Odiava la gente

ODIAVA LA GENTE

di Michele Borgogni

 

Carey odiava la gente, era anarchico e bibliofilo, e questo non andava bene in un’epoca dominata da regole e olochip. Così, dopo varie peripezie che non vale la pena di narrare, decise di comprarsi un planetoide.

Per fortuna a quel tempo la bizzarria era sopravvalutata, e il mondo di Hollywood era sempre alla ricerca di nuove stranezze con cui costruire stronzate per il pubblico. Carey ottenne un appuntamento con un produttore, uno di quelli col sigaro in bocca e col cappello da cowboy, e si fece sondare il cervello. Era un ingegnere, laureato col massimo dei voti a Oslo e specializzatosi a Nuova Tokyo in armi di distruzione di massa e chimica del terraforming; come se questo non bastasse, era un sognatore, e il suo sogno ricorrente era di distruggere la terra con tutti i suoi abitanti. Il produttore (o meglio la sua sonda) unì le due cose, e gli fece firmare un contratto a sedici zeri.

Un mese dopo usciva negli olocinema e in onirotv il primo capitolo della saga catastro-tecnologica di Fearless Jack, durante la quale gli alieni della galassia Y, il Barone von Kirchen, un demone del fuoco risvegliatosi al centro della terra e l’ego malvagio di Dio divenuto schizofrenico si davano il cambio nel tentativo di distruggere l’umanità. In gran parte ci riuscivano, ma prima che potessero concludere l’opera Fearless Jack (interpretato da VOI STESSI nella versione in “onirotv”!) li sconfiggeva, armato della sua intelligenza e di un lanciagranate davvero alla moda!

Carey avrebbe odiato tutto ciò, anche perché le idee che aveva sognato per tutta una vita venivano invariabilmente sconfitte. Per fortuna era già in viaggio verso Beta Orionis, dove l’Autorità aveva promesso di assegnargli il planetoide.

Sbarcato sul sesto pianeta ebbe l’incontro con Cyril X, Proconsole Vicario del sistema. Era un ometto brutto e semicalvo, con le braccia troppo corte e l’aspetto irritato dal mondo. A Carey piacque subito, tanto che si ripromise di invitarlo sul suo planetoide nella malaugurata ipotesi di venir preso dalla solitudine. Firmò il contratto senza troppe storie, comprò un cargo capiente, lo riempì di tonnellate di materiale utile e di qualche olofilm porno e infine partì.

Il planetoide era stato chiamato Lincoln, proprio come migliaia di altri simili. Era una palla di roccia con qualche esalazione venefica ogni tanto. A Carey sembrava il paradiso.

Come prima cosa, appena sceso, tirò il pisello fuori dalla tuta e marcò il territorio. Con una gravità così bassa poteva arrivare fin quasi all’orizzonte. Ribattezzò la palla di roccia “Forte dell’Eremita”, lanciò in orbita un satellite con la scritta luminosa “Vietato l’accesso a chiunque” e iniziò a dedicarsi ai lavori domestici.

Per un ingegnere del suo calibro rendere abitabile quel pianeta era semplicissimo: programmò il computer a dovere, mando fuori una squadra di robot e si mise a dormire. Si svegliò dopo 15 ore, affamato, e già c’erano una gravità quasi terrestre e un’atmosfera respirabile… e pulita! Carey decise per un clima mediterraneo, sul modello della penisola italiana del ventesimo secolo. Regolò l’alternarsi delle stagioni, poi si dedicò al disegno della mappa. Eresse una catena montuosa di considerevoli proporzioni riservando il resto della superficie a dolci colline e a un mare limpido e pescoso. Decise quindi di riservare la maggior parte delle sue risorse alla produzione di vino, in modo tale da potersi sbronzare sulla spiaggia quando voleva, senza seccatori che gli facessero notare che vigeva il divieto di vomito.

Detto fatto, le viti iniziarono a crescere, intervallate da qualche olivo, orti automatizzati e sprazzi di terreno selvaggio, per quando avesse avuto voglia di giocare all’esploratore.

