Il mio inferno era vermiglio

Il mio inferno era vermiglio

 

Era una mattina di marzo. Lo aspettavo da ore. La notte precedente non avevo chiuso occhio, ero agitata all’idea di incontrarlo, così la mattina mi recai all’appuntamento con largo anticipo… almeno avrei goduto di quell’aria primaverile che mi colse all’improvviso, dopo un lungo inverno che sembrava non dovesse mai volgere al termine. I mesi erano scivolati via inerti, come tutto in me, nell’interminabile attesa di risposte che dessero conforto alla mia irrequietezza. Le sto ancora aspettando, giammai arriveranno.  Qual era la domanda? Non la ricordo quasi più, forse è un buon segno.

Mi vestii in perfetto british style, gonna scozzese, camicia bianca e bretelle, scarpe nere stringate. Guardandomi allo specchio, non potei non meravigliarmi di quanto fossi proprio bella, con i lunghi capelli corvini che mi incorniciavano il volto pallido e smagrito. Il tempo si era sedimentato sul mio viso come una coltre spessa e vuota. L’aria stanca mi conferiva un fascino raro, impenetrabile, come quello di un paesaggio desertico, torrido e solitario. Va be’, un tocco di blush mi avrebbe riscaldato le gote smorte e sarei tornata luminosa come un sole. Il ritorno in vita di una mummia.

Mi cosparsi e “agghindai” del mio profumo preferito, aveva il sentore esotico dei viaggi che non avevo ancora fatto, il mistero di terre sconosciute e intriganti, un erotismo prevaricatore e sfacciato.

Camminavo a passo spedito, come se avessi dovuto andare incontro a chissà quale destino. Avrei voluto correre ma il mio look da scolaretta mi ricordò che dovevo comportarmi con un certo stile, e mi imposi di calmarmi. Sono sempre stranamente frenetica, un complesso sciame sismico che produce scosse diffuse e costanti. Un terremoto o comunque un evento tellurico spaventoso. Da tempo covava sotto terra, silente e pericoloso. Quella mattina avevo la sensazione che stesse per dirompere in tutta la sua forza distruttiva.

Mi fermai in un bar. Ero già al quinto caffè, “magari il prossimo me lo prendo decaffeinato” mentii a me stessa, senza pietà per il fegato.

Scattò il conto alla rovescia, era l’ora dell’appuntamento. Speravo di non dover aspettare troppo, odiavo attendere. Sono sempre stata una puntuale. E non ne ho mai conosciuti altri. Solo gente in ritardo. Ritardo in tutto. Incontri, sentimenti, scuse, ragioni, risposte, aiuto, felicità…  Io sempre pronta, anche quando non lo sono veramente, il mondo miseramente in differita.

Lo vidi scendere dalla sua auto, si girò intorno cercandomi tra la gente. Ci mise poco a focalizzarmi. Mi venne incontro con la sua faccia da istrione.

Era un attore di professione. L’avevo visto recitare a teatro pochi giorni prima, ne ero rimasta estasiata. Aveva una profondità insolita, il volto dei mille personaggi che aveva interpretato, l’impenetrabilità di una maschera che celava la sua vera essenza.

Alla fine dello spettacolo volli conoscerlo, avevamo un amico in comune; quella sera eravamo insieme allo spettacolo, ne approfittai per andare dietro le quinte a congratularmi con lui. Ci stringemmo la mano e avvertii una scossa sismica. Mi sorrise, l’aveva sentita anche lui. Ci invitò a cena con il resto della compagnia. Fu una serata piacevole, mi raccontò della sua passione per la recitazione e del suo lavoro in giro per il mondo fra cinema e teatro. Mi affascinava, mi guardava dritto negli occhi, voleva impressionarmi. “Spero di non averti annoiata, sono logorroico. Sono una valanga” mi disse con la sua voce profonda e impostata.  Una valanga… Bene. Non vedevo l’ora che qualcosa mi travolgesse, avvolgendomi in un rotolio sfrenato, trascinandomi giù nella mia valle, in quell’incavo umido e senza luce. Ci salutammo con la promessa di rivederci, sarebbe rimasto in città ancora qualche giorno, prima di ritornare a Roma, dove viveva.

