Le signorine

Le signorine

 

Da quando ne ho memoria, il quindici di agosto la città diventa un deserto. Se ne vanno tutti, anche i mendicanti, i disillusi, i poveracci. Io no! Io resto! A godermi il respiro della città fantasma.

Il mio palazzo diventa la mia reggia personale. Mi godo il vuoto silenzio, interrotto da sparuti cinguettii di passeri tenaci.

La signora Concetta, la mia dirimpettaia, è sempre l’ultima a partire. Mi lascia le chiavi del suo appartamento, così posso dare da mangiare ai suoi tre vecchi gatti obesi: bianco, rosso e nero. Ogni anno mi fa le stesse raccomandazioni. Come se non le conoscessi a memoria! Io fingo partecipazione e sincero interesse.

Chiude le finestre e abbassa le persiane fino a terra. Ha paura delle signorine, le tre zitelle che abitano al piano di sotto, proprio in corrispondenza del suo appartamento. Dice che sono pericolose e che prima o poi si mangeranno i suoi micioni.

«Signora cara, io lo so che qui dentro nessuno mi crede. Ma quelle tre, che Dio mi perdoni, non sono affatto delle povere, sventurate creature, come si dice in giro. E no! Voi state dall’altro lato del palazzo, che ne dovete sapere? Ma io, che ci sto proprio sopra, dalla mattina alla sera… ah, se potessi parlare liberamente!».

«Signora Concetta, rispetto i vostri timori, per carità. Devo dire, però, che le signorine sono sempre così dolci e gentili con tutti. Certo, non sono proprio il massimo della bellezza. Una più magra dell’altra. E poi, quei volti così, così…».

«Ecco, vedete? Sotto sotto pure voi vi mettete paura delle signorine. La verità, mia cara signora, è che nessuno ha il coraggio di guardare in faccia alla realtà. Tre donne di manco quarant’anni che sembrano delle vecchie ultracentenarie. Ma vi pare normale? A me no! Comunque, mi raccomando, per queste due settimane che starò fuori, fatemi la cortesia di lasciare sempre le finestre chiuse e le tapparelle sbarrate. Io ci tengo ai miei gatti. E quelle lì, credete a me, se li vogliono mangiare!»

Concetta lancia un bacio teatrale ai suoi tre gatti. Chiude la porta e mi consegna il mazzo di chiavi. Scende la prima rampa di scale, si volta per un secondo e mi regala un sorriso.

Nel palazzo ci sto solo io, adesso. E le signorine, naturalmente. Tre donne che hanno condiviso la stessa terribile disavventura: abbandonate sull’altare nel giorno delle nozze.

Matilde attese invano il suo sposo per un giorno intero. Pianse ininterrottamente fino a quando il vestito non iniziò a sgretolarsi sotto il peso del sale delle lacrime di dolore. Carmela, invece, emise un grido che mandò in frantumi tutti i vetri della chiesa. Assunta svenne e si riprese dopo un mese. I suoi capelli diventarono completamente bianchi.

Oggi fa molto caldo. Il pensiero di quei tre poveri gatti, tutti soli e per di più nel buio totale, mi rattrista. Certo, Concetta è un’anziana vedova. È naturale che fantastichi nelle lunghe giornate di solitudine. A volte penso che l’arrivo delle signorine, circa quattro anni fa, sia stato un toccasana per lei. Tre zitelle dal passato triste, emaciate, occhi infossati e sorriso sinistro, sono un bel pretesto per rendere reali paure e suggestioni. Matilde, Carmela e Assunta, poi, hanno già perso quasi tutti i denti e quando sorridono non puoi non sentire quella fastidiosa inquietudine che i più chiamano ‘paura della morte’. Confesso che anch’io, a volte, ho avuto dei brutti pensieri. Il cane del signor Umberto, per esempio, un bellissimo esemplare di maltese, scomparve una notte. La cosa strana fu che l’animale dormiva beato accanto al suo padrone. Al risveglio il signor Umberto semplicemente non lo trovò al suo posto. E a nulla valsero le ricerche della povera bestia, ricerche che durarono più di una settimana. Anche i canarini di Mariangela, l’avvocato dell’ultimo piano, scomparvero nel nulla, senza lasciare tracce né indizi. Tre meravigliosi canarini apparentemente fuggiti dalla gabbia chiusa! E poi, tutti quei meravigliosi pesci tropicali del ragionier Mazzucchi, tutti scomparsi dall’acquario senza una ragionevole spiegazione, e il maialino nano di Loredana, la studentessa di Lettere classiche, anche lui dileguato nel nulla!

