Il lampo – quarta parte

Il lampo
(parte quarta)

 

All’alba mi risvegliai con un terribile mal di testa, come una volta durante una festa del trentuno di ottobre, quando mi ubriacai di liquori, vino e altre disgraziate bevande alcoliche, un miscuglio che mi provocò una nausea intramontabile. Quella sera eravamo allegri, danzanti, mangianti, e soprattutto beventi al massimo grado. L’indomani lo trascorsi in preda a barcollamenti e sensi di vomito che mi mantennero a digiuno fino a sera. Non volendo prendere medicine e schifezze varie, dovevo estirpare l’emicrania con un altro sistema, quindi scelsi di fare mille docce bollenti, di almeno mezz’ora ciascuna, ma il sollievo era solo momentaneo. Cazzo non mi ripigliavo. Alla fine cercai nello zaino della palestra una corda per saltare, allenandomi per una decina di minuti, fuori, in quel tempo uggioso, sudando e mandando la pressione del sangue a livelli esagerati, come se al posto del cuore avessi una pompa idrovora. Mi ributtai nella vasca da bagno, tappandola, aumentai la temperatura dell’acqua e in poco tempo passarono mal di testa e vomito.

Quassù non avevo la doccia, indossavo ormai vestiti lerci, puzzavo come un animale malato o in decomposizione. O forse era l’odore di brace dei vermi arrostiti.

Il bosco era ridotto in cenere, quel che vi era di vivo era solo un ricordo, o un evento intermedio nel corso della natura, a cavallo tra distruzione, rigenerazione, rinascite diffuse e immense scomparse. Io in quel posto avevo solo tirato il grilletto di un’arma già predisposta a sparare da una concatenazione di accadimenti terrestri e persino cosmici; ero inconsapevole di quel che era a monte di questa devastazione colossale e senza limiti, da cui sarebbe scaturita una palingenesi, però non sapevo di chi e di cosa. La vita individuale per molti esseri viventi era terminata in poche ore, improvvisamente, senza scampo, come a dimostrazione di quel che avevo sempre pensato riguardo alla brevità di questi residui di respiri che chiamiamo felicità, sorrisi, ore, millenni, ovvero: l’illusione dell’oggettività, che ritroviamo tanto nel dolore quanto nel piacere, un vagheggiamento vero e reale, perché intrisa di attimi che imprimono una fumosa varietà al nostro corpo e al nostro sentire. Tutto inutile, tutto vano, tutto un inganno della ragione e dei secoli in cui cominciammo a strisciare su queste terre per poi divenire scimmie o qualcosa di più vago.

Cosa mi teneva ancora ostinatamente in piedi lì, da solo, senza scopo, senza luce?! Forse quel maledetto e diabolico istinto rettiliano di sopravvivenza, e sicuramente l’affetto e la cura per i miei due animali. Ero il loro Dio, una divinità reale, un demiurgo, e non a chiacchiere mistiche. Vero, tangibile, premuroso, un dio buono, il solo possibile, che vi fosse il sole o un’eterna pioggia, che la nostra esistenza finisse quel giorno o mai.

Adesso intraprendevo un viaggio surreale in un mondo divenuto impossibile, senza scopo, desolato. Un rapporto sovrumano, senza finalità, tra l’Essere e il mondo, in cui l’unico atto è la propria sopravvivenza, intesa come mero istinto: quello del predatore che vuole solo ristorarsi nella sua libertà assoluta, priva ormai di passioni “umane” effimere. È il crepuscolo dell’oltre-uomo. In questa inutile e passeggera introspezione, una via senza sbocco, una marcia lenta e inane, mi venne in mente una frase di un amico, l’anziano colonnello, che spesso non sbagliava nelle sue argomentazioni obiettive, sulla realtà, sullo svolgersi di avvenimenti quotidiani; per lui tutto aveva una spiegazione, persino l’impossibile era documentabile e riconducibile alla ragione, alla prova logica e cartesiana. Sarebbe stato capace di provare perfino l’esistenza di Godzilla, e quel giorno mi disse: “questo è un percorso intenso e godibile… ma a me piacciono le storie con una trama, un cammino che porti da qualche parte. Il delirio è suggestivo, ma se rimane fine a sé stesso non mi cattura. Però se prosegui… chissà che alla fine non approdi da qualche parte e che il viaggio allucinante abbia una finalità… se così non fosse, sarebbe bello comunque. Sono io che cerco una razionalità in tutte le cose, anche in quelle surreali”. Ghignai, perché adesso l’irrealtà mi circondava, non vi avrei trovato uno scopo, una meta da raggiungere per continuare in questa allucinazione. Vedevo solo acqua dappertutto, sebbene a nord il vulcano degradasse scosceso e lontano; quindi dalla mia attuale posizione non potevo vedere oltre. Probabilmente quella era la direzione da seguire, sperando di trovare al di là del dirupo o dell’orizzonte davvero la terraferma, una valle, una pianura, qualcosa che non fosse acqua o deserto.

