Gli specchi del mio ricordo – prologo

 

“Guarda gli uomini… loro si inchinano all’amore, ma se uno è troppo piegato vuol dire che è sconfitto. Tu sei un servitore dell’amore, non un schiavo. Servire è un’arte suprema. Dio è il primo servitore;  lo è di tutti gli uomini, ma non è lo schiavo di nessuno”

 

 

 

Prologo

 

Una figura nell’ombra procedeva a passo lento ma costante, seguendo quella via che  lo portava a casa.

La curiosa sagoma sfiorava gli specchietti delle auto cui passava accanto, mai li toccava però.

Il rumore di un veicolo cominciò a vibrare in lontananza e la luce dei fari illuminò la semi-curva dalla quale era appena uscito il tizio in questione che, dato un ultimo tiro alla sigaretta, l’aveva scagliata con uno schiocco di dita verso il tombino che lo precedeva di un paio di metri.

L’auto si sostituì alla luce dei suoi fari e lo illuminò mentre, riconosciuto, rallentava bruscamente e gli si appaiava. Qualcuno abbassò il finestrino:

 

  • Alex??? tuonò una voce femminile
  • Ciao Betty
  • Dove vai a quest’ora?
  • A casa. Ho appena parcheggiato l’auto
  • Sta’ attento, con questo buio non si sa mai
  • C’è già stato chi mi ha fatto del male – commentò con aria disinteressata e quasi corrucciata, che provocò un sincero sorriso di conforto da parte di Betty
  • Non fisicamente però… – provò ad azzardare la ragazza in auto
  • La delusione è peggio
  • Come va?
  • Meglio, sto “rimarginandomi” da parte… – e sorrise
  • Spero tu possa guarire presto allora…
  • Ogni cosa a suo tempo
  • Ti voglio bene, stai attento… Buonanotte!
  • Buonanotte Betty, ti voglio bene anch’io!

 

Così l’auto, rimasta in moto per tutto il tempo, scomparve nella notte, lasciando, chi la guidava, con le sue certezze, e colui alla quale si era accostata ai  suoi pensieri.

I fari avevano illuminato quella curiosa ombra che procedeva per la strada:

Alex, ventitré  anni, un metro e settanta, settantadue chilogrammi.

La piccola figura continuò la sua passeggiata, fin quando si fermò davanti ad una porta in legno color quasi di cedro, e fu in quel momento che estrasse dalle tasche un “portachiavi” che scrutò attentamente per qualche attimo e dal quale sviscerò una chiave argentata che aprì la porta.

Chiuse la serratura alle sue spalle e salì per le scale con evidente stanchezza, non fisica ma psicologica e, girando l’angolo che conduceva alla sua porta attraverso un piccolo corridoio, prestò attenzione ad uno specchio, sostenuto da un’antica impalcatura cui passava accanto ogni giorno, sin da bambino.

Esitante, si avvicinò.

Dopo qualche secondo di incertezza, si accostò a esso, notando un minimo dettaglio solo con la coda dell’occhio e poi procedendo con indifferenza verso la porta, cercando quasi di scappare da quella che era ovviamente un’assurdità.

Attese qualche istante e tornò allo specchio guardandovi dentro: non rifletteva il suo viso ma una sagoma di un nero pece che ne imitava i movimenti.

 

  • Cristo sa…

 

Solo questo ebbe il coraggio di dire, le parole servivano a poco e l’unica cosa da fare era rimanere a guardare.

Continuava a osservare il vetro, sperando che il nero fosse un’illusione dei suoi occhi, che sarebbe prima o poi scomparsa, lasciando spazio al suo vero volto.

Ok, adesso non ti guardo per un attimo, chiudo gli occhi e appena li riapro tutto tornerà normale. Uno, due… tre!

Così  ondeggiò per un attimo in modo da sparire da quella “superficie riflettente” e scrutò nuovamente, riaprendo gli occhi: nero!

O è uno scherzo o sono ubriaco… Dove cazzo è la mia faccia? Il mio corpo? Perché è tutto nero?

Mentre completava la frase, il suo sangue si gelò, vedendo apparire dal nulla quella figura sullo specchio.

Ispezionò attentamente, cercando di capire da dove provenisse quell’inchiostro.

 

 

Non capiva da dove potesse spuntare fuori quel liquido, ma soprattutto come si fosse materializzato sotto le vesti di una forma geometrica.

Fu colpito improvvisamente dall’istinto di documentare quel bizzarro avvenimento con uno scatto fotografico, così, dopo aver osservato immobile quella figura,  cercò con mani tremanti, per l’ansia che aveva suscitato in lui quella visione… la chiave.

Aprì la porta e salì per le scale, precipitandosi nel salotto di casa sua, cercando nel buio la fodera della Nikon da tredici megapixel che era riposta, come al solito, su una fila di libri della Casati Modignani, ben ordinati da sua madre.

Accese lo strumento per non perdere altro tempo e scese nuovamente per le scale.

Quando arrivò, affannato per la corsa, non trovò più nulla nello specchio.

La figura si era come dileguata, come se non fosse mai esistita, ma quello che lo fece precipitare nel panico fu il constatare che la sua immagine non c’era ancora: continuava a trasfigurarsi sullo specchio una figura che rispecchiava la sua sagoma ma non ne mostrava i dettagli.

