I vostri racconti: Z di Federica Rubini

L’ORIGINE DELL’EPIDEMIA Z

DI

FEDERICA RUBINI

 

Studiare… Lavorare… Trovarsi un lavoro… Sposarsi… Fare dei figli… Andare in pensione…

Studiare… Lavorare… Trovarsi un lavoro… Sposarsi… Fare dei figli… Andare in pensione…

 

In loop, generazione dopo generazione, la nostra vita è scandita da tempi dettati da altri.

Anche io criticavo questo meccanismo ma avevo dovuto adattarmi: laurea presa nei tempi, con la lode, giacca, cravatta e maledizioni verso il lunedì mattina, come tutti gli altri impiegati. La mia colazione consisteva in un caffè preso al volo assieme ai colleghi nel bar sotto l’ufficio.

Durante  la pausa, a metà mattina mi recavo al distributore a prendere un caffè: sentivo gli stessi discorsi da quando ero stato assunto.

Il caffè era la benzina che mi faceva sopportare tutta quella gente.

“Hai trent’anni? E come mai non ti sei ancora sposato?” “È ora di mettere la testa a posto!” “Ti presento una carina che fa al caso tuo”. Non faceva per me sposarmi per poi tornare la sera a casa da mia moglie e spegnere lo smartphone, perché non scoprisse dell’altra donna, come faceva la maggior parte di coloro che mi volevano “accasato”.

 

Quando i miei colleghi se ne stavano circondati da quattro mura a vedere una partita o incastrati dalla moglie in una gita fuori porta la domenica, io mi trovavo in riva al lago, sempre lo stesso da più di vent’anni, con una birra, una canna da pesca e tutto l’occorrente per il campeggio.  Seduto sulla riva sentivo i pesci guizzare e non le chiacchiere vuote che riguardavano la mia vita privata, le chiappe della nuova segretaria o chi avesse segnato il miglior gol nel fine settimana. Non ero mai stato interessato a quei discorsi, quindi me ne tiravo fuori e i colleghi avevano imparato a non coinvolgermi. Ai miei occhi erano tutti uguali, ai loro ero io il diverso.

 

Era lunedì quando vidi il primo. Per me l’apocalisse iniziò quel giorno.

Le auto erano ferme al semaforo rosso, io sostavo sul marciapiede e guardavo in lontananza il mio ufficio: pensavo a quel che avrei dovuto fare una volta arrivato; dal rumore dei miei pensieri, a quello dei clacson alle urla, fu un attimo. Un uomo si buttò in mezzo alla strada per assalire una persona che era ferma come me sul marciapiede, ma sull’altro lato. Il sangue sporcò l’aggressore che non perse tempo e mieté un’altra vittima.

Quando scattò il verde, i pedoni attraversarono e si diressero dove dovevano andare, lasciandosi alle spalle ciò che era capitato. Le urla mi risuonarono nelle orecchie per giorni.

Erano i primi casi e nessuno capiva che presto la situazione sarebbe precipitata, ma era chiaro a tutti che l’assalitore non era più un uomo. I giornali li chiamavano “zombie”.

Diventò routine quotidiana sentire grida strazianti provenire da ogni dove; tutti continuavano la loro vita come se non stesse succedendo niente, fino a quando non toccava a loro urlare…

 

Ogni giorno che passava le notizie erano più allarmanti, le persone erano fredde come stalattiti: passavano davanti ad un essere umano che veniva mangiato vivo con la ventiquattrore in una mano e lo smartphone nell’altra, con l’unico pensiero di arrivare il prima possibile al lavoro. L’essere umano si abitua a tutto, anche a situazioni di violenza. Erano tutti persi nel loro mondo personale, quello che accadeva agli altri non li riguardava fino a quando non accadeva anche a loro.

Prima o poi sarebbe capitato a tutti di essere assaliti.

Dovevo andarmene, non potevo aspettare che arrivasse il mio turno come se fossimo stati tutti in fila allo sportello della morte.

 

Avevo provato a parlare di quello che stava per accadere a coloro che mi circondavano ma avevo ricevuto solo risate e sbeffeggiamenti:

“Diventeremo tutti zombie? Meglio finire lo spezzatino che ha fatto tua madre prima che mi trasformi e vada sprecato”

”Amico, devi trovarti una donna. Dico seriamente”

 

Caricai tutto il possibile in auto e me ne andai verso il lago, da solo. Vedevo la città allontanarsi nello specchietto retrovisore ed ero ben consapevole che tutte le persone che conoscevo di lì a poco non sarebbero più stati le stesse.

Questa epidemia spezzò la spirale di “Studiare-Lavorare-Nozze-Figli-Pensione” da cui ero sempre fuggito.  Quando sei solo in riva ad un lago, hai molto tempo per pensare: solo allora cominciai a chiedermi quando quest’epidemia avesse avuto origine. Eravamo già zombie…
 


 


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