Malinconie di una strega

Malinconie di una strega

 

Fin da piccolo, Stefano è sempre stato bizzarro. Un’intelligenza spiccata, ribelle, un vero leader. Riusciva a convincere tutti gli altri bambini a seguirlo nelle sue scorribande. Temperamento forte e gagliardo. Amava la lettura e custodiva gelosamente i suoi libri, a nessuno era concesso toccarli, li considerava preziosi. Alto, moro, sorriso mefistofelico, superbo e sprezzante delle convenzioni sociali. Lievemente pazzo, aveva degli scatti d’ira improvvisi e spesso ingiustificati. Le sue urla venivano percepite distintamente a parecchi chilometri di distanza, provocando lievi fenomeni sismici. Ciononostante, aveva la capacità di sbollire velocemente la collera e con il suo spiccato senso dell’umorismo cancellava ogni malumore. Appassionato di viaggi, aveva girato mezzo mondo alla ricerca di se stesso, ma non si era mai trovato. La sua personalità istrionica gli conferiva un’aura di misterioso fascino, le donne erano attratte da quell’immagine che dava di sé di stronzo impossibile. Cantante preferito  Michael Jackson.

Maurizio era un bambino tranquillo, silenzioso, un po’ cacasotto. Rimaneva sempre tra le seconde linee per non essere notato. Era virtuoso, paziente e non rompeva i coglioni.  Aveva spesso la testa tra le nuvole, sembrava vivesse in un mondo parallelo. A scuola galleggiava tra la sufficienza e la mediocrità, imparava tutto a memoria senza capirci un cazzo. L’unico vanto era la sua calligrafia, i suoi sembravano i caratteri tipici dei manoscritti medievali in minuscola gotica. Ne andava fiero, il rincoglionito. Da adulto, divenne il classico principe azzurro. Volto solare, devoto alla famiglia, rispettoso, accondiscendente ai limiti del più indegno zerbinaggio. Amato dalle donne di ogni età, in particolare dalle zitelle deluse e dalle loro madri desiderose di accasare le sfortunate figlie con il “bravo ragazzo” per eccellenza. Ogni tanto bestemmiava. Nessuno è perfetto. Cantante preferita: Laura Pausini.

Marco è nato bello, cioè, non proprio. Era un bolide di oltre 4,5 chili; appena uscito dal grembo materno aveva la faccia di Rocky Balboa dopo un incontro, rimasto nella storia del cinema, con Ivan Drago. Fortunatamente, passati gli effetti devastanti del faticoso parto, il vitello assunse sembianze angeliche. Divenne un giovanotto bellissimo, alto, biondo, labbra carnose. Un Adone presto l’idolo indiscusso delle donne. Tutte le donne. Le seduceva senza nessuno sforzo, bastava uno sguardo da triglia lessa e le poverette cadevano ai suoi piedi. Vestiva in modo curioso, tra i vari cimeli sono da segnalare pantaloni similpelle, camicie di pizzo sangallo, scarpe pitonate e un terrificante cappotto di velluto da far accapponare la pelle, la morte di qualsiasi forma di libido. Inspiegabilmente, conciato in quel modo scandaloso, sembrava un modello di D&G e cuccava di brutto. Di media intelligenza, la sua più grande qualità era la capacità di reinventarsi. Commerciante, guardia giurata, vigile del fuoco, fotografo, insegnante alle scuole superiori, proprio lui, che da piccolo era convinto che Maradona fosse il Presidente della Repubblica… e poi ci meravigliamo delle sorti indegne in cui versa la Scuola in Italia. Chi lo avesse visto uscire di casa la mattina perrecarsi a lavoro, avrà di sicuro pensato che fosse un truffatore travestito per l’imbroglio del giorno. Cantante preferita: Madonna, ai tempi di “Like a Virgin”, e  lui di vergini ne avrebbe deflorate parecchie.

Incredibile a dirsi, questi tre individui erano fratelli. I “Karamazov”, come li apostrofava la loro mamma. “Los Cogliones”, come li chiamavo io, la sorella. Immaginate cosa significhi crescere con tre ominidi più grandi di voi, subendo le più crudeli angherie tipiche del nonnismo e del sessismo . “Sei femmina, non puoi giocare con noi”. “Sei troppo piccola, vattene o ti meniamo!” e altre vessazioni simili. Li detestavo. Erano una gang. Ed io dovevo affrontarli da sola, forte del mio coraggio di femmina Di Leva. Ero la principessa di casa, faccino dolce, occhietti demoniaci. La pupilla di mamma e papà. Questo mi conferiva un potere assoluto: potevo decidere le sorti dei tre bambocci. Scoprii un’arma letale: il ricatto.

