Gli occhi neri

Gli occhi neri

 

Come tutte le mattine, Sansone andò a svegliarlo con una ruvida leccata sulla fronte. Saranno state le otto o giù di lì, era un orologio svizzero, “lui” aveva fame. Se non si fosse buttato dal letto entro dieci minuti avrebbe iniziato ad abbaiare come un disperato e gliel’avrebbe fatta pagare mordicchiando le lenzuola, fino ad insudiciarle, quella canaglia di un cane. “Non mi lasci mai dormire in pace, sei peggio della mia ex suocera… “Va be’, andiamo, va… stamattina doppia razione di biscottini, ma solo perché è domenica, tu intanto prepara il caffè”.  Si trascinò in cucina ancora frastornato, l’altra sera aveva bevuto troppo.  Del resto sarebbe stato impossibile tollerare il compleanno della zia, nata nel paleolitico, da sobrio, il rincoglionimento postsbornia era il piccolo prezzo da pagare. “Sansone, è pronto il caffè?” Naturalmente il fiero pastore tedesco era lì ad aspettarlo con la sua ciotola tra le zanne, del suo mal di testa non gliene importava nulla. “Il prossimo cane sarà femmina, due vecchi scapoli sono troppi, questa casa è un caos” gli disse, fingendo severità, in realtà il vero padrone di casa era il cane. Come sempre.

Il bestione era molto più di un amico, era i suoi occhi. Dopo una vita trascorsa in compagnia del suo bastone bianco, si era deciso a prendere un cane guida, almeno il peloso gli avrebbe garantito un minimo di sicurezza, una volta una gang di ragazzetti bastardi lo aveva sbeffeggiato e pestato per benino, adesso si sarebbero guardati bene dal fare “i guappi ” con un disabile.

Vista compromessa fin dalla nascita. Nacque prematuro e, mentre lottava per rimanere in vita dentro un’incubatrice, i nervi ottici furono in larga parte danneggiati per il sovraddosaggio di ossigeno ricevuto per sopravvivere. A sette anni era completamente cieco. Bella sfiga. Sarebbe stato meglio essere sordo, almeno si sarebbe risparmiato di ascoltare tutte le stronzate che s’era sorbito negli ultimi sessant’anni. E quelli a venire.

Bartolomeo era un omone alto un metro e novanta, imponente come una quercia, dall’aspetto trasandato, coi capelli lunghi e sempre in disordine, la barba da mullah e il fascino di un eremita. Puzzava come una ciminiera, fumava troppo, con buona pace dei suoi polmoni, che protestavano vigorosamente sotto forma di tosse, così ogni sera andava a far visita al solito bar sotto casa e si devastava il fegato a suon di vodka, giusto per essere equo nei confronti dei suoi organi.

Bart, come lo chiamava sua madre da piccolo, aveva un’intelligenza vivida e solare, imparò presto a suonare il pianoforte e il sassofono, amava la letteratura e si laureò con il massimo dei voti. Passò tutta la vita ad insegnare storia e filosofia ai suoi allievi del liceo “Garibaldi”.

Odiava il “finto eroe dei Mille”, ogni mattina gli augurava il buongiorno, ingiuriando la sua statua che faceva bella mostra di sé nel cortile antistante l’ingresso della scuola. Senza quella maledetta spedizione sarebbe stata un’altra storia, il fatterello commovente dell’Unità di Italia infiocchettato nei manuali scolastici era solo un grande bluff. Bart era un brigante inside, inculcò nei ragazzi la fierezza di essere borbonici, il coraggio di usare l’intelletto per discernere la verità, senza farsi abbindolare dalle menzognere sovrastrutture culturali .

Era un rivoluzionario, un anticonformista. Stroncava i saputelli, smontando sapientemente la loro ostentata preparazione, trovò del genio nei soggetti più improbabili, dotati della capacità, impensabile a prima… “vista”, di usare il cervello, perché “la filosofia non è una poesiola da imparare a memoria, dovete aprire la mente all’infinito, capre” ripeteva loro in continuazione. Ogni tanto gli arrivava qualche aeroplanino di carta in fronte e lui si vendicava umiliando gli insolenti col suo spirito arguto e trascendentale. Era un Superuomo. Non volle mai l’assistente durante le sue lezioni, come era previsto per gli insegnati ipovedenti, era assolutamente in grado di gestire da solo quel manipolo di disgraziati ignoranti . “Copiate pure fra di voi, lo fareste anche se potessi vedervi, tanto vi stronco in paranza, bifolchi” li minacciava ironico.

