Gli specchi del mio ricordo – Un luogo non mio

Un luogo non mio

 

Mi svegliai incredibilmente presto, anche se inizialmente non me ne resi conto e, con gli occhi semichiusi, guardai il cellulare per controllare l’ora: erano le otto e quaranta.

Fino a qualche mese prima riuscivo ad andare a letto a mezzanotte spaccata e aprire gli occhi alle due e mezza del pomeriggio; in quel preciso periodo sembrava che la mia vita non volesse farmi sprecare del tempo per dormire.

Sollevai lentamente la coperta tiepida dal mio corpo e misi i piedi a terra, preparandomi ad una nuova giornata.

Il mio compagno di camera stava ancora dormendo profondamente, io invece mi avviai verso la cucina con l’intenzione di preparare un caffè e fumare la prima, benedetta sigaretta della giornata.

Attraversai il corridoio con un’andatura che avrebbe fatto invidia al più svogliato degli uomini e quando aprii la porta della cucina venni investito dalla forte luce del sole che stava letteralmente perforando i vetri della finestra.

Infastidito dal quel fortissimo bagliore, scappai in bagno per mettermi al riparo.

La stanza di due metri quadri che in assoluto contribuisce a creare un’atmosfera incredibilmente personale, solitaria, tranquilla, più che altro… “adatta”.

Nel silenzio relativo (perché a Catania è di questo che si può parlare), aprii il rubinetto e mi aiutai con le mani a sciacquare il volto e, asciugandomi con una tovaglia, cercai lo spazzolino.

Abbandonata quell’idea, a causa della sigaretta che avrei fumato, mi voltai distrattamente verso lo specchio:

quell’ombra stava sempre lì a scrutarmi, facendo percepire la sua presenza, ricordandomi di avere un ulteriore dramma da risolvere:

Perché c’era quell’ombra e non c’ero io ?

Uscii dal bagno lentamente, come se volessi ragionare sul da fare, che invece avevo ben chiaro nella mia mente, e mi diressi verso il piano cottura in direzione della caffettiera.

Svuotai il caffè del giorno prima e, dopo averla asciugata, sparsi con cura la polvere aromatica nel filtro.

La mattina è il momento cruciale di ogni giornata perché inevitabilmente è un punto di partenza, il punto di partenza di tutto; dalla mattina si capisce se una giornata è storta, buona o semplicemente una giornata neutra.

Quel giorno mi sforzai di indirizzarlo nel modo migliore, anche se era inequivocabilmente segnato e sembrava non avere senso, ma magari ce l’aveva.

In un momento la nostra vita può cambiare radicalmente.

È ovvio, tuttavia, che non sempre è di svolta, ma può semplicemente rappresentare l’anello di una catena che si sta ingrandendo e dunque ardire a quella continuità da alcuni desiderata morbosamente, da altri invece temuta, odiata.

Io avevo appena visto scomparire la mia faccia.

Mentre riflettevo su tutto ciò, il caffè stava quasi venendo su, così mi avviai affannosamente verso i fornelli, spensi il fuoco e presi una tazzina.

Al contrario di un buongustaio, amo il cosiddetto caffè-marmellata.

Forse anche perché, in un certo senso, il gusto amaro che mi lascia quando è poco dolce mi ricorda qualche vecchia ex.

Capirei se qualcuno mi dicesse: allora beviti l’Orzo Bimbo e non il caffè.

Così lo versai nella tazzina che conteneva un cucchiaino e mezzo di zucchero e lo assaggiai, prima di buttarlo giù tutto d’un fiato.

Adesso ero pronto a girare la sigaretta “madre”, la prima della giornata:

prendo il tabacco, lo sistemo sulla cartina, inserisco delicatamente il filtro ed inizio a darle una forma, girandola delicatamente tra le mani, poi lecco la colla e la chiudo.

L’avrò fatto un milione di volte.

Mi rendo conto della mia vera e propria malattia per l’art of rolling grazie alla soddisfazione che ne viene quando riesco a chiuderla proprio come vorrei io, con una forma sottile e perfetta, una sigaretta che sembra quasi un peccato fumare.

Il fumo mi aiuta riflettere, è un momento di quelli in cui sono tranquillo con me stesso e che rappresenta per me l’apice della concentrazione.

Questo mi porta ad infinite considerazioni mentre aspiro i miei capolavori.

Quando l’ultimo tiro mi portò a spegnerla, mi diressi verso la mia stanza per prendere Storia del teatro e dello spettacolo, materia che avrei dovuto dare a giugno e che dunque meritava la mia attenzione ed il mio tempo.

Lo specchio era lì, accanto alla porta.

Era come se mi aspettasse, come se mi chiedesse di guardarlo e lo faceva con aria cinica e provocatoria.

Gli passai accanto sfrecciando ed entrai nella stanza a prendere il libro.

Un’ombra, la mia, scappava per il corridoio.

Tornato in cucina, aprii pagina 47.

L’ora di studio si rivelò essere alquanto travagliata.

La teatralità di Eduardo sta nella sua estrema convinzione che la vita…”, che la vita non mi stava affatto dando la minima voglia di studiare.

Chiusi il libro ed uscii nuovamente sul balcone.

Pensavo a tante cose: a quello specchio e alla figura, a prendere il bus per tornare in paese, a Silvia.

Il bus.

La sensazione che mi riempie quando devo tornare in paese e affidarmi a questo mezzo di trasporto è alquanto curiosa: un misto di conforto e leggera ansia.

Ansia per cosa? chiederebbe ogni normale essere umano ed io risponderei per tutto:

per la valigia che mi è già volata fuori dallo scompartimento e per la quale ho un’attenzione meticolosa;

per la paura che il bus possa non fermarsi, non vedermi e lasciarmi con un progetto di ritorno fallito (cosa che mi distruggerebbe da un punto di vista psicologico).