Li tenevo d’occhio: origliavo le loro conversazioni, cercavo indizi delle loro malefatte ovunque, negli armadi, negli zaini, sotto ai letti. Tutto quello che potesse essere usato contro di loro non sarebbe sfuggito alla mia perfida attenzione. Come quella volta che sgamai quel pervertito di Marco che, fingendo di studiare, nascondeva tra le pagine del libro di geografia dei giornalini porno. In cambio del mio silenzio ottenni dieci bustine di figurine Panini. Il depravato mi sta ancora ringraziando, se nostra madre, donna estremamente credente, avesse scoperto che si avviava alla carriera di fornicatore, lo avrebbe fatto rinchiudere in qualche monastero cluniacense. O come quando Stefano sottraeva di nascosto le chiavi della macchina di mio padre e se ne andava in giro con la fidanzatina.  Lì il fatto era più serio, dato che il furbone non aveva ancora la patente, e se papà lo avesse scoperto, l’avrebbe sacramentato di mazzate. Un segreto di tale portata gli costò una “Barbie Gran Galà” con abito di pelliccia bianco. Una chicca. Il buon Maurizio era quello più difficile da ricattare, l’ingenuo chierichetto aveva un animo immacolato. “Anche i santi hanno commesso qualche piccola cattiveria, devi averla pure tu una macchiolina a sporcarti la coscienza” pensavo, peggio di una strega. L’ingenuo mi servì la soluzione su un piatto d’argento.  La mamma, approfittando della sua pazienza fuori dal comune, si avvaleva della sua collaborazione per darmi da mangiare. Io detestavo quelle nauseabonde macedonie di frutta che ogni giorno, puntualmente alle 17, mi costringeva a mandar giù. Scoppiavo in lacrime, occorrevano interi pomeriggi per terminare l’infausta scodella. Poiché anche i santi alla lunga si rompono i coglioni di sentire le urla feroci di una bimba iena, il poveretto aspettava che la temibile madre fosse distratta e mangiava tutta la poltiglia destinata a me, pur di mettere fine a quella valle di lacrime. Lei, era soddisfattissima, il fraticello era l’unico a riuscirci senza che mi venissero le convulsioni. Il ragazzo mi stava simpatico, in fondo mi faceva un favore, sputtanarlo non mi sarebbe convenuto. C’era però quel peluche che mi piaceva tanto… doveva essere mio. Avrei potuto chiederlo alla nonna, ma provavo un sadico piacere a ricattare i tre mostriciattoli. Gli diedi cinque merende di tempo per mettere insieme le diecimila lire per comprarsi il mio silenzio.

Forte della mia superiorità mentale, dovuta non solo al fatto di essere femmina, ma soprattutto ad un’evidente mutazione genetica che aveva permesso ai miei genitori di procreare un essere infinitamente superiore ai primi tre esperimenti, restavo comunque in una posizione di svantaggio fisico. Ero una nanerottola e loro tre watussi. Così decisi di allearmi con il più debole della banda, il più piccolo, Marco. Anche lui, prima che arrivassi io, aveva subito la prepotenza dei fratelli maggiori, quasi coetanei tra loro. Potevo far leva sull’atavico antagonismo per portarlo dalla mia parte. Ci saremmo difesi a vicenda, io la mente – per i motivi di cui sopra –  lui il braccio, pur essendo più piccolo era quello più alto, potenzialmente il più forte fisicamente. Ero un genio del male.

Un giorno le tre bestiole stavano litigando animatamente, non ricordo il motivo della contesa, lo facevano spesso, quei barbari trogloditi.  Maurizio teneva fermo per le braccia Marco, mentre Stefano lo torturava. Dovevo difenderlo, il mio socio era in difficoltà. Abbandonai in fretta le costruzioni  sparpagliate sul pavimento e con uno scatto felino mi precipitai nel salotto, dove si stava consumando la vile aggressione. Presi la prima cosa che mi capitò per le mani, forse un astuccio per gli occhiali, e lo lanciai con tutta la minuscola forza che avevo. Purtroppo la parabola non fu esattamente quella di un tiro di Michael Jordan e colpii il bersaglio sbagliato. Miravo l’aguzzino ma beccai il mio alleato in pieno volto. Gli spaccai il naso. Eravamo nella merda fino al collo, tutti e quattro. Solitamente un episodio del genere, al di là di chi fosse colpevole o vittima, prevedeva una punizione esemplare e collettiva.  Si “abbuscava” in paranza. Calò un silenzio gelido; la temibile matriarca, insospettita dall’improvvisa calma, che lei sapeva foriera di gravi malefatte, si armò di battipanni e venne a stanarci.  Il ferito di guerra tentò di nascondere tra le mani il naso tumefatto, ma fu impossibile occultare la verità. A questo punto si presentavano due possibilità. A) Se avessimo taciuto tutti, io sarei uscita indenne e ai tre galeotti sarebbero state inflitte dieci frustate cadauno. In ogni caso mi sarei dovuta aspettare ritorsioni pesanti. B) Se fosse  venuto a galla che ero stata io a colpire il biondino, la mamma non li avrebbe creduti, anzi sarebbero stati accusati di viltà: addossare la colpa ad una bimba innocente  era un fatto gravissimo. Punibile con venti frustate a testa. Insomma, in ogni caso io sarei stata dichiarata innocente – avevo il viso d’angelo, ma ero una strega – loro con le reni doloranti. Optarono per il rito abbreviato. Ebbi un moto di pietà, pensai che dovevo tirarli fuori da quella iattura, se non avessi sbagliato traiettoria, non ci saremmo trovati in quell’ impeachment. Ero furba, non caina. Presi la mano della mia mamma, con tutta la dolcezza di cui fui capace, lei si piegò sulle ginocchia, mi avvicinai e le sussurrai all’orecchio: “mammina, stavano solo giocando, Stefano ha dato uno spintone a Marco e lui ha sbattuto contro la maniglia della finestra. Non voleva fargli male, fidati di me.”