Sarà una stupida coincidenza ma, da quando sono arrivate le signorine, in questo palazzo sono scomparsi tutti gli animali domestici, ad eccezione dei tre gatti obesi della signora Concetta.

Fa veramente molto caldo oggi. Trentacinque gradi e sono appena le dieci del mattino. Sarà per questo che anch’io mi lascio andare in assurdi farneticamenti. Poveri gatti! Come faranno a respirare con tutte le finestre chiuse? Adesso mi cambio e vado a vedere come stanno.

“Gattoni belli, ehi gattoni, dove vi siete cacciati?”

È tutto buio pesto qua dentro. Ma dove sta l’interruttore? Mannaggia, non riesco a vedere niente. Su questa parete ci doveva stare l’interruttore del corridoio. Ah eccolo qui! Finalmente un po’ di luce. Mamma mia, non si respira. Sembra che la casa sia chiusa da un secolo. Uh, si è fulminata la lampadina! E adesso?

“Gattoni belli, ehi gattoni, dove vi siete cacciati?”

Se non sbaglio su quest’altra parete ci sta l’interruttore della cucina. Bene, trovato. Ma… ma come? Pure questa lampadina fulminata? E va bene, in questa casa non funziona niente. Ma dove si sono andati a nascondere i gatti? In genere, corrono sempre quando mi sentono arrivare. Mi sa che devo aprire un poco le finestre. L’idea di andare a sbattere contro qualcosa non mi piace proprio. Ecco fatto! Ma dove si saranno cacciati? Staranno sicuramente sul letto. Niente, neanche qui. Sul divano del salotto, allora? Fammi andare a vedere. No! Non ci posso credere! La finestra è rimasta socchiusa! Ecco perché i gatti non ci sono: sono scappati dalla finestra del salotto. Una tragedia. E adesso? Come glielo dico alla signora Concetta? Però meglio aspettare, forse tornano. Ma certo, i gatti tornano sempre. Chissà, forse stanno giù al palazzo. Scendo, non mi costa niente controllare.

«Buongiorno Signora Maria, dove andate così di fretta?»

«Ah, signorina Matilde, buongiorno. Niente di particolare, in verità. Stavo controllando i gatti di Carmela. Credo che siano scappati!».

«Certo! Stanotte mi era parso di sentire degli strani miagolii. Erano sicuramente loro! Non vi preoccupate. I gatti tornano sempre. Volete entrare? Vi offro un caffè e poi, visto che siamo solo noi quattro, potreste rimanere a pranzo da noi. Che dite?»

Com’è gentile. Sarebbe troppo scortese rifiutare.

«Con piacere. Ah che bella casa! È molto più fresca della mia. Se non erro, è la prima volta che entro a casa vostra».

«Sì, la prima volta. Venite, in cucina ci sono Carmela e Assunta che cucinano».

«Buongiorno, stiamo preparando un pasto meraviglioso, signora Maria!»

Parlano insieme. E mi sorridono nello stesso identico modo. Quei denti neri, Dio!

«Accomodiamoci in salotto. Prendete il caffè. È ancora bello caldo. Sapete, noi ci arrangiamo. Viviamo solo con la pensione di Assunta, seicento euro al mese. Facciamo tanti sacrifici e compriamo solo il necessario per la sopravvivenza. Sì lo so, è triste. Però, una cosa buona non ce la facciamo mai mancare: il caffè».

«Fate benissimo. Non si può rinunciare a tutto nella vita. Mi gira un po’ la testa. Sarà il caldo. Forse è meglio se torno a casa».

«Non lo dite neanche per scherzo! È naturale che vi giri la testa. Vi abbiamo drogata. Sì perché, in verità, oltre al caffè ci sta un’altra cosa che non ci facciamo mai mancare: la carne».

Gli occhi iniziano a chiudersi contro la mia volontà. Sento una risata sguaiata e cattiva rimbombarmi nel cervello. Le signorine, le signorine. Altro che gatti e cani e uccelli. Le signorine vogliono mangiare me. Devo scappare da questa casa. Dio dammi la forza di alzarmi e di urlare…

Urlo fino a quando non ho più fiato in gola. Che giorno è? Il 17 agosto. Devo aprire le finestre. Sento ancora il cuore in gola. Un sogno di merda! Diamine! Ma ho dormito più di un giorno. I gatti della signora Concetta! Poverini! Saranno affamati. Vado subito. Ecco le chiavi.

“Gattoni belli, ehi gattoni, dove vi siete cacciati?”

Strano, in genere corrono quando mi sentono arrivare!

 

Adriana Capogrosso

 


 


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