Per quanto riguarda il conforto, beh, riesco a trarre conforto non tanto dal mezzo, ma dalla situazione, dall’atmosfera che viene a crearsi quando prendo posto e metto le cuffie, mentre là, fuori dal vetro, il mondo scorre ignaro di tutto: un’infinità di vite, di fili incastonati gli uni con gli altri che scorrono naturalmente e che da sempre suscitano in me grande curiosità e voglia di conoscere ogni singolo stato d’animo che possa avere quell’uomo visto da dietro quel vetro sporco.

E poi la natura, quel verde sconfinato che mi ricorda il passato, il mio essere bambino e la mia voglia di separarmi dal mondo e piazzarmi in una spiaggia qualunque a giocare con la sabbia, fuori da ogni condizionamento, fuori da ogni pensiero… finalmente libero.

Guardo con desiderio quegli immensi campi di spighe, i vigneti, gli ulivi, dove vorrei in un futuro prossimo fare un picnic con mia moglie ed i miei figli, per fare assaporare anche a loro la sensazione di evasione da un mondo pieno di preoccupazioni.

Guardare attentamente e scorgere per l’ennesima volta il tuo paese che si avvicina, e prima di arrivare,  riconoscerlo come il posto in cui sei cresciuto, in cui hai passato la maggior parte dei tuoi anni, e poi d’un tratto pagare il biglietto, scendere con lo zaino in spalla e la valigia che trascini con disinvoltura.

Silvia.

La prima settimana è sempre la più difficile per certi versi, il momento in cui devi ancora realizzare il tutto, in cui ogni cosa sembra strana.

Sballottato da un mondo all’altro senza il tempo per riflettere e con una sola grande paura: rimanere solo.

Oggi sono lì accanto a te, forse anche domani, probabilmente la prossima settimana non più.

A volte immagino Silvia come fosse un albero ben piantato in un cortiletto che però, con il passare del tempo, ha ampliato troppo il raggio delle sue radici fino a ricoprire un po’ tutto il cortile, cosa che porta ad una  necessaria rimozione del tronco e non con poche difficoltà.

Adesso dovevo occuparmi del resto del cortiletto che avevo trascurato per dedicarmi solo ed esclusivamente a quell’albero che ho persino dovuto rimuovere.

Intraprendere una “storia”, anche la più fluida, meno problematica, comporta una percentuale di rischio che un giorno, un mese, un anno della tua vita, sarà caratterizzato dalla sua fine, dalla triste consapevolezza che una persona non sarà più accanto a te: se non si è pronti ad accettare questo pesante compromesso, beh, allora meglio non intraprendere nessuna relazione.

Ci sono periodi della vita in cui tutto sembra una scalata, quasi di una montagna.

E perciò ti senti in bilico, in balia di una vertigine.

Mi sento molto vicino a Lao Tzu ed al suo concetto di “ Wei Wuwei”, l’azione senza azione, che non vuol dire rimanere immobili ma astenersi da pretese impossibili. Solo se si tratta di qualcosa di possibile, possiamo renderci artefici del nostro destino, gli architetti della costruzione della nostra vita.

Il destino, così lo chiamano, ha in serbo qualcosa per ognuno di noi, non lo dice mai chiaramente però, a volte te l’avevo detto che dovevi star tranquillo ed aspettare appare come il più saggio degli insegnamenti.

Cominciai a preparare la valigia per tornare.

Chiusi tutto, sistemai di fretta la camera, dando una veloce stirata al lenzuolo e poi via.

Estremamente veloce, il tempo che mi ha accompagnato dall’uscita di casa al bus e infine all’arrivo a Collinare.

Ciò che mi colpiva nelle ultime settimane, era l’accoglienza preoccupata e calorosa di mia madre.

Mi scrutava attentamente quando credeva che io non me ne rendessi conto.

Dopo essere arrivato a casa, aver mangiato, aver preso il solito caffè dalla macchinetta e aver fumato la mia sigaretta rollata, allora era come se passassi da un mondo ad un altro.

Dopo aver fumato, tirai fuori dalla borsa i libri, diedi loro uno sguardo che non prometteva nulla di buono e, subito dopo una lettura veloce e disinteressata, li riposi nuovamente nella borsa.

L’etica era andata a farsi fottere, così come la mia immagine riflessa.

Capii, da svariati indizi, che avrei dovuto prendermi una pausa, almeno per due giorni e dedicare tutto il tempo a qualcosa di più importante: rimettermi in sesto, raggiungere il mio equilibrio tramite qualsiasi cosa che potesse aiutarmi a farlo e non pensare a nulla.

Così arrivò il momento di uscire e vedere i miei amici.

Da qualche tempo avevo continuamente bisogno di monitorare ogni situazione che veniva a crearsi nella mia vita, interrogandomi sui perché.

Con questo assiduo – assurdo controllo della mia vita riuscivo a rendermi tranquillo e a non farmi sfuggire di mano nulla o forse mi ero illuso…

Ma continuavo ad esserne convinto ed in quest’ottica qualunque imprevisto mi sarebbe apparso intollerante.

L’unico modo per sfuggirne, in un certo senso, sarebbe stato inserire io… in quella strada qualcosa che nelle mie previsioni recenti non mi sarei mai aspettato.

Ma non ne ebbi il tempo, perché puntuale qualcosa di veramente inaspettato si era presentato alla mia porta ed io non ero per nulla pronto ad accoglierlo.

Dovevo ritrovarmi.

Per farlo avevo bisogno di partire daccapo, ritornare alle origini.

Avevo in qualche modo capito che la residenza catanese, almeno in quel periodo, era un luogo non ottimale… non era il mio.
 

di Fabio Privitera

 


 


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