cavallette e cadute di astri celesti per portarla. Erano bastati dei proiettili infetti.

Sette, miseri, piccoli, proiettili.

Ed il più potente virus al mondo si era scatenato. Lo Zeta Virus. Un virus che creava “non morti” e “non vivi”.

Un esercito di zombie.

Durante il Natale duemiladiciotto si era propagato a macchia d’olio. Diffuso nei centri commerciali presi d’assalto per la corsa ai regali.

Contagiato nelle chiese sovraffollate di gente per le veglie natalizie.

Propagato di casa in casa durante le cene di famiglia a base di capponi, cotechini, tacchini, baccalà. Ogni nazione aveva festeggiato il Santo Natale con le proprie tradizioni e il batterio si era adattato ogni volta alle varie condizioni.

Dall’opulenza delle megacene occidentali alla povertà e miseria delle nazioni più povere del mondo. Era un virus intelligente che sapeva ambientarsi anche in situazioni ostili ma creava fantocci senza cervello, senza cuore e senza sangue. Guidati unicamente dall’impulso di sopravvivenza.

Beh, che ironia, in fondo non era cambiato poi tanto il mondo, in effetti.

Gli esseri umani non erano, forse, sempre stati guidati da impulsi unicamente egoistici? Cosa c’era di diverso adesso?

Pensavo a tutto ciò mentre l’ennesima massa di cadaveri putrescenti si dirigeva verso la trincea dietro la quale mi ero rifugiata con uno sparuto gruppo di uomini.

La massa informe e apparentemente senza guida, avanzava lenta e inesorabile, trascinavano i piedi, trascinavano corpi senza vita. Portavano la morte.

I miei cari. Tutti i miei cari, erano da tempo componenti dell’esercito più potente del mondo.

Il capitano, invece, era ancora al mio fianco. L’unico essere vivente conosciuto che mi fosse rimasto.

La mia vita non aveva più senso ormai, fuorché per quelle promesse fatte.

Sarei sopravvissuta, sì.

Non mi ero mai arresa alla morte, e non lo avrei fatto. Da qualche tempo avevo uno scopo per combattere. Un barlume di luce forse stava per rischiarare l’oscurità.

Pareva che fosse stata trovata una cura. Era ancora sperimentale, ma il virus era stato isolato, sezionato, studiato e, alla fine, era stato individuato qualcosa di utile.

Ma dovevamo dare tempo agli scienziati di elaborarla. Ed era per quello che lottavamo ancora. Senza pietà, senza quartiere e anche contro i fantasmi dei nostri cari.

Per il tempo. La cura e la vita.

Il tempo della speranza era giunto.

Una speranza che era venuta non dagli uomini, parassiti di questo mondo tormentato e bistrattato da centinaia di anni. Ma dal mondo delle bestie.

Gli animali, infatti, non potevano essere contagiati e rimanevano miracolosamente sani e vivi. Gli zombie li ignoravano, anzi ne sembravano spaventati. Maledetti idioti! Non erano, in effetti, molto diversi da molta gente del vecchio mondo ante virus.

Il vaccino era stato creato partendo dal DNA di un essere speciale, un appartenente al mondo delle bestie, degli animali. Una gatta. Una gatta molto importante, a dire il vero. Appartenente a qualcuno che aveva difficoltà ad accettare quanto stava succedendo più degli altri, perché era in contrasto con tutto ciò in cui aveva sempre creduto e aveva predicato.

La gatta, infatti, apparteneva nientedimeno che al capo della chiesa Cattolica, al Papa in persona… e a questo punto credo che, alla fine di ogni cosa, anche lui si fosse convinto che il Libro dei Libri andasse riscritto e che forse le vere bestie non erano quelle che camminavano per il mondo sulle proprie zampe.

Il Capitano diede il segnale e partimmo alla carica.

“Che ne sarà di noi?”, mi chiesi prima di lanciarmi all’attacco.

Non importava, sarei comunque rimasta viva. Lo avevo promesso. Ed io mantengo sempre le promesse. Dovevo aspettare un altro Natale. Ed il Natale giunse, era il venticinque dicembre del duemilaventotto quando la cura fu finalmente attuata…

Caterina Schiraldi

 


 


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