La mia parola era il Verbo. La donna li guardò, sapeva che mentivo per salvarli dall’arnese di vimini, ma non poteva deludermi, avrei pianto e lei non sopportava di vedermi triste, quindi li risparmiò e tornò alle sue faccende, dopo aver piazzato del ghiaccio sulla faccia del piccolo lord. “Brava, piccola vipera, sei stata al gioco, inizi a capire chi comanda”, sogghignarono i due boss. “ la pagherete, stronzetti, vi ho salvato il culo solo perché ho ferito il fratello sbagliato” risposi acida, come un canarino travestito da avvoltoio e corsi ad abbracciare il povero malconcio.

La domenica era il mio giorno preferito, c’era la partita. Maurizio procedeva alla “vestizione” per prepararmi all’evento. Maglietta di Careca, sciarpa e cappello azzurro, scarpe Nike all’ultimo grido, trombetta nella mano destra, bandierina nell’altra. Ero una vera ultrà. Prima del fischio di inizio, Stefano mi interrogava sulla formazione ed io, che avevo studiato tutta la settimana, la recitavo come l’Ave Maria. Ci schieravamo davanti alla radio, volume a palla, in uno stato di pathos collettivo. Ad ogni azione sobbalzavamo dal divano come dei dannati. Io non capivo niente, sapevo solo che se il Napoli avesse segnato avremmo scatenato l’inferno. “Attenzione, passiamo il collegamento allo stadio S. Paolo… qui Napoli in vantaggio” annunciava lo speaker di Tutto il calcio minuto per minuto. L’apoteosi. Nel giubilo generale, Marco mi afferrava e mi lanciava sotto il soffitto, roteando nell’aria, che profumava ancora di parmigiana di melanzane e pasta al forno, suonavo all’impazzata la mia trombetta, rimbalzavo tra le braccia di Stefano, mentre Maurizio si faceva il segno della croce per ringraziare “El Pibe de Oro”, e atterravo sulla panza di mio padre. Poi ci si abbracciava tutti, commossi e felici. Ad ogni azione avversaria Maurizio partiva con le bestemmie al santo del giorno; nel fervore del momento, lo imitavo e la Santa Inquisizione accorreva dalla cucina per cresimarlo di botte, reo di avermi trasformato in una piccola camionista, ponendo fine a quel magnifico, scurrile momento di trance sportiva. Ero un maschiaccio.

