I sette vizi capitali: Avarizia

AVARIZIA

 

Che Robert non fosse un uomo di bell’aspetto, lo comprese già alle scuole superiori. Statura bassa, grassoccio e con il viso butterato dall’acne erano le caratteristiche fondamentali per essere inserito a vita nella classifica degli “sfigati”. Ma lui non era semplicemente quello che a pallavolo veniva scelto per ultimo, e a palla avvelenata per primo. Lui era “quello strano”, ovvero il ragazzino solo, perennemente triste e silenzioso di cui non si conosceva nulla, perché nessuno gli aveva mai rivolto la parola. Se ne stava sempre in disparte, nell’unico banco staccato dagli altri, o sugli scalini in fondo al cortile, divorando avidamente la sua merenda, con l’unica magra consolazione, che nemmeno i bulli della scuola si azzardavano ad avvicinarsi a lui, per pura pietà. E crebbe solo e anafettivo, privato della solidità di una famiglia sempre più inesistente, senza le basi fondamentali per vivere un’esistenza stabile e basata su principi veri… come l’amore per sé stesso e il prossimo. A trent’anni Robert si trovò una casetta mediocre, non lontana dal centro, un lavoro dozzinale, che rispecchiava perfettamente la sua vita altrettanto insignificante. Ma era solo. Non riuscì mai a legare con i colleghi di lavoro, considerandoli dei parassiti invadenti, intenzionati a soffiargli subdolamente il posto, per migliorare la loro posizione all’interno dell’azienda. Li osservava, curvo sulla sua pila di scartoffie da dietro la scrivania, provando un senso di disgusto, nel vederli ridere ed interagire fra loro, scambiarsi occhiate d’intesa, furtive e maligne, nella sua direzione, per poi allontanarsi ridacchiando. “Piccole sanguisughe, parassite, approfittatrici e subdole” era il suo pensiero conclusivo e, stringendo al petto la sua ventiquattrore, se ne andava dalla sua postazione, a testa bassa, con un ghigno sul viso ed una rabbia indescrivibile nel cuore. Il suo mondo era casa sua, una villetta con giardino in cui si rinchiudeva, lasciando gli orrori fuori da quel cancello. Il giardino spiccava in mezzo a quelli dei vicini: spazi rigogliosi, con alberi di lillà, cespugli di ortensie, e qua e là vasi di gerani e rose canine lasciavano il posto ad una vera e propria discarica; tavoli pieghevoli con annesse sedie erano gettati alla rinfusa, insieme a rotoli di cavi, bidoni vuoti, una lavatrice rotta e la struttura a molle di un letto con materasso. C’erano vecchi televisori a tubo catodico, una Vespa arrugginita e svariate biciclette scassate, in mezzo a sacchi dell’immondizia. L’interno non si presentava migliore. Robert doveva scavalcare cumuli di libri, riviste vecchie, vestiti e borse della spesa, per accedere al soggiorno e, una volta lì, arrampicarsi su una montagna di oggetti vari, per raggiungere la cucina.

Si sedette sull’unica sedia libera, trascinò col braccio le innumerevoli confezioni vuote di cibo precotto, che si trovavano su un angolo del tavolo, gettandole a terra e si prese il viso tra le mani.  “Quanta superficialità nelle persone… gente inutile, che spreca i propri soldi e la propria vita in futilità!”.

Un sabato mattina, mentre era intento a commiserare il mondo, suonò il campanello di casa. Guardando dallo spioncino, vide due uomini, di bell’aspetto, che ostentavano un abbigliamento impeccabile ed un sorriso sornione. “Cosa volete!?”domandò seccato. “Buongiorno signore, ci scusi del disturbo, facciamo parte dell’Associazione Buon Vicinato e stiamo raccogliendo fondi per…” “ANDATE VIA! Tutti a chiedere sempre soldi, soldi, soldi. Per chi mi avete preso? Che si fotta il vicinato. Non hanno mai fatto niente per me e non sarò io a fare qualcosa per loro!”.

Rimase ancora un attimo ad osservare i due che, allibiti, si scambiarono uno sguardo di meraviglia e, alzando le spalle, se ne andarono da dov’ erano venuti. Robert tornò alle sue faccende, ovvero odiare il mondo. Non riusciva a comprendere il valore del “donare”; mai nessuno aveva regalato qualcosa a lui, mai nessuno aveva considerato le sue necessità e le sue priorità, mai nessuno aveva placato il suo bisogno di essere amato. Il suo desiderio di affetto, si trasfigurava in un giocattolo, le sue richieste di attenzioni… in punizioni e botte. Da bambino, non comprendeva il reale valore di un abbraccio o di una carezza, perché assenti e, nella sua infantile innocenza, la forma materiale compensava ogni forma d’amore. La sua parte razionale lo spronava ad accumulare più oggetti possibili, nella ferma convinzione, di trovare prima o poi la pace. La parte irrazionale e contorta lo incitava a disprezzare tutti, non contemplando il relazionarsi agli altri. L’odio e il disprezzo presero il posto dell’amore. La paura e la gelosia prevaricarono sulla ragione. Serbava un rancore tale nel suo animo, che sputava sulla tomba dei genitori, ogni volta che andava a far visita. E ogni visita a quella lapide fredda, era un modo per esorcizzare i suoi sentimenti, svuotare la mente e il cuore, per poter vivere un’esistenza priva di sofferenze.

 

La polizia lo trovò riverso su quell’unica sedia libera, in cucina, divorato dai vermi; una massa informe e putrida, in mezzo a tanta immondizia. Un infarto, si disse, nel sonno. Ma almeno, forse, non avrà sofferto…

 

Michela Iucchi

 


 


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