Il lampo (settima parte)

Il lampo (parte settima)

 

Quel paese era immerso fra campi sterminati che si alternavano a boschi secolari, a colline e pianure, chiese gotiche e case settecentesche, il luogo adatto ad una fiaba. Il cielo era un groviglio di grigio e di nubi nere in smisurata discordia col sole che già prorompeva al di sopra degli alberi, al di là dei poderi, abbacinando i miei occhi ancora gelati dal freddo di quel dicembre di un anno qualsiasi.

 

Calogero, il mulo parlante (come ogni altro essere dotato di anima), si era adagiato per quella notte sotto la tettoia dell’ingresso che portava dritto alle cucine, dove pure i cani avevano trovato un giaciglio, un angolo riparato dal vento e dal freddo delle notti nordiche.

La giornata si prestava a un’escursione in mezzo a quella natura, per cui sellai l’animale e partimmo verso il termine del villaggio o della civiltà. La strada maestra, che tagliava in due Homberg, conduceva a quella radura maestosa e fluttuante, sconnessa e vaga che si perdeva in lontananza congiungendosi all’orizzonte, una pianura che avevo notato dalla finestra del piano superiore del ristorante.

Dall’ultima casa del paese la carreggiata diveniva subito sterrata, prettamente di campagna, lunga e tortuosa, saliva su una collina per circa duecento metri e limitava la vista al solo cielo. Dalla mia posizione non potevo scorgere l’oltre, ossia sapevo che sarei arrivato lassù in cima senza distinguere nient’altro che il silenzio irreale che mi fiancheggiava dai lati della strada.

A metà viaggio la vegetazione mutò: da ridente, fiorita, forse persino innevata qua e là, si scompose in un paesaggio brullo, arido, cosparso di rocce grigio antracite. Ad ogni passo il sole diveniva sempre più lontano, meno irradiante, gelido, finché non scomparve del tutto per lasciar il posto a un crepuscolo improvviso che avvolse il luogo.

Ormai eravamo giunti alla fine della camminata, la salita sembrava estendersi, quasi come se la via si allungasse in accordo con la discesa dall’alto dell’oscurità, a guisa di sipario. Ogni minuto aveva la stessa durata di un’ora o di un’eternità, e ben presto il buio divenne più cupo, quasi fosco e minaccioso. Quando raggiunsi lo strapiombo, era notte fonda, silenziosa e torva, la strada si era arrestata bruscamente e sotto di me si sviluppava uno spazio infinito, in cui abbagliavano svariati ruscelli di fuoco ardente in probabili vallate che non vedevo. Era un luogo che riconoscevo, ero nuovamente sulla sommità del mio vulcano.

 

All’intorno intuivo solo un confine placido, tenebroso, e poi un odore lugubre o sepolcrale che mi impregnava le narici, che mi ghiacciava ogni cellula del corpo, attraversato da tremiti senza sosta. Il cielo lì era rischiarato malamente da fioche luci di piccole stelle fugaci. D’un tratto scorsi un bagliore a intermittenza che proveniva dalla valle, a stento percettibile. Faceva freddo, avrei avuto bisogno di coprirmi o scaldarmi, e grazie a quello sfavillio, che probabilmente significa casa, tepore, stufa e calore umano, forse sarei riuscito a riposarmi.

Dissi a Calogero e ai cani di non spostarsi da quel cocuzzolo, poiché non sarebbero stati in grado di seguirmi giù nell’anfratto. Iniziai la discesa, muovendomi lentamente tra le rocce tanto aspre, raggiunsi un viottolo che non distava troppo dalla scarpata e proseguii. Camminando, ebbi la sensazione che la baita non fosse ancora molto distante, e che il bagliore in realtà fosse una composizione natalizia, addobbi scintillanti a forma di stella. L’astro mi guidò e richiamò a sé, come un faro di salvezza, come una straordinaria baita di soccorso estremo.

Allorché fui nei pressi della costruzione, un suono abbastanza stridulo si inserì nelle profondità del mio animo, facendomi capire che si trattava di un timbro che diveniva sempre più melodioso, diveniva musica, in tempo binario, sembrava un tango. Dall’interno dell’abitazione prendeva forma un fascio luminoso fievole, quasi indistinto, forse di candele o di una lanterna a cherosene. Mi affacciai alla finestra e buttai dentro uno sguardo, acquattato come un ladro, alla ricerca di una risposta alla mia curiosità, che trovò ben presto una risoluzione istantanea e definitiva: un vecchio grammofono in legno, che si slanciava su quattro piedi di circa un metro, diffondeva la sua armonia in quello chalet sul dorso della montagna.

Una donna danzava da sola, muovendosi con eleganza e precisione, inebriata, appassionata dal suono prodotto da quel meccanismo che sviluppava un’impercettibile sensualità nelle membra di un corpo rapito da vibrazioni soavi. Forse era in uno stato di frenesia o di eccitazione.

Bussai alla porta. Dopo qualche istante mi aprirono due occhi azzurri, o forse erano verdi, di una creatura che sembrava la Madonna, il viso era più tondo che ovale, simmetricamente perfetto, dai capelli si curvava, scendendo, una frangetta che si adagiava verso il sopracciglio di sinistra. Mi sorrise con un “entra, ti stavamo aspettando”; eppure in quella casa non c’ero mai stato, ma era pur sempre un porto, un ristoro al Nulla che spirava fuori impetuoso e gelido. C’è sempre un alloggio o un rifugio in questo deserto di ghiaccio o di fuoco, per ogni genere di disperato, e questo appoggio lo avevo spesso trovato soprattutto quando il buio anche interiore era già sul punto di annientarmi.