Ero imbarazzata. Mi sembrava ancora più bello alla luce del sole. I suoi occhi avevano il colore dei campi di grano d’estate, piccoli e infossati, solcati da leggerissime rughe. Lui era Uno, Nessuno era Centomila. Vaghe espressioni di simulazioni incerte.

Entrammo in macchina e mi portò in giro per la città. Rimasi tutto il tempo con le braccia conserte, in posizione di difesa, perché io sono fatta così, mi proteggo da tutto e tutti, tenendo sempre la dovuta distanza di sicurezza. È il mio modo di volermi bene. Lui, abituato a leggere la mimica corporea, non faticò ad interpretare il mio atteggiamento di chiusura, così mi prese con delicatezza il braccio sinistro e lo portò vicino alla sua gamba, prendendomi la mano gelida. Mi rassicurò col suo sorriso. Ci fermammo vicino al mare e passeggiammo per un tempo che mi sembrò infinito. Lo ascoltavo assorta, mi sembrava farneticasse, come in preda ad uno stato estatico. Inizialmente pensai fosse sotto effetto di stupefacenti, poi mi resi conto che era solo un po’ pazzo. Forse non “usciva” mai completamente dai suoi personaggi; il suo Io era tutt’uno con le maschere che ogni sera portava in scena, la realtà e la finzione non si distinguevano più sul suo volto.  Era bizzarro ed eccentrico, quasi schizofrenico. E nemmeno io scherzavo.

Ma io mi sentivo schifosamente “normale” al suo cospetto, se normale è l’aggettivo appropriato… Dovevo apparirgli noiosa e banale… ero soggiogata dalla sua natura poliedrica e contorta, non sapevo quasi niente di lui, eppure mi aveva già mandato in pappa il cervello.  Parlava e gesticolava come se fosse sul palcoscenico e io ero lì davanti a godermi quello spettacolo straordinario. Mi girava la testa, la “valanga” mi stava travolgendo sul serio. Dovevo fermarlo e lo baciai con tutta la fiamma che avevo in corpo. Ero stata io a travolgere lui. Non se lo aspettava.  Rimase imbambolato per un istante, poi tornò ai suoi vaneggiamenti. Mi chiesi se fosse rincoglionito. Forse lo ero io. Improvvisò un monologo di Shakespeare, sullo sfondo del Golfo di Napoli… davvero molto insolito… la gente si fermava a guardarlo, era un incantatore nato. Un fiume in piena, straripante. Impossibile arginarlo. Mi meravigliava la sua straordinarietà.

Tornai a casa con un gran mal di testa. Forse era stata chiusa per troppo tempo.

Quell’uomo fuori dal comune aveva squarciato il grigiore della mia solitudine. Dovevo rivederlo. Una domenica mattina presi il treno e mi precipitai senza pensarci e senza avvisarlo, nella sua città.  Gli telefonai per dirgli che ero lì… non era sorpreso, mi aspettava. Pioveva a dirotto, venne a prendermi che era fradicio. Del resto, nei film, non li vedi mai con l’ombrello! Mi prese per mano e corremmo a casa sua. Abitava in una mansarda, con un grande terrazzo che affacciava di fronte al Colosseo. La sua casa era un gran caos, proprio come lui. C’erano molti quadri, che lui stesso aveva realizzato, alcuni indecifrabili, a metà fra le bizzarrie cubiste e il simbolismo di Klimt; altri sembravano opera di un bambino alle prese con i suoi primi scarabocchi. In un angolo, accanto alla finestra, una chitarra, qua e là tantissime foto che lo ritraevano nelle vesti dei vari personaggi che aveva interpretato nella sua carriera. Un albero di Natale spoglio… peccato mancassero pochi giorni alla Pasqua. Non era normale, era un alieno, alienato ed alienante.