Una volta un allievo, tra i più stronzi, tentò di fregarlo. Si presentò alla cattedra per l’interrogazione munito del suo bel libro. Bart se ne accorse subito che leggeva impunemente, ma lo assecondò nel suo inganno. Percepiva la tensione del resto della classe che gli resse il gioco fino alla fine. “Bene, la commedia è terminata. Quando è pronto, chiuda il manuale, sig. Abate, così verifichiamo se la sua preparazione è mediocre quanto le sue capacità recitative”. Calò il gelo. Morale della favola: voto 3. Nessuno, da allora, provò mai più a fotterlo.

Gli studenti lo temevano e lo rispettavano, gli piaceva mascherarsi da cattivo perché non sopportava la commiserazione ma in fondo era un uomo buono, estremamente sensibile e amava i suoi ragazzi. Li esortava allo studio, col suo piglio insolente e provocatore, non come mero sfoggio di vuota cultura, ma affinché dissetassero la loro anima acerba alla fonte essenziale della sapienza e sviluppassero un intelletto curioso e creativo.

Gli piaceva vestirsi di turchese, sembrava un enorme puffo, le commesse tentavano inutilmente di rifilargli altri colori, volevano convincerlo che gli donasse il grigio, o anche il verde scuro, ma non c’era modo di smuoverlo dalla sua convinzione, forse perché era l’unica tonalità che ricordasse vagamente.  Gli riportava alla mente il cielo e il mare di Napoli. Da piccolo viveva vicino al porto, brulicante di vita, le persone non erano altro che ombre che gli passavano accanto simili a fantasmi, lui alzava lo sguardo in alto e rimaneva abbagliato dall’azzurrità che lo sovrastava. Era bellissimo. Sapeva che quella debole luce si sarebbe spenta all’improvviso e passava il suo tempo a fissare il mondo e le creature appannate che lo popolavano, era ossessionato dall’idea di dover immagazzinare tutti i dati sensibili che poteva, così quando il buon Dio gli avesse staccato la luce avrebbe avuto dei ricordi  da portarsi nell’abisso oscuro.

Quei ricordi, con gli anni, svanirono quasi del tutto. Il volto di sua madre, solo quello era rimasto inalterato. Riusciva ancora a sognarla, giovane e bella, coi capelli ricci e scuri ed un sorriso meraviglioso. Da sveglio non poteva figurarsela, solo di notte la sua immagine tornava nitida e reale. Il sogno era per Bartolomeo il ritorno della luce.

Adesso stava in un monolocale in una zona tranquilla, più adatta ad un handicappato, disgraziato e misantropo.

Da quando era in pensione, ogni mattina andava al cimitero a portare una rosa, blu, ça va sans dire, a Rebecca, la sua defunta moglie.  Si sedeva su una vecchia sedia malandata e se ne stava in silenzio per un po’ a respirare l’aria di nicchia e fiori rinsecchiti, mentre Sansone schiacciava un veloce pisolino, disteso ai suoi piedi, in attesa di risorgere per andare a far la spesa al mercato, poco distante.

Rebecca se n’era andata una mattina, all’improvviso, stroncata da un infarto, dopo una vita trascorsa insieme. Si erano conosciuti all’università, lei frequentava la facoltà di giurisprudenza. Il loro primo incontro avvenne in ascensore e fu amore al buio. L’elevatore si bloccò e andò via la luce, Rebecca ebbe una crisi di panico, iniziò a sudare e tremare, chiedeva aiuto urlando come una pazza isterica. Bart, infastidito dalle grida di quella simil iena imbestialita che gli stavano perforando i timpani ipersensibili, tentò di placarla fingendosi garbato, ma non sortì alcun effetto, così le si avvicinò e la strinse a sé con le sue lunghe e possenti leve. Sentiva il suo cuore battere fortissimo, le accarezzò i capelli. “Signorina, stia tranquilla, la claustrofobia, come tutte le paure, è solo una distorsione cognitiva, andrà tutto bene, tra qualche minuto l’ascensore ripartirà, si fidi di me. In caso contrario dovrò imbavagliarla e moriremo asfissiati, ma quantomeno tranquilli ” le sussurrò sardonicamente. Lei protestò che in realtà era il buio a terrorizzarla. Il giovane scoppiò a ridere “le assicuro che l’oscurità non è poi così insopportabile, parola di cieco” sdrammatizzò con la sua consueta ironia. Rebecca trasalì e si sentì una sciocca. Passarono pochi minuti e le porte dell’ascensore finalmente si spalancarono. Profondamente imbarazzata, per la sua reazione esagerata, ma soprattutto per non essersi resa conto che quel ragazzone, bello come una divinità greca, fosse non vedente, volle offrirgli un caffè al bar dell’università per scusarsi della melodrammatica scenetta. Bart accettò senza indugio, la ragazza aveva la voce di un’oca, forse per il raffreddore, ma il suo profumo accattivante lo rapì.  Quell’intermezzo, che doveva essere solo un gesto di formale cortesia, si trasformò nell’inizio di un idillio, il tempo sembrava essersi fermato, le rispettive lezioni, ormai, dimenticate. Prima di salutarsi, le chiese se potesse toccarle il viso, lei assentì incuriosita. Con le dita accarezzò il suo profilo, aveva gli occhi grandi, un po’ infossati, zigomi spigolosi e un naso perfetto. La bocca era sottile e lievemente asimmetrica, nel complesso aveva dei lineamenti regolari e piacevoli. Si spinse fino alle spalle, che erano ossute e strette. La sentì tremare sotto le sue mani, era evidentemente a disagio, così si fermò e le disse “sei davvero bellissima, penso che ti sposerò”. Da quel giorno divennero inseparabili.

