Un bosco diverso (Bergamo addio)

Un bosco diverso
(Bergamo addio)

 

La notte in treno non passava più. Mi alzai da quel “giaciglio” e andai nel corridoio. Dal finestrino si notavano le stelle di quel cielo limpido che spaziava verso il nulla. Mi immersi nel contemplare le luci di poche case che ogni tanto apparivano in quella sterminata natura invisibile, vagando con pensieri che avevano la forma di speranze, forse vane forse già accadute.

Il viso che mi inseguiva, notte e giorno, lo vedevo riflettersi in ogni istante, in qualsiasi oggetto che in quel paesaggio avesse la forma di un lucore improvviso, inaspettato come era giunta lei. Repentina e sconvolgente, la delicatezza di un sussurro. Lei era soave.

Nel sogno a occhi schiusi, anzi apertissimi, immaginavo quei lunghi capelli, il suo viso che mi attanagliava, quegli occhi che mi prendevano per la gola e si posizionavano sempre come un cecchino su un’altura. Mi trafissero fin dalla prima volta.

Uno sguardo mai visto prima, quasi un’immane muraglia interminabile, due iridi al di là delle quali non si poteva scorgere alcunché di sereno, poiché avevano la solidità di una scure, l’inalterabilità di un’incudine di ghisa. Si scagliavano e poi si conficcavano come chiodi lancinanti in ogni parte del mio corpo. Il mio animo vi si smarriva, afferrato in una presa senza scampo. M’incendiava e mi agghiacciava.

Tutto in lei era letale, naturale, genuino, e io lo sapevo, una giovane belva che mi avrebbe divorato, ma che ammiravo nell’ebbrezza della sua visione. Restavo in trance, incantato da un vero demone che aveva assunto le sembianze di una fata. E pure questo glielo avrei detto, ma non sarebbe servito a niente.

Non so se fui io a perdermi in lei o lei in me, ma da quel giorno lo scorrere del tempo divenne un solo unico palpito infinito, immutabile e fiammeggiante, come un sole che non smette mai di ardere, un fuoco che consuma sé stesso.

Le sue mani erano bellissime, mi sconvolgevano, con artigli affilati e stilizzati alla perfezione dalla sua cura maniacale. Lei sapeva che attraevano, e le rifiniva con attenzione, come un cacciatore che olia il fucile che annienterà un capriolo. Io le bramavo, desideravo con ardore di poterle stringere in una morsa, avviluppando le nostre dita in una fusione ondulata, due fluidi che si inseguono e poi si compenetrano, creando un solo liquido.

Un dì di gennaio, freddo e piovoso volle conoscermi e venne a Milano. Andai a prenderla alla stazione dei treni. Ci fumammo una sigaretta e poi ci dirigemmo verso casa mia. Ma prima ci fermammo al Bar Rossi a prendere un gelato. Poi decisi di non portarla nella mia tana… Lei mi piaceva veramente, era giovane e fresca, e me la sarei voluta godere senza limiti di tempo. Quindi andammo a Piazza del Duomo e nelle solite vie circostanti. Da allora passarono mesi, e furono intensi. Ma ancora non ero riuscito a raggiungere l’obiettivo primario.

 

Era primavera, io ritornavo dalla Sicilia. Quel giorno avrei voluto che mi aspettasse al marciapiede del binario, che si slanciasse verso me, cingendomi con tutto l’ardore, che la sua profondità insondabile potesse finalmente effondere, ormai incontenibile e incessante. I nostri occhi che si abbagliavano, e le nostre labbra che si congiungevano in un sapore sconfinato, appetitoso, delizioso, il succo dell’assoluto. Occhi immensi e divoratori, come tutto nel suo viso.

