Deep Black – capitolo 02

DEEP BLACK

di Caterina Schiraldi

Capitolo II

 

L’aria opprimente per l’umidità gli mozzava il respiro. La quasi totale oscurità ne rallentava il passo e la fitta vegetazione che si scontrava contro il suo viso lo frustava, lasciandogli segni brucianti sulla pelle. Doveva correre più veloce, più silenziosamente. Sentiva dei passi dietro di lui. Qualcuno lo seguiva.

Il cuore rombava come un tuono nelle sue orecchie ed il sangue pulsava sempre più velocemente. Doveva resistere. Il sudore gli imperlava la fronte, gli arti erano doloranti per lo sforzo ma doveva accelerare. Bisognava far presto! Il tempo scorreva inesorabile e il buio lo avvolgeva. Non c’era tempo da perdere. Doveva correre più veloce. Lei aveva bisogno di lui!

All’improvviso Jo si sentì sprofondare verso il basso, i piedi persero il loro appoggio, e lo slancio dato dalla corsa forsennata lo sbilanciò. Cadde rovinosamente in avanti, annaspando alla ricerca di un appiglio qualunque, ma ad accoglierlo ci fu solo un liquido buio che lo avvolse totalmente.

Acqua!

Jo odiava l’acqua. L’unico sport in cui non eccelleva, e che detestava fin dai suoi ricordi più remoti, era il nuoto. Era una viscerale, incomprensibile quanto radicata fobia.

Prese a dibattersi atterrito, muovendo convulsamente tutto il corpo senza alcuna coordinazione. Non sapeva nuotare.  Più si agitava, più sembrava sprofondare inesorabilmente verso quel buio denso ed opprimente che lo avvolgeva. L’acqua nella bocca e la rigidità muscolare dovuta alla sua fobia lo ghermirono in una pozza di panico e tensione, che gli stringevano le viscere e gli impedivano di respirare. Stanco per la corsa, lo sforzo ed il terrore, Jo cominciò a lasciarsi andare.

Sapeva di non avere scampo. Era solo nel buio e stava annegando. Chiuse gli occhi rassegnato alla sua sorte. Altra oscurità, era solo altra oscurità. E lui era sempre stato abituato all’oscurità.

Due fiammanti occhi color verde giada dardeggiarono all’improvviso nel buio totale ed una mano lo tirò su con un unico slancio, facendolo riemergere da quella pozza d’acqua e morte.

Jo cominciò a tossire convulsamente. I polmoni esplodevano e bruciavano, ma la vita scorreva rapida e forte nelle sue vene.

Era salvo.

Si girò lentamente ad incontrare il suo salvatore. E…

Quegli occhi!

Ancora una volta la bambina dei suoi sogni era dinanzi a lui. Una bimbetta di circa quattro anni. Con lucidi capelli neri e profondi occhi verdi.

Non poteva essere state lei a salvarlo. Non ne aveva la forza. Era solo una bambina.

Eppure era l’unico essere vivente oltre a lui a trovarsi in quella radura oscura. Jo provò a parlare, ma se ne scoprì incapace. Non un suono intelligibile sembrava in grado di uscire dalle sue labbra.

Provò allora a tirarsi su e ad allungare una mano verso la bambina ma all’improvviso…

Lei non c’era più.

Una pantera nera, dalle lunghe zanne, aveva preso il suo posto.

Jo provò di nuovo ad, ma dalla sua gola muta emerse solo uno strano lamento, che non riconobbe come suo. Cercò allora di spiccare un balzo all’indietro per sottrarsi all’assalto della fiera, ma non fu abbastanza veloce.

L’agile felino piombò su di lui con le fauci spalancate.

 

Jo si risvegliò di colpo in un bagno di sudore. Aveva fatto un altro incubo.

Ultimamente i suoi sogni erano sempre più turbati da immagini di buio e di morte. E poi c’era quella bambina. La sognava dacché aveva memoria. Non tutte le notti, ma ad intervalli piuttosto regolari. Ma di solito non si trattava di sogni cupi o spaventosi. Solo di immagini confuse ed indistinte.

Negli ultimi tempi però le cose erano cambiate. Quando la bambina compariva nei suoi viaggi notturni, non si trattava mai di momenti sereni o confusi, ma pieni di terrore e ansia.

Jo scosse il capo per liberarlo dagli ultimi brandelli dell’attività onirica appena terminata.

Fece scorrere lo sguardo sulla camera di albergo in cui si trovava.

Era in Egitto finalmente! La consueta frenesia ed l’adrenalina che lo assalivano nell’imminenza di una nuova avventura, ricomparvero in tutta la loro forza. Scacciando definitivamente l’ansietà notturna. Si sentiva vivo e desideroso di azione come sempre. Scalciò via le coperte con una sola fluida mossa.

Napoleone, come di consueto acciambellato sul limitare del suo letto, lo osservava con sguardo già attivo e vivace. Si scostò rapido per evitare di rimanere soffocato sotto le coperte.

<<Vieni qua ragazzaccio>>, lo chiamò Jo sorridendo, facendogli un gesto con la mano. Il nero gattone lo raggiunse strofinandoglisi addosso e facendo le fusa: <<buongiorno anche a te, mi auguro che la nuova avventura che ci attende tenga a bada le tue scappatelle degli ultimi mesi>>, gli disse grattandogli le orecchie con dolcezza. <<Ce ne andiamo un po’ troppo in giro ultimamente, eh Napo? Tra te e me non so chi sia più agitato>>, gli si rivolse con il consueto tono amichevole, come se fosse in presenza di un essere umano in grado di rispondergli. Ed in effetti il micione sembrava capirlo alla perfezione, perché si girò a guardarlo negli occhi come se volesse comunicargli qualcosa.

Jo però era già troppo preso dalla frenesia di attivarsi e di sgranchirsi i muscoli, per prestare attenzione a quello sguardo attento. Si stiracchiò le membra intorpidite e le sentì doloranti. Come dopo un’intensa attività fisica. Sembrava quasi che avesse corso realmente, come nel proprio sogno.

<<Ah! Si vede che ho passato i trenta. Comincio a scricchiolare come un vecchio cancello arrugginito>>, ironizzò senza dar peso alla cosa. Napoleone continuava a seguirlo col suo sguardo intenso.

Si diresse verso il bagno per farsi una doccia e cambiarsi. Si volse verso lo specchio sopra il lavabo passandosi una mano tra i lucidi capelli scarmigliati. Doveva essersi agitato parecchio nel sonno perché, al posto della sua solita chioma morbida e lucente, si ritrovò una specie di nido cespuglioso sopra il capo.  <<Accidenti>>, borbottò tentando di darsi una ravviata.

Appena sollevò il braccio, però gli gelò il sangue nelle vene. E Jo impallidì. Lungo l’avambraccio sinistro c’erano quattro lunghi solchi sanguinanti.

Sembravano esattamente i segni lasciati dalla zampata di un grosso felino.
 


 
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