Andando a nord sarei arrivato sui Nebrodi, magari passando nelle vicinanze di Randazzo per proseguire verso Floresta (dove si mangiava un ottimo “crastagnieddu”) o a nord-ovest verso il monte Soro, ammesso che ci fossero ancora; una distanza di trenta o trentacinque chilometri in linea d’aria, ma ancora non avevo le ali, quindi ci avrei impiegato almeno due giorni per giungere da quelle parti, se il territorio avesse avuto le caratteristiche di un tempo. Comunque m’incamminai per quel deserto di lava, un paesaggio brullo e lunare, non di eccessivo impegno fisico, nonostante la Natura lo avesse trasformato in quei giorni.

Dopo qualche ora giunsi a una fattoria, non distante dall’inizio di un bosco che non avevo mai visto. Controllai la casa, trovando in cucina alcuni barattoli di fagioli, pasta, vino e altre vettovaglie, e in una dispensa, con una griglia di aerazione, salsiccia appesa in essiccazione: il paradiso. Non c’era anima viva se non un mulo che gironzolava tra una stalla chiusa su tre lati, “prigioniero” ma libero, e un recinto abbastanza grande in cui poteva rifocillarsi; il beveraggio non gli mancava perché dentro il ricovero c’era una specie di pozzo o cisterna che raccoglieva l’acqua piovana da una canalizzazione proveniente dal tetto. Appena mi vide si rallegrò, fu felice, quasi mi sorrise, poi scoprii che parlava anche. Si chiamava Calogero, aveva il manto rosso, sembrava un giocattolo con le rotelle, e forse le aveva pure, però io non le vidi. Lasciai i cani a socializzare tra bestie in quella palizzata e andai a riposarmi nel giaciglio che avevo visto in una stanza della cascina. Sul comodino accanto al letto giaceva un libro dalla copertina azzurra, “Diario di guerra contro gli zombie” del colonnello Nicola Furia, un capolavoro che avevo letto in francese e nella mia lingua. Mi stupii che un villico, un pecoraio di montagna potesse leggere un’opera così particolare, strana, apocalittica; gli avrei fatto i miei complimenti se lo avessi conosciuto e lo avrei esortato a continuare la lettura. Anzi no. Presi il libro e lo ficcai nello zaino. Adesso era mio.

Andai a recuperare i cani e dissi a Calogero di venire con noi nella casupola. Ne fu felice. Argo e Solika si adagiarono sotto il tavolo, il mulo, che già conosceva la casa andò in quella rozza camera da letto e lì restò a guardarci. Il pasto fu ottimo e salutare: fagioli con salsiccia cucinati grazie al fuoco di una vecchia stufa di ghisa. Divisi il contenuto della padellazza coi cani.

L’indomani sellai Calogero e ci incamminammo verso i Nebrodi, attraversammo un bosco che sembrava infinito, ma ero in buone mani perché la bestia da soma conosceva a memoria il percorso più breve che ci avrebbe condotti a valle. Ogni tanto si fermava e mi illustrava la zona, indicandomi dove ci stava un rudere, una casa, un passo, un abbeveratoio. Gli chiesi: “Calò, ma senti un po’, hai visto qualcuno, luci nelle case, movimenti umani nei dintorni?”. Mi rispose che di vivo non aveva visto nessuno, seppure sui monti di sera scorgesse le luci di alcuni paesi. Lì sarebbe voluto andare, ma da solo non avrebbe avuto nessuna possibilità di scavalcare la palizzata né tantomeno di aprire la cancellata. Proseguimmo.