 

La velocità del treno aumentava, ma mi parve un’accelerazione smisurata; lo sentivo dalle vibrazioni del mezzo che sembrava quasi uscire dalle rotaie, innumerevoli balzi, la carrozza che mi sballottava a destra e a manca, le luci di fuori che salivano e scendevano attraverso il finestrino al quale non stavo più attaccato con la fronte, a pensare o sognare. Non mi reggevo in piedi, persi l’equilibro e caddi nel corridoio. Quella corsa sembrava forsennata, strana. Forse il pilota del mezzo aveva perso il controllo o era impazzito. Strisciai verso la cabina, cercando di aprirla, ma non vi riuscii. Un sobbalzo fortissimo e una frenata stridente, assordante mi scaraventarono in fondo al corridoio da qualche parte vicino al cesso. Il treno si fermò. La schiena e il braccio mi facevano male, mi sentivo proprio sminchiato, ma ebbi la forza di rialzarmi. Guardai fuori dalla portiera di destra ma non si vedevano luci, case, cielo, non si vedeva nulla. Era il buio più ottenebrante. Ansimai. Una puzza circondava “l’aria”, quasi svenni. Aprii la portiera e il fetore di ferro arroventato mi invase. Scesi e cominciai a correre, ma dopo qualche metro mi fracassai su un muro. Ero in una cazzo di galleria.

Ritornai malconcio verso il treno, mi sedetti di nuovo vicino a quella lurida toilette. Tirai fuori la pipa, la caricai di tabacco Amphora e fumai in mezzo a quel lezzo di merda, ghisa infuocata e la vaniglia della mia radica di erica.

Il treno riprese la sua marcia, procedendo lentamente. Nessuno dei passeggeri si era accorto di nulla, dormivano tutti, quasi fossero morti. Ma non mi interessava. Io viaggiavo da solo, e i miei amori non erano con me, i miei cani scodinzolavano al riparo e al sicuro laggiù a casa.

La luce del giorno stava per lasciare il buio che a prima vista avrebbe potuto avere le sembianze della morte. Ma così non fu. Si approssimavano i primi ruderi, case coloniche. Le pianure, che si alternavano alle colline, terminavano in mezzo alle prime case, che poi divennero paesi e infine città. La civiltà. I binari che si frastagliavano in mezzo a balconi di case popolari, palazzine con forme amorfe a parallelepipedo, panni stesi a lordarsi dello smog della ferrovia. Ogni tanto si affacciava una donna triviale dalla finestra, fumava e guardava il treno. Spettacolo.

Gli zombie delle cabine cominciarono a mettere le valigie nel corridoio e ad approssimarsi davanti la portiera. Io ero già lì con le mie occhiaie smisurate che mi rendevano impresentabile, e le ossa che mi facevano male. Ero stanco morto.

Finalmente il convoglio raggiunse la città, vidi la via Gluck, vi entrò e si stoppò. Scesi saltando. Tanto avevo solo lo zaino militare e una piccola valigia. Mi divorava una voglia smisurata di caffè, fumarmi la pipa e andare a cacare in un cesso, magari alla turca. Ma l’ansia di incontrarla era superiore a qualsiasi vizio nefasto che mi avrebbe causato un cancro qualsiasi. Lei era più pericolosa, sarebbe stata la mia metastasi. Ne sarei morto, ma già lo sapevo. O forse le sarei sopravvissuto, ma me ne fottevo. Di certo non ne sarei uscito indenne.

La vidi da lontanissimo, ossia mi sembrava lei. La riconobbi. Mi avvicinai ma mi si slanciò sui venti centimetri di tacco da cui si ergeva maestosa. Sorrise, alzò il braccio e mi fece cenno con la mano. Allargai le labbra ai lati, tenendole chiuse. Io di solito non sorridevo tanto, simulavo smorfie di contentezza, era il massimo che potevo concederle, e mi sforzai di più. Però ero felice. Ci salutammo “freddamente”. Aveva una maschera di velluto incerato. L’avevo percepito, io capivo sempre tutto e anche oltre.