Prese dei fogli, me li mostrò, era la sceneggiatura del suo prossimo film. La leggemmo insieme, mi sembrava entusiasta per quel ruolo che lo avrebbe visto protagonista. Passammo ore a ripetere le battute, io lo aiutavo ad impararle a memoria, e lui si interrompeva continuamente alla ricerca della giusta concentrazione. Doveva spogliarsi di se stesso e diventare altro, seppelliva la sua dannazione dentro al suo personaggio, ammantandosi di quel lampo di luce effimero e fittizio. Non avevo mai conosciuto un attore prima di allora, la sua partecipazione emotiva mi catapultò in una dimensione irreale, davvero cinematografica. Non so perché fossi andata da lui, così all’improvviso, non avevo un piano, nessuna aspettativa. Forse, il mio, era solo il desiderio di interpretare un nuovo film, cambiare il copione dei miei giorni tutti uguali, soporiferi. La mia solita recitazione a soggetto. Ero senza trama e senza copione, gli altri non lo sapevano, ma io sì. O forse mi mentivo…

Si tolse gli occhiali, aveva un’aria drammaticamente assorta. Mi guardò come rapito da un sogno, io lo fissavo atterrita come se mi fossi appena destata da un incubo.  Mi prese la testa fra le mani e mi baciò. La slavina mi travolse con tutta la sua forza devastante e io la assecondai, non potevo fare diversamente, era ciò di cui avevo bisogno. Eravamo due spiriti impuri cacciati da ogni luogo, dannati e soli.  Mi parve di conoscere quel corpo da sempre, il suo fianco destro era segnato da profonde cicatrici che si era procurato da bambino, a causa di un incendio. Gliele accarezzai con dolcezza, come se fossero ancora sanguinanti. Le mie ferite erano invisibili, ma bruciavano più delle sue. Persi ogni pudore e mi feci guidare nel suo disperato universo. Come un vampiro, mi nutrii del suo sangue e lo avvertii fluire nelle mie vene, caldo e copioso. Il suo demone inghiottì il mio, liberandomi, per un istante che mi sembrò infinito, da quell’ombra che mi perseguitava silenziosa, accrescendo se stesso con la mia oscurità asfissiante. Eravamo folli, incandescenti, fottuti e ingravidati da un incantesimo perverso, rapiti nel visibilio di quello stato di ebbra voluttà. Ne fummo tramortiti.

Mi sentivo leggera, stordita e confusa, come in preda ad un eccitante delirio orgiastico. La mia mente e la mia anima erano fuoco peccaminoso, da sempre. Un avanzo di quel luogo di perdizione e di punizione che chiamano inferno. Quella notte magica fummo i protagonisti della nostra tragedia.

La mattina andai via mentre dormiva… Come un fantasma apparso nella notte, evaporai alle prime luci dell’alba.

Ritornai alla realtà, dopo essere discesa nell’Oltretomba di quello strano individuo per risalir nel mio.

Fu come se quel giorno non fosse mai venuto. Forse fu davvero realtà. Non mi è mai “accaduto” niente. Erano solo incubi che “recitavano” come se fossero sogni.

Non mi cercò mai, né lo feci io. Lo rividi solo alcuni mesi dopo. Era in città con un nuovo spettacolo. Ero seduta in prima fila. Alla fine della rappresentazione, tornato sul palco per ringraziare il pubblico, i nostri occhi si incrociarono. Sapeva che ero lì. Schiuse la bocca e mi sorrise. Non lo avrei più rivisto. Non avrei mai dimenticato il suo inferno. Era sangue, era passione, era vermiglio.
 

Ilaria Di Leva

 


 


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