Il lampo (sesta parte)

Il lampo (parte sesta)

 

Il dentista, di nome Alfred vestiva con un camicie logoro da barbiere, proprio perché faceva anche il barbiere, a tempo perso ovviamente.

Lo studio era al piano terra di una via abbastanza trafficata, di un edificio a due livelli, quello superiore abitato dai genitori, ormai anziani da chissà quanto tempo; la parte retrostante del locale ospitava qualche stanza che Alfred aveva adibito a casa supplementare, dotata di una camera da letto e una cucina, come mi descrisse appena entrai, con una tonalità di voce che sembrava la cantilena infinita di un uomo logorroico.

Lì non vidi neanche un cliente, lui era adagiato su un divano esotico, guardava staticamente la strada attraverso l’enorme vetrata. Mi fece accomodare su una sedia di ferro girevole, mi coprì il collo, spalle e petto fino alle ginocchia con un lenzuolo amaranto che fungeva da mantella, prese un rasoio elettrico e cominciò a rasarmi i capelli. Gli chiesi cosa stesse facendo e mi rispose che da lui era prassi occuparsi di tutta la testa, dalla capigliatura ai denti, e se avessi avuto anche la barba lunga me l’avrebbe curata e sistemata.

Nel tagliare i capelli si fermava spesso, perché parlava sempre, si doveva concentrare sulle cose da dirmi, che poi non erano così difficili da esporre: noiose e prive di interesse, almeno così le intendevo io, e suppongo che lo fossero in generale anche per altri clienti. Ogni tanto veniva interrotto anche dalle figlie che scendevano dal piano superiore, giravano attorno al tavolino di fronte al sofà, gridavano e canticchiavano una filastrocca di paese, e se ne ritornavano su dai nonni passando dalla camera da letto, attraversando un cortiletto e inerpicandosi per una scala, che io non vedevo, ma che Alfred mi descrisse come somma opera muraria edificata dal padre nei decenni passati.

Mi guardai allo specchio e fui felice dell’ottimo lavoro alla chioma, ma avevo mal di denti, e non vedevo l’ora che iniziasse a smontarmi qualche ponte, giusto per guarirmi dal dolore che mi aveva condotto da lui.

Il dottore si lavò le mani, indossò dei guanti in lattice, mi aprì la bocca, con le dita mi spalancò quell’apertura e guardò dentro. Gli dissi che la fitta proveniva dall’arcata superiore, ficcò le protuberanze dentro la cavità orale ed estrasse una protesi, che notò essere consumata dal bruxismo. Non capivo di cosa parlasse, si vedeva chiaramente nei miei occhi, quindi mi delucidò con una tediosa spiegazione sul digrignamento. Mentre teneva i denti in mano, si aprì una porta camuffata da specchio, quasi di fronte a me, entrò una vecchia di circa ottanta anni, ma forse anche di più. Era bassa e sorridente, sembrava gentile e silenziosa, poi compresi che era come il figlio, stancante, ripetitiva e chiacchierona. Il dentista si fermò ancora una volta. Mamma e figlio disquisirono sui mali della vita, di tasse, politica, finendo in un ragionamento che verteva sulla vecchiaia, per poi passare alla denigrazione dell’organizzazione dei fuochi di artificio del paese in onore di una Madonna del Carmelo, del Rosario, o della Vergine Consolatrice, che a me, lì e in quel momento, non poteva interessare, e neanche dopo, poiché stavo soffrendo e non mi rallegravo o consolavo ascoltando discorsi sterili, sia che l’argomento fosse il divenire anziani, e peggio ancora la celebrazione di un santo o una santissima. Ero seduto ad aspettare che loro terminassero, quando dallo stesso specchio entrò il padre o il marito, o entrambe le cose. Quest’uomo molto logoro in viso avanzò muto verso di noi, ci guardò e si diresse al solito divano, facendosi strada con un bastone di legno di fico, nodoso e consumato. Tutto in quella stanza era consumato.