Insieme viaggiarono tantissimo, Rebecca gli descriveva minuziosamente tutto le meraviglie del mondo e a lui sembrava di poterle vedere. “ Promettimi che quando saremo vecchi e ormai stanchi verremo a morire qui” gli fece giurare lei mentre si trovavano a Cusco. Quel viaggio in Perù rimase nel loro cuore per sempre.

Pochi anni dopo nacque Olivia. Bella come sua madre, arrogante e spocchiosa come suo padre.

Bart l’adorava ma non ebbero mai un rapporto facile. Era un uomo rigido e intransigente, lei una ragazza troppo ribelle per tollerare i sofismi di un padre con un ego smisurato, apparentemente interessato solo ai suoi trattati filosofici e alla musica. Non si compresero mai, entrambi troppo cocciuti. Dopo la morte di sua madre, Olivia si trasferì negli Stati Uniti, gli telefonava ogni sera, erano conversazioni asettiche, meri resoconti giornalieri, privi di ogni slancio affettivo. Bart concludeva la telefonata sempre allo stesso modo “Ti voglio bene, piccola mia”, ma si assicurava che lei, dall’altra parte, avesse già attaccato.

Era un uomo di poche parole, schivo, volutamente antipatico, non sopportava la gente, un provocatore nato. Aveva un solo amico, Giuseppe. Ex professore anche lui, di matematica, dotato di una spiccata loquela, ma Bart aveva la capacità di irritarlo al punto da renderlo balbuziente, ridestando un disturbo che aveva fin da bambino e che negli anni era riuscito a correggere… o forse no.  Si incontravano tutti i pomeriggi al parco, seduti sulla consueta panchina, accompagnati dai rispettivi cani che, per proprietà transitiva, erano buoni amici ma finivano per azzuffarsi tal quale i loro padroni.

“Hey, Peppino, sei in ritardo… pensavo fossi morto” attaccò Bart.

“Vecchio bastardo, sono stato dal medico, ho il diabete alle stelle” bofonchiò l’altro.

“La devi smettere di rimpinzarti di caramelle, diventerai cieco come me, cretino. E il tuo cane è uno scimunito, non potrebbe farti da balia, il mio Sansone ci gioca solo per educazione”.

“Quella povera bestia si è abituata a stare con te, è un eroe, meriterebbe  una medaglia, sei il peggio che potesse capitargli. Io lo dico sempre, ci vuole fortuna pure a nascere cane.  Bartolome’… trovati una donna, stai diventando un rompicoglioni senza pari”, replicò l’occhialuto uomo di scienze.

Bart conosceva fin troppo bene le perversioni sessuali del marpione. “Passami una delle tue puttane, basta che non sia quella grassona polacca che viene a farti le pulizie il mercoledì, puzza di stantìo ed è pure ignorante”.

“Perché? La la la vuoi pu… pure colta? Se troooo… trovi una donna che te la dà de… de… devi già esss… contento, vecchio fossile che non sei a… a… altro”, prese a balbettare, pungolato dall’arcigno cieco.

“Aeh, adesso attacchi con la filastrocca… a parole tue Peppi’. Ma come cazzo hai fatto ad insegnare? Poi dicono che la matematica sia difficile… per forza… nun se capisc nient quando parli”.

Giuseppe era abituato a farsi prendere in giro dallo scorbutico amico di una vita, nonostante fosse un superbo pieno di sé, sapeva che gli voleva bene… a modo suo. In fondo era soltanto un uomo solo, che aveva vissuto chiuso nel suo antro buio per l’intera esistenza. Si era costruito una corazza per affrontare una vita senza immagini, senza ricordi. Niente colori, né lo splendore della luce.

