I sette vizi capitali: Superbia

SUPERBIA

 

Un riccioluto afro-putto era lì che pisciava acqua da decenni, conficcato al centro di una deforme piscina all’ingresso dell’ufficio dove lavoravo. Il putto era stato preso di mira dagli integralisti di ogni ordine e grado: i cattolici oltranzisti lo chiamavano il “puttano” perché era nudo, i falsi comunisti lo usavano come luogo di resistenza e fratellanza, i fascistelli del cazzo puntualmente tentavano di staccargli pezzi di membra per farne inutili cimeli, gli islamici integralisti richiedevano la rimozione immediata per partito preso. Il negretto se ne fregava e versava copiose quantità d’acqua e non perdeva un colpo, zero coliche renali. Non era messo benissimo però, punti di ruggine qua e là. Gli vellicai le palle e gli dissi di resistere e di mettergliela nel culo a tutti!!! Noi due eravamo simili, inossidabili ed insostituibili.

Ed ora il direttore del giornale mi avrebbe sentito, al principale dovevo chiedere un piccolo aumento: «Signor Direttore, lei sa chi sono io ed io so benissimo quanto valgo, vorrei un aumento…» e lì col mio fascino mi stringerà la mano e mi dirà: «Lei è il futuro di questo giornale, certo, prego firmi qui».

Era consigliabile l’uso dell’ascensore ma proprio quel giorno giganteggiava un cartello sulla pulsantiera: GUASTO.

Inerpicarsi su centinaia di gradini in ferro per parlare col direttore del famosissimo quotidiano “La Gazzetta del Popolo”, nientemeno. Ai piedi avevo scarpe all’ultimo grido, timberland del 1989, erano davvero orrende. Proibitivo per dei tacchi a spillo, ma voi lo sapete, cari lettori e care lettrici, sono Nicola Capocchia, il maschietto niente male col vizio della scrittura, inossidabile ed insostituibile giornalista di cronaca nera.

I gradini erano diventati come una grande grattugia metallica, dovevo farcela.

I soldi scarseggiavano, da quando pagavo l’affitto e il vitto ai quei due balordi, arrancavo sempre più. I fratelli Ballettieri, proprietari e direttamente responsabili dell’agenzia di assistenza, vestizione e tanato-plastica dei morituri, non brillavano certo in iniziativa. Erano davvero due inetti seppur riconoscevo in loro i miei più diretti ispiratori di racconti.  Si accontentavano di poco, molto poco. Nick perennemente affaccendato alla ricerca di un cliente, magari prima che tirasse le cuoia, addolciva i suoi sensi di colpa arrovellandosi nella spasmodica auto-psico-analisi di una ipotizzabile possibilità per migliorare il proprio giro d’affari, un buco nero. Matt invece era quasi sempre impegnato in faccende di cuore, a dir la verità di pussy-business, molti buchi neri.

Toc toc. «Chi osa disturbarmi!», abbaiò il superiore. Ero giunto al dunque con il re dei pitbull dei direttori di giornale, Dottor Giulio Cesare Bollio, pluri-laureato in innumerevoli dottorati ottenuti con ingarbugli, sotterfugi e stratagemmi. Insomma “dottore”.

Era di fronte a me, giacca, cravatta ed il solto sigaro cubano tra le zanne, un San Cristobal de la Habana a forma di stronzo. Scorreggiò un prego si accomodi, con sprezzante risolutezza, una pesante cortina di gas nervino cubano arrivò nei miei occhi. Non feci alcun cenno di disgusto e dissi: «Buongiorno Signor Direttore, Le chiedo scusa se La importuno. Sono qui per chiederLe un…», ebbi un fremito, mi bloccai, guardai oltre quella testa di cazzo e vidi la città, innumerevoli dedali di strade, stracolmi di vita. La realtà pulsava aldilà di una lente, addirittura riuscì a mettere a fuoco un uomo distratto con tre cani al guinzaglio che urinavano e cacavano dappertutto, interessante cronaca marrone.

«Lo vede quel tipo con i cani? L’ho licenziato poco prima di assumerla. Prego si segga Signor Scapocchia» rimasi agghiacciato.

«Signor Direttore sono Capocchia, Nicola Capocchia, non può avermi dimenticato»

«Ah sì, l’inossidabile ed insostituibile cronachista nero, mi dica Cagocchia, che cosa la spinge sino al decimo piano»

«Signor Direttore sono qui e mi scusi per l’affanno, sono qui Le dicevo per chiederLe un am….» fui bruscamente interrotto da una falsa telefonata, inventata da un irrecuperabile poltiglia di un agglomerato di neuroni assimilabile allo sterco del principe dei menzogneri. Un Signor Direttore, non c’èccheddire!!!

«Mi scusi Ranocchia, devo lasciarla per un importante ed urgente riunione con il nostro finanziatore»

«Ma Signor Direttore, avrei una certa urgenza di chiederLe un ritocco dello sti……»

«Faccia silenzio Tarocchia e ritorni domani se ci tiene al suo lavoro».

«Si pronto, hanno aggiustato l’ascensore, benissimo, arrivo Dottore!!!»

Lo vidi scattare come un centometrista, lo persi di vista in un batter d’occhio. Sbatacchiai la porta alle spalle, scatarrai e sputai dal decimo piano con la speranza di coglierlo al volo. L’ascensore era di nuovo rotto, scesi le scale con disinvoltura, la scarpa destra sbadigliò paurosamente, feci finta di nulla, decelerai l’andatura e con scioltezza arrivai dal “puttano”, mi guardai intorno, scrutai ogni possibile presenza di videocamere e occhi indiscreti, appoggiai la mia mano sul cazzettino metallico e glielo staccai di netto, ma lui niente, continuava a pisciare, inossidabile ed insostituibile bastardo. Attraversai la strada sul passaggio pedonale, la scarpa era ormai un disastro, la mia vita era collocata sul limite di un burrone e così mi lanciai con serenità sul cofano di una jaguar XJ, una berlina premium di lusso, bellissima, spaziosa ma anche potente e agile. Valore superiore agli ottantacinquemila euro. Mi lasciai cadere sull’asfalto, attento a non rovinare la giacca Napajiri. Il Direttore uscì flemmaticamente dal lussuoso veicolo e sbraitò: «Carogna, mi dica che cazzo vuole!!! Sono in ritardo!!!». Gli allungai il cazzettino come a giudicarlo e gli dissi: «Voglio l’aumento». Lui sprezzante rispose: «lo faccia riparare e allungare a sue spese signor capocchia».
 

Michele Rubini

 


 


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