Alfred pulì il ponte dentario nel lavello con acqua ossigenata, fece qualche passo verso l’interno del locale, accese un compressore per asciugare i denti che teneva in mano. Il rumore di quel macchinario, benché elettrico e non a benzina, era assordante, vibrava su se stesso, faceva tremare persino il pavimento e la poltrona sulla quale stavo sedato. Nel frattempo la madre era andata nell’appartamento attiguo, e mi rallegrai per questo evento, dato che avevo la sensazione strana che questa famiglia mi avrebbe tenuto compagnia durante tutto il corso dell’intervento.

Mentre aspettavo impaziente, per nulla rilassato, un profumino succulento arrivò sin dentro alle narici che erano concentrate a inspirare aria, non esalazioni e vapori di altro genere. Sembrava aroma, poi divenne puzza di frittura, ma ne fui certo solo quando la madre entrò nella stanza tenendo in mano una padella su cui ancora ardeva una cipolla quasi bruciata. Chiese al figlio se la cottura andasse bene, lui si chinò, osservò e annuì. Poi la signora si avvicinò a me col tegame all’altezza del mio naso ed esclamò: “E che vuole… a mio figlio la cipolla piace molto rosolata, e gliela devo sempre far controllare.”. In effetti era proprio abbrustolita, perfettamente carbonizzata, e fra un po’ anche incenerita.

La decrepita tornò in cucina, Alfred spense il compressore a reazione e tornò da me col pezzo da attaccarmi. Avevo istantaneamente chiuso gli occhi, quando un bastone di una scopa, o qualcosa che rumoreggiava per terra, mi svegliò dal mio sollievo. Una signora abbastanza giovane, non troppo, comparsa dal nulla, forse come un’entità silenziosa e spirituale, eterea, stava spazzando i capelli sparsi per terra che il barbiere aveva lasciato prima dell’operazione ai denti. Non mi stupii più di tanto, di norma amavo la pulizia, anche se mai avrei immaginato che potesse avvenire in quel momento. Non era l’inserviente, almeno non appariva tale, giacché mentre si muoveva china sulla scopa, fissando il pavimento e concentrando la memoria in un passato lontano, declamava alla rinfusa diversi passi di un ricordo che mi suonava familiare: “le genti dedite alle greggi e all’allevamento, che si spostano dai monti alle pianure e viceversa, sono state costantemente interessate da movimenti migratori, nomadismo e transumanza come elementi innati, alla ricerca di nuove sedi e in continua fuga, rifugi temporanei del momento, in quanto preda di numerose invasioni. Vi è sempre una partenza nella storia di ogni singolo animale, un distacco che vorrebbe fosse l’ultimo, in vista di un approdo migliore, eletto a forte e sicurezza, in cui la costante invariabile non è la salvezza, ma l’attesa di un pericolo e di un nuovo addio.”.

“E tu che ne pensi?”. “Io penso che hai ragione. Sono sempre sul chi va là, nell’ansia della fuga che allontana l’impossibile ritorno.”.

In quella stanza ci concentravamo come personaggi avulsi dalla socializzazione amicale, forse ognuno recitava un soliloquio, brandelli di particolari luoghi determinati e scomparsi dalla realtà, ma riesumati come viscere ancora vive e sanguinanti. Una trasfusione senza successo, organi pulsanti e in rigetto, un vomito intriso di dolore, alieni dalla liberazione di un virus che non era mai stato espulso.

 

Dopo qualche ora potevo finalmente ritornare al ristorante, avrei voluto cenare, come ogni buon animale. Sedute fuori al freddo sulle scalinate della chiesa austera si stagliavano figure a me note. Le bestie mi corsero incontro, ma la signora, forse una lontana conoscente, che non ricordai immediatamente, mi attese laggiù, alzandosi sorridente. Era la guardiana del tunnel, era Marianna. Feci una smorfia “spontanea”, sforzandomi di produrre qualcosa che avesse le apparenze approssimative della contentezza.

