TWD s08e14 – recensione

RECENSIONE THE WALKING DEAD S08E14

 

A due puntate dalla fine dell’ottava stagione e quindi della guerra tra Negan e Rick, quando ognuno di noi ha deciso da tempo per chi fa il tifo e per chi vuole vedere trionfare, anche per avere la vendetta su chi ha ucciso Glenn e Abrahams così barbaramente, cosa fanno gli showrunners di “The Walking Dead”?

Semplicemente ci ribaltano la realtà davanti agli occhi, ci dicono “sei sicuro che il “buono” sia Rick e il “cattivo” sia Negan? Proprio sicuro di chi merita di vivere e chi di morire? Chi merita di dominare il nuovo mondo post Apocalisse in base alle sue qualità morali? Sei sicuro che se Rick vincerà tutto sarà migliore?”

E dopo questa puntata onestamente posso dire che no, non lo sono più. Che non so veramente più dov’è il confine tra “buono e cattivo” che mi si delineava così chiaramente davanti agli occhi fino a qui.

Quel confine è diventato nebuloso ed instabile. Come del resto solo le migliori serie tv possono farci vedere.

Nella realtà nessuno è veramente buono e nessuno è veramente cattivo. Se la guardi dal punto di vista della persona interessata tutto assume un altro valore, di quello visto dal di fuori, dall’alto della nostra morale che crediamo così salda. Già, così salda perché siamo al sicuro, la nostra famiglia lo è e tutto sembra girare per il meglio o come meglio ci si può aspettare giri.

Ma “The Walking Dead” ha sempre usato gli Zombie come arma scardinante queste certezze di ognuno di noi.

Come Morgan ripete ossessivamente in questa puntata “tutti si trasformano”. In Zombie, in Walking Dead “vivi”. La morte non è neanche più la fine della tortura che la vita può essere a volte. La liberazione finale, come per noi a volte può significare nella disperazione più cupa.

E pensandoci bene, c’è qualcosa di più terribile di dover convivere con questo pensiero? È vero, noi abbiamo paura istintivamente della morte, la vediamo come addio definitivo di chi ci ama e che amiamo, ma in “The Walking Dead” neanche questo porto finale, da cui si può solo ripartire o lasciarsi andare, è chiaro e definitivo.

E ripartire poi per tornare dove? Alla guerra per la sopravvivenza continua in questo nuovo mondo? Alla non certezza di un futuro?

Ecco ciò che amo in “The Walking Dead” da sempre, questa analisi psicologica così fine e articolata. Non è semplicemente “come sopravvivere a un’Apocalisse Zombie”, ma è soprattutto “come sopravvivere a sé stessi in un’Apocalisse Zombie”, alla perdita d’ogni certezza, di tutto ciò che diamo per scontato nella nostra vita.

In ciò “The Walking Dead” è sempre stata unica e diversa e mai come in questa puntata lo ha dimostrato.

Rick, il capo buono e onesto, colui per cui tutti hanno deciso di ribellarsi a Negan, anche Ezekiel e Hilltop. Per i cui ideali hanno anche perso persone care, non è altro che un uomo come tutti.

Anzi, in condizioni di disperazione tremenda, come la perdita del suo amato figlio Carl, diventa un uomo perfido e senza pietà. Diventa… Negan. Ma senza la lucidità mentale che quest’ultimo, sempre in questa puntata, dimostra di avere nella sua apparente crudeltà gratuita.

Ed ecco che ci ritroviamo a vedere un Rick che mente, uccide a sangue freddo pur avendo dato la sua parola che non lo avrebbe fatto, per non dover sentire il dolore della perdita del figlio.

E come nella mitica e meravigliosa puntata “Clear”, trova in Morgan, altro padre disperato e sull’orlo della follia dopo la morte del proprio figlio, un valido alleato.

Entrambi usano gli Erranti per uccidere senza pietà e nella maniera più crudele possibile i Saviours scappati da Hilltop nella scorsa puntata.

Entrambi lo fanno pur essendo partiti apparentemente da Hilltop per salvare le persone coinvolte, mentendo quindi anche ai loro amici che si fidano di loro.