Attraverso la soglia mi accorsi che, in quell’unica stanza, il calduccio di un camino propagava un fuoco ristoratore inatteso. Chino su una griglia, di spalle, un uomo curava il profumo di una pietanza, un agnello, o un “crastagneddu”, che olezzava come anticipo di una cena che sarebbe stata deliziosa. Sul tavolo di legno di castagno spiccava una caraffa di vino rosso, posta a equidistanza dai tre piatti già predisposti sulla tovaglia apparecchiata con altre vettovaglie che già pregustavo di assaporare.

L’uomo, con la barba, dall’aspetto di un falegname e dalle movenze di un architetto, si alzò, mi venne incontro e mi abbracciò, come un vecchio amico. Era silenzioso, sembrava muto, tanto meglio, però nel suo viso si stagliava un impercettibile movimento della bocca che si contraeva e si rilassava tenuemente: era un sorriso.

Mangiammo e bevemmo, gai e silenti, entusiasti di esserci “ritrovati” in quel posto sperduto nella notte. Mariadriana si alzò con lentezza, appesantita da un evento incredibile di cui solo in quel momento mi accorsi: la veste le si rigonfiava sotto il seno solenne. Notò il mio stupore e quasi sogghignò con uno sguardo che aveva un’accecante occhiata ardente, forse sensuale forse peccaminosa, forse celestiale. E io non compresi.

 

Mentre scorreva il tempo, qualcosa di simile a una testata s’infranse sulla porta d’ingresso, poi il rumore divenne cosa viva, qualcuno ragliava. Era Calogero che, nonostante i miei ammonimenti, era disceso coi cani dal monte, guidato dalla stessa luce. Accarezzai l’animale, gli dissi che la stanza era piccola, che lui non poteva entrare, che avrebbe dovuto aspettare lì fuori.

Guardai il cielo, appariva diverso, come se si fosse ricreato, fatto luminoso, e, visibile nella sua infinita bellezza, mi ricordava la volta stellata di varie descrizioni impossibili o scomparse.

Il silenzio era la chiave di sol per ascoltare quel preludio di una notte serafica, inconsueta. Sentivo il fuoco del bicchiere di acquavite, che Mariadriana mi aveva servito, scendere nelle vene e auspicare uno sconfinamento in una dimensione mistica o semplicemente ebbra e delirante.

Calogero mi guardava attonito, sapeva che ero in uno stato di estasi, fissava i miei occhi che miravano attoniti e distesi un’immensità che aveva la statura meditabonda di uno che è uscito fuori dal proprio corpo e con la mente vaga oltre ciò che è reale. In quel momento mi ero smarrito in una contemplazione assorta e stralunata. La domanda dell’animale sarebbe stata: “ma che ti sei bevuto?”. Però era troppo intelligente per non capire che ero semplicemente avvinazzato.

Mariadriana e l’architetto uscirono fuori, si sedettero sullo scalino della porta e ascoltarono la conversazione col mulo, che più che altro era un soliloquio, suo, al quale io rispondevo con un sì o con un no, e a volte neanche replicavo. Quello era un filosofo.

Le uniche cose sensate che compresi furono le sue teorie sulla bellezza dell’universo, della vita, del viso di quella donna dentro la baita. “Ha un bel muso e forse raglia anche bene!”. Infine ruttò.

Lo guardai con ammirazione. Aveva riassunto l’amore e la grazia e l’incanto in un unico verso.

Il mulo continuò il discorso, sempre stravagante, come in balia di qualche allucinogeno. Magari era lui quello ubriaco. Gorgogliava suoni come una fornace zampilla scintille impazzite, che in quel silenzio straordinario assumevano la forma di svariati boati che si infrangono nell’aria senza una direzione e senza un senso.

Erano gli urli vani e isterici di un’anima solitaria in quella notte che inglobava il vuoto di un’esistenza passata a meditare, tra ricordi e suggestioni di fantasie che evaporano tutte le volte che vengono rievocate?!

Unica consolazione – al rimuginare l’insensatezza del passato già sfumato e di un futuro senza aspirazioni – era l’oblio di sé, del mondo, del pensiero stesso?!

Sarebbe stato sterile il vivere l’esistenza senza la necessità di avere un’irradiazione di felicità, duratura, entusiasmata solo dall’inclinazione naturale di una bestia qualsiasi che cerca cibo e riposo. Passava dalla contemplazione spirituale al materialismo senza nesso alcuno, almeno in apparenza, o era così che io lo percepivo.

Calogero terminò il suo dialogo e iniziò a ragliare. Era contento, era in uno stato di felicità meravigliosa, che assorbiva dalla nostra presenza umana.

 

Restammo a guardare quel soffitto in cui sfavillavano luci a intermittenza, segni ondeggianti e perenni di un qualcosa, di un ente supremo, di un’eternità che celebrava la sua presenza e riverberava in un tempo senza fine.

Era la Vigilia di Natale.

 

Joe Oberhausen-Valdez

 


 


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