Avevo un rapporto diverso con ciascuno di loro. Con Stefano parlavamo per ore, anche io ero uno spirito libero, proprio come lui, condividevamo la passione per i viaggi e per la lettura e avevamo lo stesso senso dell’ironia, negli occhi la stessa scintilla di genialità e strafottenza. Mi portava in moto, impossibile annoiarsi con un pazzo fottuto come lui. Ogni tanto a casa dava di matto, era un ribelle e mia madre non gliene faceva passare una. Litigavano di brutto. Quando si calmava, andavo da lui con una scorta dei suoi cioccolatini preferiti e lo convincevo a chiedere scusa alla genitrice castigatrice. Non mi piaceva vederli col muso lungo. Quei due erano molto più simili di quanto credessero, cocciuti e arroganti. Maurizio è sempre stato il mio preferito, era lui quello che chiamavo, da piccola, quando andavo al bagno, per lavarmi il culo. Se combinavo un guaio, lui trovava sempre una soluzione “È il nostro piccolo segreto” mi giurava, ma tanto non ce n’era bisogno, io mi fidavo ciecamente di lui.  Come quella volta che a scuola l’avevamo fatta grossa e furono convocati i genitori per un consiglio di classe straordinario. Per evitarmi la crocifissione, Maurizio convinse il portiere del condominio a spacciarsi per mio padre. La messa in scena gli costò ventimila lire, che decurtò dalla paghetta mensile.  E fui salva. Avevamo un legame morboso. Era gelosissimo, detestava vedermi uscire con i ragazzi, qualche volta l’ho sgamato che mi pedinava. Io me la prendevo, detestavo la sua invadenza, ma finivo sempre per perdonarlo, per me era come un secondo papà.  Con Marco litigavamo come cani rabbiosi. Voleva avere sempre  l’ultima parola ma io non cedevo mai il passo. Qualche volta ci siamo menati, mi faceva troppo incazzare la sua prepotenza. Nessuno dei due era capace di mostrare il proprio affetto per l’altro, eravamo due grizzly… col cuore buono. Ricordo ancora quello che mi disse quel giorno in ospedale, poco prima di entrare in sala operatoria. Avevo circa sei anni e lui dodici “promettimi che non morirai…” mi teneva la mano; è sempre stato ipersensibile. “Imbecille, devono togliermi le tonsille mica un rene… piuttosto quando mi sveglio vammi a comprare un gelato che posso mangiare solo quello” gli ordinai, arcigna come sempre, per farlo sorridere. No, non potevo morire, quei tre profughi avevano bisogno di me.  A differenza di Maurizio, non ficcava il naso nei fatti miei però, ormai, ero diventata una donna e voleva proteggermi. “Tieni, prendi questi, ormai sei grande, devi imparare a difenderti dai maschi da sola, vogliono tutti la stessa cosa, non te lo dimenticare” disse, porgendomi un pacchetto di profilattici.  Rimasi sbigottita. Quello era il suo modo per dirmi che mi voleva bene.

Da adolescente mi divertivo a demolire tutte le ragazze che passavano in rassegna come trofei e scoraggiavo le poche dotate di un minimo di cervello, con i miei arzigogolati racconti sulla brutalità dei tre bifolchi. Erano una mia proprietà, nessuna donna era degna di accoppiarsi ai miei fratelli. Ho pianto ogni volta che uno di loro ha lasciato la nostra casa. Certo, gli armadi erano tutti per me e la mattina non dovevo fare due ore di fila al bagno… però mi mancava mettermi la sera nel letto con i due boss a guardare la tv, prendendo in giro il biondino che anche da adulto rimase la vittima preferita dei loro scherzi demenziali.

È la vigilia di Natale.  “Mi dispiace che non ci sarai stasera, è tanto che non passiamo un po’ di tempo tutti insieme” leggo sul mio smartphone, è un messaggio di Stefano. Quest’anno le feste natalizie le trascorreranno a casa sua, in Toscana, famiglia al completo. L’aereo sta per decollare, spero di farcela in tempo… li raggiungerò a sorpresa, mi piace l’idea di fare un ingresso da star! Ho comprato dei coloratissimi “macaro” che sembrano di cartapesta… va be’, con il Natale non ci azzeccano nulla…  ma che ne sanno i francesi della pastiera napoletana?

Guardo fuori dal finestrino, quanto è magica Parigi, vista da quassù… sono scappata via per qualche giorno, scappo sempre, forse da me stessa, che cazzo ne so… Era tanto tempo che non stavo sola con me, avevo bisogno di “ascoltarmi”. Ce la farò, anche stavolta… anche stravolta, riemergo sempre. Ricomincio da me, dalla mia fierezza, dal coraggio che non sapevo di avere, dalla luce che ho dentro, niente e nessuno potrà mai spegnerla. Riparto da un’unica fondamentale convinzione: la vita è bella e io voglio viverla a tutta velocità, senza rimpianti, senza paura, senza limiti. Cadrò ancora, da qualche parte, in quello che di volta in volta sarà un nuovo baratro, la mia malinconia, la mia solitudine, forse sempre lo stesso. Sono io il baratro. Ma mi rialzerò ancora, scalerò quel burrone e arriverò pur sempre al cielo, perché io sono forte, sono troppo forte, cazzo!

Arrivo alla porta tutta trafelata, suono il campanello… mia madre spalanca la porta, mi aspettava, come al solito è mia complice. Mi strizza un occhio e mi fa cenno di entrare. Nel corridoio c’è un profumo buonissimo, come di incenso, sa di meraviglia. Faccio capolino nel cucinino, c’è il mio papà che stappa il vino, accenna una piccola smorfia che sembra un sorriso… il mio orso buono.

Entro nel grande salone. Davanti al camino ci sono loro, i miei fratelli. Mi sorridono felici e corrono ad abbracciarmi.  Quei tre stronzetti hanno ancora bisogno di me, della loro fata. O forse ero una strega.
 

Ilaria Di Leva

 


 


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