Andammo in un bar a bere quel benedetto caffè. Poche parole di conversazione. Lei era sempre smorfiosa, sorrideva, sbarrava gli occhi, aumentava la circonferenza delle sue pupille e mi fissava come una vamp, quasi estasiata, il solito copione già visto centinaia di volte. La donna che vuole afferrare la preda. Postura da millenni. La gioia del suo viso avrebbe ammaliato un lupo, e persino me. E ci riuscì benissimo. O almeno così sembrò.

Uscimmo dalla stazione. C’era la pioggia, ma a me sembrava che fosse sole. C’era un vento freddo, ma sembrava fosse scirocco.  Si accese la sigaretta, e io la pipa. Fumammo. Poi ci guardammo senza parlare. Io ero logorroico, ma avevo bisogno di respirare veleno. Sembrava silenzio e invece erano parole. Svuotai la pipa, lei si girò, buttò a terra il mozzicone, calpestandolo col tacco a spillo. Appena si rivoltò verso di me, le presi la mano all’improvviso e poi ci incamminammo. Lei ne fu felice, i suoi passi sembravano una danza, volteggiava o forse semplicemente sculettava. Comunque era sinuosa. Quasi sorrisi davvero, ma sogghignavo. Era troppo bella. Era sensuale, dolcemente introversa, un incubo raro. O forse mentivo.

Andammo alla sua macchina e ripartimmo per Bergamo. Mi faceva da guida turistica. Quel giorno avrebbe voluto mostrarmi una città diversa, una città sotterranea, che io non conoscevo. Un bosco in cui trascinarmi, perdermi, senza più altra luce. “Ho un sogno… ti ci devo portare”.

Secondo lei un nuovo mondo, come tutto ciò che giace sotto la superficie, al di là del visibile, laggiù nell’animo della terra. Quel che si cela al primo sguardo. Contrasto chiaro ed evidente tra ciò che è inganno, sconosciuto, nascosto, affascinante, il recondito più sublime, e ciò che è apparenza, luminosità, candore, lo stupore dell’evidente.

Lei un paradiso all’ombra del dolore. Una trappola qualsiasi, travestita da estasi, dall’astuzia di un mostro pronto a divorare. L’attesa della prelibatezza che affascina e inghiotte. E le sue fauci erano davvero accattivanti, salivavano copiose, grondavano delirio, in attesa di nutrirsi di sangue e pascersi nel ristoro del mio bivacco. Che cosa le importasse di scandagliare l’abisso non l’ho mai capito. Perché l’affascinassi.

Era apparenza, era espressione estetica, estasi luminosa di tutto ciò che abbaglia. Rifletteva la volontà della passione infinita, o l’alternarsi di più istintive sensualità selvagge. L’eterno turbine della raffinatezza che diviene predominio voluttuoso, artigliando la sete di una radice arida. Il suo viso… l’emanazione più pura dell’innocenza che strega, che simula gioia infinita, una sensazione di sopravvalutazione, sentimenti di ebbrezza, desideri che annullano ogni pudore e ogni sopravvivenza. Lo schianto in un precipizio. Irraggiava e rapiva, mi ardeva e mi purificava. M’abbandonavo a contemplarla.

Arrivammo al bosco, nei dintorni di Bergamo, boh e chi se lo ricorda. Lei mi portava dappertutto ma io non memorizzavo mai niente. Ogni posto, forse sempre lo stesso, con lei era sempre diverso.

La macchina si arrestò in quella piazzola che dominava una vallata. Scendemmo dalla vettura e guardammo il panorama. Era bellissimo come sempre. Ci fermammo accanto a una panchina, doveva cambiarsi le calzature. Si sedette lentamente. Dalla sua borsa tirò fuori un paio di scarpe da ginnastica. Inorridì quando vide che il suo alluce destro aveva bucato una calza. Alzò il suo sguardo verso di me impietrita, ma le sorrisi. L’olezzo dei suoi piedi mi fece quasi esclamare: “fitusa!”.
 

Joe Oberhausen-Valdez

 


 


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