Passarono le settimane. Carey le trascorreva pigramente, oziando nell’acqua tiepida, sorseggiando drink, consumando gli olofilm che aveva portato e programmandone amatorialmente altri. Per la prima volta nella sua vita era davvero felice, senza seccatori intorno, senza venditori di enciclopedie, senza datori di lavoro stressati e stressanti, senza donne tra i piedi che lo riprendessero per il suo aspetto sciatto… Aveva consumato tutte le sue risorse in quell’opera, i suoi sedici zeri si erano ridotti a due o tre, ma ne era valsa certo la pena.

Si avvicinava il momento della vendemmia. Le uve, bianche e nere, erano grosse e succulente, e gli automatismi per la produzione vinaria erano pronti. Carey volle provare il lavoro manuale e vendemmiò personalmente due o tre corti filari; poi, stanco, lasciò il resto del lavoro alla manovalanza non umana.

Il vino che ne ricavò era squisito.

Carey passò giorni interi sbronzo di quel nettare paradisiaco, vagando per le sue proprietà e venendo rialzato dai robot quando cadeva. Cantava tutto solo odi solenni al dio Bacco, ululava allo spazio e ai pianeti che lo circondavano, abbracciava le sue viti e i fusti degli altri alberi, quel vino contribuiva a farlo sentire ancora più libero!

Quando, dopo quei giorni di oblio, tornò alla sobrietà, si rese conto di un particolare che gli era fino a quel momento sfuggito: il vino era TANTO.

Fece qualche breve operazione: anche calcolando una sola vendemmia all’anno (e lui aveva programmato il ciclo delle stagioni perché ce ne fossero quattro) e sbronzandosi fino all’incoscienza ogni giorno Carey non avrebbe consumato che forse un millesimo di quanto produceva. E le sue cantine erano già piene. Pensò di produrre qualcos’altro, ma immediatamente scosse la testa: quel nettare era talmente delizioso che limitarne la produzione sarebbe stato un peccato mortale. Forse avrebbe potuto abbandonare per un attimo il suo astio per il mondo e rendere gli altri uomini partecipi di tanto godimento. Ci pensò su tre minuti, poi bevve un altro bicchiere e non poté fare a meno di convincersi: doveva fare così!

Dopo un breve iter burocratico, le bottiglie “Vino dell’eremita” furono in vendita. E furono un successo senza precedenti. I negozi erano presi d’assalto, i ristoranti più lussuosi facevano a gara per contendersi l’esclusiva, alle aste poche bottiglie venivano battute a cifre iperboliche e Carey, suo malgrado, aveva conquistato le copertine di Wine Magazine, Wine’s World e Alcoholic Freaks. Il suo conto in banca stava per esplodere, e gli zeri tornarono a moltiplicarsi. Pensò che ora, con questo introito fisso, avrebbe potuto fare davvero la bella vita, e fece costruire nel planetoide olocinema, piste da bowling e da sci, robobordelli, campi di galactia, piscine, parchi divertimenti e quant’altro gli passasse per la testa. Poi nonostante le quattro vendemmie le scorte di magazzino cominciarono a scarseggiare, i prezzi salirono ancor più alle stelle e improvvisamente piovvero, da chissà dove, le offerte più strane.

I meno invadenti erano i semplici viticoltori, che gli chiedevano il segreto del suo successo o cose così: a questi, Carey, qualche volta rispondeva pure. Poi venivano i giornalisti che lo volevano intervistare, regolarmente ignorati, gli inviati dei ristoranti, garbatamente messi alla porta, e i ricchi collezionisti, che prenotavano bottiglie per annate che avrebbero visto forse i loro nipoti. Ma i peggiori di tutti erano i messi delle grandi industrie vinarie multigalattiche.

Sembrava si fosse scatenata un’asta: una offriva un gozziliardo per l’intera produzione, l’altra rispondeva con due, una terza ne offriva cinque per rilevare l’intera proprietà e via dicendo. Dapprima Carey si limitò ad ascoltare, imbambolato da questo balletto di cifre iperboliche, poi si risvegliò, e iniziò a prendere a male parole tutti quelli che lo chiamavano o cercavano di presentarsi lì di persona.