Fui gentile, perché la signora Marianna Balena mi aveva riportato gli animali. La vidi però dimagrita, anzi sembrava agile, snella, proprio longilinea. Nella sua mutazione a strati, da cipollone era divenuta un fiore, adesso si chiamava Marianna Sirena. Forse soffriva di una sconosciuta varietà della sindrome della Matrioska, che mutava la percezione soggettiva alterando la realtà. Cioè la intendevano gli altri così, non lei. Le chiesi se fosse ereditaria e con un bel sorriso mi rispose che lo era sicuramente, quindi immaginai che anche i suoi genitori ne fossero stati affetti. Mi rispose di no. Allora non capii come potesse essere ereditaria, per cui mi svelò l’arcano: “è ereditaria perché comincia da me, e la trasmetterò ai miei discendenti.”. Ecco, ora sì che era tutto chiaro, in un mondo del genere non vi avrei trovato verità assolute, ergo solo occhiate miopi a interpretazioni di eventi ed esistenze in base alla forma peculiare, spesso distratte e influenzate da un nome, uno stato d’animo transitorio. Non esisteva una vera descrizione della sua malattia, poiché la scienza che si occupa della mente è una continua ricerca di elaborazioni farsesche, ridicole, pseudo-psicologiche, chiacchiere per passare il tempo. Una decifrazione dell’incostanza. Se qualche giorno addietro, in base a quella valutazione alterata, quando la ritenevo obesa e laida, fossi precipitato con lei da solo sulle Ande, sperduto tra le nevi, senza scampo, l’avrei trovata gradevole e saporita: avrei potuto mangiarla per giorni e giorni, magari tenendola viva, per conservarla a lungo, salvandomi così da un decadimento nutritivo. Adesso invece, sembrava nuova, magra e aggraziata, in un contesto diverso, in una posizione affettiva ribaltata, poiché mi aveva riportato Calogero e i cani; in ogni caso non ero affamato, ottima ragione per non divorarla, anzi per adorarla. Uno scopo relativo, ne ero certo, istantaneo e instabile, o plausibilmente ero affascinato e sedotto da una causa apparente, una configurazione condizionante, un universo in cui la sostanza era la parvenza. Per questo ripetuto cambiamento d’immagine, prossime nuove vesti, avrei dovuto essere una creatura univoca… ma in verità già allora sapevo che per essere avrei dovuto apparire, divenire il fenomeno che si plasma in varie figure, secondo la maschera indossata, dipendentemente dal peso, colore, dimensione dentro un costume che infonde un’energia esclusiva, da copione improvviso e destinato solo a una scena teatrale, una situazione sconclusionata. Fuori quelle mura non sarei esistito, sarei stato Uno qualsiasi.

Rimasi sbalordito Marianna era di un’intelligenza elitaria e di una bellezza sconvolgente. Mi liberò dalla meraviglia, svegliandomi dal torpore misto a incredulità: “tu sei un soldato, ti muovi secondo schemi e una forma mentis prestabilita, costruita sulla tua colonna vertebrale quando tu non te ne rendevi ancora conto. Non puoi capire, puoi solo guardare. Un involucro incollato che giammai toglierai come me, poiché non è un abito. È la tua struttura abnorme, deforme e radicata. Non te ne libererai. Non vuoi e non potresti.”.  Le risposi di non essere un soldato, forse di essere stato sempre sui generis (per i cazzi miei), di non avere strati di copertura, ponti levatoi e mura. Ero semplicemente inaccessibile dall’esterno. E anche allora mentivo, come adesso.

 

Entrammo nel ristorante, Morò ci preparò una leccornia nordica che chiamavano Kassler, forse maiale affumicato e cotto con le patate.