Verso sera eravamo già a valle, ancora non scorgevo alcuna luce, né rumori di presenze umane. Scesi dal mulo e guardai col binocolo verso Floresta. Niente, non vedevo niente. Mi appoggiai a un albero, aspettando che calasse la notte, socchiusi gli occhi e mi addormentai. Dopo qualche ora, svegliandomi, vidi in lontananza dei bagliori o delle luci. Qualcuno doveva averle accese, e ciò era una chiara manifestazione di una presenza intelligente.

Il vento muoveva una nebbia così fitta che riuscivo solo a stento a vedere gli alberi e quei lumi; non potevo andare avanti, anche se il mulo era una bussola insuperabile, eppure l’ansia di ritrovare qualcuno della mia specie mi diede un impulso a non fermarmi ancora a temporeggiare in quel posto a confine tra l’oscurità e il risveglio.

Il bosco era silenzioso, noioso, defunto, attraversarlo non fu difficile e presto giungemmo ai piedi di un’altura che spiccava su altri cocuzzoli. La nebbia non era scomparsa, abbagliava la mia mente alla ricerca di quelle luci fisse, minuscole sparse a centinaia su un’estensione di circa duecento metri. Appena fummo in prossimità del paese mi si piazzò davanti una specie di muro di cinta, facilmente valicabile, sul quale si stendeva una rete che lo percorreva in tutta la sua lunghezza. Al di là di questa recinzione scorgevo malamente scorci di case minuscole, tuttavia non capivo come mai fossero così piccole, non si distinguevano in modo nitido. Qua e là discernevo altissimi cipressi, che forse in qualche modo formavano dei viali all’interno di quella periferia in miniatura, costituita da edifici di pochi metri, manco se fossero abitati da nani. Lasciai le bestie fuori dal muro ed entrai. Con la torcia non vidi le case e neppure i nani, ma solo loculi e cappelle cimiteriali. Non disperai, poiché se quelle costruzioni erano ancora illuminate… Un ragionamento deduttivo mi portò a credere che qualcuno dovesse occuparsene; l’energia elettrica era opera certamente umana, non divina.
Ritornai dai miei animali, ero stanco e pure loro, ci addormentammo come bambini al muro di quella civiltà. Lì, tra coloro che giacevano morti, iniziava finalmente una qualche forma di vita.

 

Un’alba vera mi ridestò come quelle della vita precedente: l’antico sole si innalzava all’intorno, mi allietava, riverberava da tutti i punti cardinali. Vedevo il cielo ancora azzurro, come lo era sempre stato, sentivo il profumo degli alberi, il cinguettare dei pennuti, la lirica di un gallo da qualche parte, non lontano da me. Era l’immutabilità che riprendeva il sopravvento sul cambiamento, perché in fondo, in questo viaggio, una metamorfosi suprema, non avevo mai smesso di sperare in questo dolce inganno che è l’ebbrezza della vita, che non si dissolvesse in un dirupo senza fine, un incubo interminabile tra le fauci della scomparsa definitiva e conclusiva degli esseri della mia specie. La rigenerazione diveniva possibile grazie al perdurare di una volontà che non aveva avuto limiti, remore e cedimenti; era l’eterna lotta ingenua e naturale nell’ambito del proprio destino che assurgeva a presupposto essenziale, a molla, in vista di un divenire che non fosse termine perenne di un sacrificio vano. Ora avevo in me sangue di uomo e non più di rettile.

Ero ormai fuori da una notte desolata, fugace preda della solitudine, dell’estinzione, relegato in un’esistenza che non avrebbe avuto senso, quandanche energica, nella mia dimenticata resistenza ad oltranza. Avevo necessità di ritrovare ciò che ero, nel ritorno alla civiltà tanto odiata, biasimata e persino disprezzata.

Raccolsi lo zaino, montai sul mulo, i cani si appaiarono dietro in fila. Raggiungemmo la discesa che porta al paese. Laggiù vi era ancora una vita.

 

Joe Oberhausen-Valdez

 


 


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