Invece vediamo Carol, il personaggio che ha avuto l’evoluzione migliore di tutta la serie, che pian piano, dopo aver quasi perso la sua vera natura nella guerra per la sopravvivenza, proprio accettando di salvare Henry, anche credendolo già morto come sua figlia ai tempi, che si ritrova in pieno.

Ritrova Henry vivo, quasi nella stessa situazione in cui invece aveva perso la sua Sophia, quando ancora non sapeva lottare, non sapeva uscire dalla condizione di sudditanza dove il marito e la società l’aveva messa fino ad allora. Ma stavolta lotta e vince. Salva Henry e con lui sé stessa, definitivamente.

Capisce che può essere sia amorevole e madre che guerriera e soldato.

Così come Carol, partendo dalla disperazione per la morte di Sophia conclude la sua parabola migliorando e diventando più forte, Morgan partendo dalla morte di suo figlio, che non ha saputo proteggere dalla sua stessa madre ormai Zombie, sta definitivamente perdendo sé stesso, invece.

Sta scendendo sempre più in quella spirale di follia da cui Rick lo aveva tirato temporaneamente fuori in “Clear”.

E la risposta che dà a Rick quando gli chiede dov’è finito l’uomo che lo ha salvato all’inizio dell’Apocalisse senza conoscerlo e rischiando lo stesso la sua vita, è agghiacciante per lo stesso Rick e la sua situazione: “perché c’era mio figlio”.

Coloro che adesso non ci sono più quindi erano la forza morale dei due uomini?

Rick alla fine è solo un Negan a cui il destino ha riservato una sorte più fortunata, finora?

Lo vedremo dopo che finalmente avrà avuto il coraggio di leggere la lettera che Carl gli ha lasciato. Con le sue ultime volontà. Che peseranno come macigni a questo punto.

Ma vogliamo parlare di come Negan invece sia apparso più umano che mai? Quella mazza che ama tanto, che è il simbolo della sua autorità e crudeltà, è in realtà la sua Coperta di Linus.

È il suo tributo a Lucille, la moglie che lo ha supportato e amato nonostante anche prima dell’Apocalisse non fosse che un misero marito, che non è riuscito neanche a liberarla dalla sua condizione di Zombie quando gli è stato chiesto.

È il simbolo di ciò che era e che non vuole più essere.

Per lui le persone sono veramente risorse importanti per creare una nuova società. Ai suoi occhi ogni persona uccisa brutalmente come ha fatto con Glenn, serve a salvarne altre migliaia.

E qui improvvisamente, proprio aprendosi con quella Jadis che pensa Simon abbia agito per suo ordine uccidendo la sua gente indiscriminatamente, si mostra a lei ed a noi sotto un’altra luce.

Tiene veramente a Lucille, come Jadis tiene alle sue foto. Al retaggio della vecchia vita che non ha saputo apprezzare interamente finché non l’hanno persa per sempre.

E questa Apocalisse per loro può essere l’inizio di qualcosa di migliore e di nuovo, un’occasione invece di una condanna.

E ora? Carl aveva ragione quindi? In Negan c’è veramente l’inizio di qualcosa di nuovo per tutti? Nel perdonarlo e nel non ucciderlo Rick può veramente e finalmente creare qualcosa di nuovo e migliore? Può ritrovare addirittura quella parte di sé persa con il figlio?

E noi siamo sicuri di stare facendo il tifo per la parte giusta in questa guerra?

Con queste domande e con la promessa di qualcosa di nuovo in arrivo, facendoci vedere dove veramente viveva Jadis e l’elicottero che lei aspettava con ansia la portasse via, “The Walking Dead” si appresta ad entrare nella fase finale della guerra tra Negan e Rick.

Con noi spettatori sempre più confusi sul vero confine tra “buoni” e “cattivi”.

E con una spada di Damocle micidiale su Eugene (da parte di Rosita e Daryl), Simon e Dwight (dipende da chi ha raccolto Negan sulla strada del ritorno), Rick che deve avere ancora a che fare con la sua coscienza leggendo la lettera di Carl, con Morgan che non sa più dov’è il confine di vero e falso, di amico e nemico.

Insomma con un “Walking Dead” più in forma che mai.
 

Antonella Cella
jackdon1966

 


 


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