Il buio del locale era appena rischiarato da innumerevoli candelabri che permettevano a stento di riconoscere i pochi visi degli astanti. Nella semioscurità dello spazio vicino all’imponente macchina italiana del caffè intravidi una cameriera con un grembiale blu scuro che portava due piatti. Era Claudine che si faceva spazio, cercando di non rompersi le fragili ossa su un pavimento scivoloso e umido, tra varie bottiglie di vino rosso che io sapevo essere riposte per terra come birilli di uno slalom. Arrivata al tavolo, mi diede quella specialità che pregustavo, avvicinando un viso brioso e un’impagabile scollatura da cui prorompeva e quasi traboccava un seno prosperoso e abbagliante, profumato e ammaliante, novità impagabile che non colsi sul treno, ma che mi piacque gradire anche in un contesto fuori tempo e non documentabile.

A fine cena Morò si alzò dalla sedia, mi bisbigliò che voleva farmi una sorpresa.  “Ho un mitragliatore nella colombaia, andiamo a sparare!”. Mi tirò per un braccio e salimmo per una scala in legno ripida al primo piano del ristorante. Lì c’era il suo appartamento. Tirò fuori dal tetto una scala a scomparsa, lercia e polverosa, e raggiugemmo la soffitta. Un faro di pochi watt piangeva misero in quel lungo spazio stracolmo di oggetti provenienti da innumerevoli traslochi, accatastati come anime di defunti.

Lì dentro, in quel vano di un posto qualsiasi, faceva tremendamente freddo, si udiva un vento impetuoso, disumano, o forse era un mostro che avvolgeva il tetto della costruzione, strattonandone le tegole, penetrandovi dentro invisibile e pauroso. L’amico estrasse da una scatola enorme di spumanti l’arma che mi aveva descritto. Era nuova e oleosa. Mi concedeva l’onore di darle vita. Per l’evento aveva riempito la parete di fronte a noi con sacchi di juta pieni di sabbia, su un tavolo squinternato aveva riposto decine di bottiglie di vino Teroldego, scarso ma buono, come bersaglio, per festeggiare il mio arrivo.

Fui un po’ titubante, a quell’ora e in uno spazio così circoscritto sarebbe stato pericoloso sparare, ma non si sprecò tanto a convincermi. Inserii una pesante e carica “banana” nell’alloggiamento, armai quella macchina, Morò si mise dietro di me, puntai e infine illuminai a giorno la mansarda con un fuoco assordante e automatico, bagliori unici e distruttivi. Le vibrazioni e il peso dei nostri corpi ci fecero sfondare il pavimento di cartongesso, aprendo una voragine, spiaccicandoci al piano sottostante, io su un oggetto che poi riconobbi essere un televisore, e lui su un basso tavolo nel salotto di casa. Mi ripresi dopo qualche secondo, ancora integro col braccio destro poggiato sulla tv, mentre la mano sinistra teneva ancora il fusto della cassa dell’arma. Quasi storditi e rimbambiniti dalla caduta, scoppiammo a ridere.

Scendemmo abbasso, Morò tirò fuori la grappa Berta e brindammo fino all’inverosimile. Era pur allora un’allucinazione, un vaneggiamento come sempre.

Il telefono del ristorante squillò, Morò alzò la cornetta. Un certo signor Furia, un anziano a sentirne la voce, mi aveva aspettato tutta la notte in un bar della lontana Napoli, il Gambrinus, chiedeva di me, voleva sapere se fossi vivo, perché avevamo appuntamento per ubriacarci come disse lui “in loco”. L’amico mi disse anche che costui parlava stranamente, alternando un dialetto suburbano o di periferia con termini desueti, militareschi o comunque da burocrazia poliziesca. Risposi al telefono, pressoché all’identica maniera, il gergo era quasi lo stesso, anche scusandomi, che qualche mattina addietro “avevo già comunicato che non sarei potuto pervenire (o forse dissi: convergere) in loco, causa forza maggiore (il dentista N.d.A).”. Il mitico colonnello Furia dall’altra parte del mondo mi congedò amabilmente.

 

Il giorno nasceva, erompeva tra quelle case straniere, viveva in una luce che diveniva sempre più irradiante e avviluppante.

 

Joe Oberhausen-Valzez

 


 


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