Si salutarono con i soliti affettuosi improperi, si sarebbero ritrovati l’indomani ancora lì, a discorrere della vita e della morte. O, almeno, così credeva Giuseppe.

Bart pensava al tempo come ad una giostra circolare eternamente in movimento e gli uomini vi corrono sopra credendosene padroni, ignari che da quella ruota non si scende mai, nessun libero arbitrio, solo topolini da laboratorio.

Dio, o chicchessia, non era altro che un Creatore disinteressato e meschino. Si immaginava l’aldilà come un immenso buco nero dove tutti quanti saremmo stati risucchiati, frullati e ricreati per rinascere ancora, forse per colonizzare nuove galassie sconosciute e divenire cavie inconsapevoli di altre forme di vita, distruttive e corruttibili.

Aveva scritto diversi trattati su quest’argomento, elaborando riflessioni fantasiose e geniali, ma non volle mai divulgarli. Non gli interessava la fama, né l’approvazione dei colleghi, e non permise mai a nessuno di leggerli.

In fondo, la cecità era stata una gran fortuna. L’apparenza delle cose gli era stata negata, ma Bart sapeva coglierne l’essenza, profumata o puzzolente che fosse, silenziosa e assordante, nella sua paradossale immanenza. L’essenziale è invisibile agli occhi… c’ aveva ragione Antoine de Saint-Exupéry.

Prima di attardarsi al solito bar per tracannare la dose giornaliera di vodka, passò a salutare Filippo, il figlio dei suoi vicini di casa, gente per bene. Il piccolo era affetto dalla sindrome di Down. Bart provava un affetto paterno per quel bambino.  Si sedette accanto a lui, mentre Sansone gli leccava vigorosamente i nudi piedi tracagnotti.

“Ciao Fil… come te la passi oggi? Di merda, eh? Io pure, sono stanco.  Sono passato a salutarti… sei il primo a cui lo dico… sto per partire. Mi sono rotti i coglioni di stare qua, ormai sono vecchio.

Quelli come noi li chiamano invalidi. Per tutta la vita ho dovuto sopportare commenti sottovoce, gente che si appiattisce imbarazzata contro i muri quando si accorge della mia cecità, neanche volessi menarli con il mio bastone, finalmente sollevata quando può uscire dal cono di invisibilità in cui, per qualche istante, si è sentita sprofondare. Il fatto di non potersi rispecchiare negli occhi di qualcuno genera l’angoscia di non esistere, loro compatiscono me ed io compatisco loro, che devono elaborare il lutto della propria immagine. Io sono un cieco che non ha mai fatto il cieco e questo mi ha reso antipatico, perché non ho accettato il mio limite, non mi sono rassegnato al mio destino di handicappato. Ecco, Filippo, voglio dirti una cosa importante: fottitene. Sempre e di tutti. Tu non sei normale, non sei nemmeno speciale, non cagarli se ti definiscono disabile. Tu sei “Insuper-abile”. Vai oltre le barriere, non lasciarti condizionare dal giudizio altrui e sarai invincibile. Non devi scoraggiarti, ricorda che puoi tutto!

Per i cosiddetti “normali” siamo esseri grotteschi, uno scherzo della Natura, ci guardano e si sentono fortunati perché non sono come noi. Sai cosa ho imparato, io? Che sono solo dei vigliacchi paurosi, tronfi e tracotanti, credono di poter dominare il tempo, di sfidare l’eternità, come se fossero onnipotenti. A noi, invece, non importa nulla del passato o di quello che sarà, noi viviamo solo il presente, siamo già eterni. Filippo, piccolo amico mio, ti lascio Sansone, è l’unico regalo che posso farti ed anche il più grande, ti vorrà bene come ne vuole a me. Trattalo bene, mi fido di te”.

Il bambino lo ascoltò a bocca aperta tutto il tempo, con il moccolo che gli pendeva da una narice, aspettò che terminasse il suo monologo, poi lo abbracciò forte e baciò il cane sulla fronte. Non lo avrebbe rivisto mai più.

Stava aspettando il taxi che lo avrebbe portato all’aeroporto. Lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica di Olivia, sapeva che a quell’ora, dall’altra parte della Terra, era notte fonda e non avrebbe risposto. “ Ciao bimba, ti voglio bene”. Finalmente ci era riuscito.

Bart era malato da tempo. Non sapeva bene cosa fosse quel male che lo stava finendo… non sopportava i medici e non volle mai sottoporsi a nessuna cura. Della morte non gliene importava alcunché.

Sarebbe trapassato lì, nel suo Perù, in quello di Rebecca, nella città perduta. Forse sarebbe risorto, forse no.
 

Ilaria Di Leva

 


 


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