Traumatizzato, spense la macchina fotografica e si girò verso la porta con lo sguardo fisso nel vuoto, quando, nella semiluce, una voce parlò:

 

  • Cosa fai sveglio a quest’ora?
  • Cazzo mamma! – esclamò terrorizzato, ma immediatamente confortato dal riconoscimento della madre
  • Sei pazzo? cosa fai alle due di notte, con la mia macchina fotografica e per di più qui nel corridoio?
  • Sono con degli amici, vorremmo fare qualche foto – mentì
  • E questi amici non possono proprio aspettare? Era proprio necessario salire per le scale come un pazzo?
  • Sì, scusa mamma, avevo fretta e non mi sono reso conto – disse cercando di spegnere la conversazione per non insospettirla
  • Non fare tardi e non scaricarmi le batterie.

 

Fu costretto così ad uscire nuovamente, per la paura o speranza che quella visione fosse tale, e vagò inutilmente per la strada, solo, con una fotocamera in mano.

Non aveva idea di cosa pensare, non sapeva a chi rivolgersi, e se questa fosse una soluzione sensata, così, nel bel mezzo della notte, vagare per le vie vicino a casa, riflettere, cercare di capire perché la sua immagine fosse scomparsa. Era una forma ma non una sostanza.

La paura lo sconvolgeva, adesso rifletteva: perché ero nero in quel riflesso? Perché quella forma geometrica? Chi l’ha disegnata? E come ha fatto?

Troppi dubbi gli frullavano in testa ed erano domande a cui non avrebbe potuto trovare risposte immediate, ma comprese che sarebbero state da “sudare”, da scoprire con il tempo e con molta pazienza: il tempo era trascorso senza una risposta. Pensava continuamente alla forma  comparsa sullo specchio, sul suo possibile significato, sul motivo per cui si era manifestata.

Ormai non vi sarebbe stato limite alle possibilità, vaghe, strane, ipotizzabili. Dopo un triangolo su uno specchio, apparso dal nulla e la sua immagine praticamente  oscurata, Alex cominciava a capire che avrebbe potuto aspettarsi altre “stranezze” e, passando il tempo, quella che considerava una congettura si sarebbe lentamente trasformata in una certezza.

Trascorse un po’ di minuti a passeggiare per la via, assicurandosi puntualmente che nessuno lo stesse guardando e, ad ogni auto che si trovava a passare da lì, si spostava ai margini della strada o si mostrava indifferente, tutte le volte che non aveva la prontezza per nascondersi.

Quando era ormai proprio tardi, decise di ritornare a casa e, mentre il suo passo lento e dubbioso si mostrava come la miglior rappresentazione del suo stato psicologico, accese la fotocamera e decise di visionare qualche foto salvata in quella memoria digitale. Con un click passò in modalità visione multimediale.

Un paesaggio immortalato all’alba di chissà quale giorno, qualche foto dei suoi nonni, una scattata male che prontamente cancellò ed un’altra  che non ricordava gli avessero fatto e che, come tutto ormai, aveva qualcosa di strano…

Sorrideva, era ripreso di profilo, il che confermava l’acutezza, non esagerata però, del suo naso.

La foto era stata scattata nel salotto di casa sua ed in secondo piano compariva sua madre intenta a parlare con chissà chi e poi… il particolare sconvolgente, che non saltava subito all’occhio ma che, dopo un’analisi accurata, si rivelava  evidente: ogni porta del suo appartamento era incolonnata da file di specchi ed in quella foto, uno solo di questi era inquadrato e rifletteva la sua immagine dal profilo opposto dell’obiettivo.

Inizialmente credeva fosse l’ombra, però poi si rese conto che la stanza era perfettamente illuminata e non c’erano le condizioni di luce per poterla creare  in quella specifica zona.

In quel momento si accorse che anche in quella foto la sua figurazione era già scomparsa.

Rimase immobile, le mani salde sulla fotocamera  e gli occhi, incuranti della strada e del mondo esterno, rivolti  a quella parvenza che stava osservando ininterrottamente da qualche minuto.

Pensò a voce alta:

 Anche nella foto la mia immagine è sparita, però solo dallo specchio. Perché? Perché negli specchi sono ritratto nero, e non nella fotografia in sé? Devo scoprire la data in cui è stata scattata.

Andò nei dettagli della foto attraverso il menù multimediale e controllò con attenzione.

 

11 Maggio 2012 – 14.53

 

Quella foto era stata fatta il giorno del suo ventitreesimo compleanno, presumibilmente dopo pranzo.

 

 Ma chi me l’ha scattata? Sembra non essere seria, come se stessi scherzando con qualcuno mentre stava per essere fatta. Ma con chi?

 

La mente, affascinante marchingegno riposto nel nostro cranio da chissà chi, un immenso archivio di dati, immagini, in quel momento si focalizzò nel ricordo di quella calda giornata di maggio, di quella sua illusione temporanea, di quel suo improvviso spostamento… da un mondo ad un altro.

Era un venerdì, una bella giornata di sole… Assolata e perfetta, come tante altre, ma che nascondeva, con un mantello di spensieratezza, ciò che sarebbe avvenuto il giorno dopo e che avrebbe, per certi versi, cambiato la sua vita: l’ultimo giorno insieme a Silvia.

Piacere… Alex.

 

di Fabio Privitera

 


 


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