Inganno di morte

Inganno di Morte

di Luca Pennati

 

La tela di sacco che indosso è nera, si increspa nel vento, lasciando dietro di sé una scia di paura, il fruscio schioccante della stoffa sul mio corpo è l’unico segnale del mio passaggio.

Nessuno vede il mio avvicinamento.

Nessuno si aspetta di vedermi.

Nessuno mi nota finché non lo voglio, dopo, per loro, sarà troppo tardi.

Volo attraverso l’aria della notte, senza toccare terra, a meno che non debba compiere il mio dovere. Coloro che hanno raggiunto il giusto tempo per morire abbandonano le loro vite a me, semplici anime destinate al Maestro.

L’aria fredda della notte, che sfrigola sulle ossa esposte del mio corpo, mi manda in estasi. È simile al tocco di una donna. Lo ricordo ancora da quando fui in vita, erano sensazioni uniche. Mentre la carne lacera e accarezza l’osso liscio, riesco a percepirlo di nuovo, l’intima carezza della carne sulla carne. Rabbrividisco ovviamente di piacere e non per il freddo, percezione che non ho. Sono immune a tutto.

Sì, adoro questa sensazione.

Sono sempre un’entità suprema, sono la Morte, anche se un tempo fui un essere vivente. Accadde tanto tempo fa, prima di entrare al servizio del mio Maestro, aldilà dello spazio e del tempo.

In un’altra vita, uccidevo senza pregiudizi, senza discriminazioni: ero un assassino. Ho dedicato la mia vita ad uccidere per denaro o, in alcuni casi, per piacere. Re, regine, nobili e notabili sono caduti sotto la mia lama. Ho assaporato il flusso di sangue caldo appiccicoso, che colava lungo l’acciaio fin sulle mie dita. Ridevo, mentre le mie prede si rendevano conto che la loro sorte estrema era arrivata e il respiro vitale le abbandonava.

Mi sentivo un Dio.

Tuttavia vorrei tornare alla vita, così potrei sentire di nuovo il tocco della delicatezza di una donna, assaporare di nuovo la vita che scorre via dalla mia preda. So che non posso tornare uomo, so che non dovrei provare questo sentimento, ma io lo desidero ancora tanto.

Sono morto una notte, vittima di una trappola. Un uomo mi aveva dato appuntamento per un lavoro facile facile, ma mi aveva ingannato e me ne resi conto solo quando fu troppo tardi. Quando entrai nel castello per raggiungere il luogo dell’appuntamento, una guardia mi colse di sorpresa, abbattendomi con la sua lama. L’espressione di gioia sul suo viso mi fece capire che non era quello che sembrava. I suoi occhi brillavano d’intensità arancione, come i fuochi dell’inferno stesso, e il suo sorriso tradiva i denti affilati come rasoi. Puzzava di zolfo e putridume, un’aura di male lo circondava e mentre una risata cupa riempiva l’aria, il gelo calò sulla mia anima.

Lui era la Morte.

Quando ripenso a quel tempo, in me traspare un ghigno: il mio assassino serviva il Maestro, come faccio io ora. Il Padrone desidera conquistare il mondo e ha bisogno di un esercito di “macchine” senzienti, da annientamento, le più spietate del mondo per aiutarlo a conquistare il dominio. La mia morte servì per aggiungerne un altro adepto ai suoi ranghi, per aiutarlo nei suoi piani.

Il Maestro mi ha insegnato che tutti hanno ciò che meritano. Karma, lo chiama. Ha detto che colui che uccide è destinato a subire la stessa fine. Il karma mi raggiunse quella sera, quando un essere travestito da guardia mi reclutò ammazzandomi. Nonostante l’imbarazzo di essere sconfitto, mi ha insegnato che anche la gazzella può sconfiggere il leone. Avrei solo dovuto rimanere più vigile. Ma non sarebbe servito a niente. Era il mio destino.

La mia via mi appare davanti all’improvviso mentre sbuco fuori da un banco di nebbia, un castello immerso nella campagna francese. Il maniero mi sembra familiare, ma ne ho visitato così tanti, come assassino, che alla fine mi appaiono tutti uguali.

Il mio compito è semplice: uccidere. Un incarico che il Maestro mi ha affidato con l’obbligo di gestirlo personalmente. Quindi mi ha catapultato in un momento preciso, in tempo… per raccogliere quest’anima per lui speciale. Io non ho fatto domande.

Mi accosto appena dentro il muro del castello e cambio la mia forma in un soldato di guardia. Il mio sacco di tela si trasforma in armatura, vestito e pelle. La mia falce si trasforma in una spada, un po’ grande per i miei gusti, ma le guardie di questo tempo non portano le lame piccole che preferisco. Il mio travestimento deve essere perfetto. Mi prendo un momento per guardarmi, soddisfatto del lavoro svolto.

Rintanato vicino al cancello d’entrata, trovo una buona posizione per intrappolare la mia preda non appena avrà messo piede nel mio raggio d’azione. Il mio obiettivo è un collega assassino, ma ovviamente, i miei bersagli sono sempre gli stessi, come me. Devo ammettere di apprezzare quest’opportunità di incontrare qualcuno che svolge la mia vecchia, si fa per dire, professione, anche se devo ucciderli.

La mia preda si avvicina, il brivido dell’imminente uccisione mi carica d’energia. Rimango in attesa. Lui mi supera e io dimezzo la distanza che ci separa, prima di colpire. Non posso fare a meno di provare un’affinità particolare con quest’uomo. Gli do un colpo sulla gamba tanto per iniziare. Ottengo tutta la sua attenzione. Si volta di scatto, il suo sguardo si rivolge a me con gli occhi sgranati. Non se l’aspettava, l’odore rancido di sudore mi sale nelle narici, portando con sé la sua paura.

Senza attendere oltre, abbasso di scatto la mia lama, affettandolo trasversalmente dalla spalla sinistra, fermandomi appena oltre il suo cuore. Il sangue scorre sul suo petto, posso sentire la sua vita svanire, sgorgare dalla ferita.

Non solo sorrido alla mia preda, rido proprio di gusto. Il piacere mi attraversa completamente mentre il suo sangue scorre sulle mie mani, la sua vita evapora dal quel liquido melmoso che va ad impregnare il terreno. Gli lascio vedere le mie zanne appuntite e i miei occhi bruciano come il fuoco dell’inferno.

Dietro di me una risata oscura e profonda mi sovrasta. È un suono che riconosco. Mi volto e nel cuore del buio in un’ombra innaturale del muro del castello trovo l’uomo che mi ha assunto in quella fatidica notte. La sua forma cambia e rivela il mio Maestro, che ora sorride e beve nell’ironia di ciò che mi ha fatto.

“Volevi tornare umano, ti ho accontentato!”.

Abbasso lo sguardo e capisco che la mia preda non è solo qualcuno. Il castello è lo stesso, la notte è la stessa, è tutto troppo familiare e ora so perché.

I miei stessi occhi mi guardano, e io osservo mentre la vita dentro di loro si spegne.

Il Maestro continua a ridere di gusto, ‘sto bastardo, mentre mi ritrovo a volare al suo fianco con le mie ossa sfrigolanti.
 


 


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