Per un po’ le cose si tranquillizzarono, ma era la quiete prima della tempesta.

Una mattina Carey venne risvegliato dall’allarme: c’era un intruso nel settore 24-C, i robot l’avevano catturato. Accorse sul posto, c’era un geologo legato e imbavagliato, stava raccogliendo campioni di terreno per carpire il segreto della qualità delle colture. Venne lavato da capo a piedi per assicurarsi che non potesse portar via neanche un granello di polvere da analizzare, e rimandato via a calci nel culo.

Passarono tre giorni, e l’allarme suonò di nuovo: questa volta era un fitologo, che subì lo stesso trattamento. E le cose andarono ancora peggiorando. Dopo due settimane Carey udì colpi di arma da fuoco. Due spie di industrie rivali erano riusciti chissà come ad intrufolarsi nel planetoide, si erano scoperte a vicenda e ora tentavano di farsi fuori. Vennero denunciate e incarcerate su Beta Orionis. Poi un satellite spia cercò di introdursi nell’orbita, una navetta sparò robotalpe che cercarono di nascondersi nel sottosuolo, un’altra proiettò minuscole nanosonde analizzatrici, che però finirono tutte in fondo al mare… Insomma, la pace era svanita, benché Carey spendesse una fortuna per aggiornare quanto più possibile i propri sistemi d’allarme.

Cominciarono anche le intimidazioni e i boicottaggi: un’intera vendemmia andò distrutta a causa di gas intossicanti liberati da chissà chi nell’atmosfera artificiale, e diversi altri tentativi furono sventati per un nonnulla.

Carey si mise le mani nei capelli: arrivò ad arruolare squadre di mercenari che facessero la guardia e a pagarli più di quanto le industrie non potessero offrire per corromperli. Gli attacchi cessarono o quasi, ma così facendo non guadagnava più nulla, aveva gente intorno anche di notte per proteggerlo e anche il vino cominciò a sembrargli meno buono.

Prese l’ultima decisione.

Licenziò tutte le guardie e chiamò i rappresentanti di ogni industria multigalattica che l’aveva contattato per un incontro sul pianeta. Quando questi arrivarono, tutti in anticipo, li fece sedere intorno a un tavolo e comunicò loro le sue decisioni.

– Carissimi ospiti, ho deciso di cedere il pianeta! – disse loro.

– A noi, non è vero? – saltò in piedi il rappresentante dell’industria A.

– No, a noi! – replicò l’industria B.

– Ma l’offerta più alta era la nostra! – ribatté la C. E continuarono così per un po’, a litigare furiosamente mentre Carey li guardava ridendo.

Poi li interruppe. – Signori, vi prego, un po’ di educazione. Ho detto che cederò il pianeta, – continuò mentre tutti si rimettevano a sedere. – ma non voglio vedervi litigare. Per questo, ho deciso di regalarlo. A tutti voi. Dividetelo come volete, questa è la cartina, io me ne vado.

Tutti lo guardarono stupiti per un istante, poi ripresero a urlare.

– A me il lotto 21-B!

– E a me il 27-K!

– Quello l’avevo prenotato io!

Carey, naturalmente, non venne degnato di uno sguardo mentre usciva dalla stanza, saliva sulla sua astronave privata, accendeva i motori e volava via.

Quando fu ormai lontano si fermò a guardare per un’ultima volta la sua antica proprietà ancora in vista. La salutò con nostalgia, fece ciao ciao con la manina e premette un pulsante. La bomba che aveva collocato il giorno prima esplose, e con essa il pianeta. Questo divenne prima una sfera di fuoco, poi si infranse in milioni di pezzi.

Nel vuoto galleggiava una miriade di detriti grandi e piccoli, e quel posto non era più sicuro. Carey si affrettò a riprendere il cammino, alla ricerca di un pianeta davvero solitario dove vivere finalmente in pace, senza stress e senza rompiscatole attorno. Perché Carey ODIAVA la gente.
 


 


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