I sette vizi capitali: Accidia

I VIZI CAPITALI

 
Amici lettori vogliamo rendervi partecipi di un piccolo gioco che stiamo facendo tra di noi della redazione Ilz, ovvero imbastire un racconto essenziale, corto, a tema libero che tratti un Vizio Capitale. Partendo dalle striminzite definizioni, che di sotto leggerete, ogni autore rappresenterà un vizio a modo suo e con lo stile personale che avete imparato a conoscere – e speriamo ad apprezzare. Ne sono uscite delle storie che lasciano riflettere, osservando con quanta faciloneria e senza pensarci viviamo quotidianamente questi vizi, e di come i nostri comportamenti, rapporti, pensieri ne siano condizionati; tuttavia, quando veniamo indicati come succubi o rei di questo o quel vizio, ci offendiamo e neghiamo… quasi fossimo tacciati di chissà quali nefandezze. Beh, siccome pecchiamo di umiltà (questo non è un vizio capitale) riteniamo che queste storie debbano essere da voi lette e siamo sicuri che vi piaceranno. Il primo vizio che oggi presentiamo è l’accidia, è uno squarcio di vita di una donna indolente, noiosa, dozzinale, viziata, stupidina e cattivella, strapazzata dal nostro Joe. L’accidia è una sorta di torpore malinconico, inerzia nel vivere e nel compiere azioni, pigrizia,  infingardaggine, svogliatezza, abulia non dovuta alla stanchezza fisica ma a quella morale, una sorta di apatia dell’animo.
L’etimologia classica fa derivare il termine dal greco ἀ + κῆδος (senza più cura) e indicava, letteralmente, lo stato inerte, della mancanza di dolore e di cura, l’indifferenza. Il senso del termine è in stretto rapporto con quello della noia, con la quale l’accidia condivide una medesima condizione originaria determinata dalla vita contemplativa, in senso negativo: entrambe nascono da uno stato di soddisfazione, e non di bisogno.
 

Igor Zanchelli

 


 

Accidia

 

È un pomeriggio di un freddo inverno. Da poco ho finito di mangiare e mi sono messa a letto. La mia cameretta è piena di peluche, le tende della finestra sono di color rosa, il letto è posto lì di fronte, coperto da un piumone bianco caldissimo che mi riscalda tantissimo e mi coccola coi suoi orsacchiotti ricamati all’uncinetto, quasi volti ad abbracciarmi.

Non ho sonno, non ho voglia di uscire, potrei leggere o guardare un film, ma mi sento annoiata, come se fossi stanca da una vita. Guardo la finestra e vedo un pallido sole filtrare nella mia stanza attraverso i vetri che lasciano trasparire un cielo terso. Sono sola, sprofondata nell’isolamento della mia vanità, immersa nella tristezza della mia superbia, del mio far scorrere le ore lente e indolenti. Forse è un attimo di apatia fugace, ma non c’è niente in questo momento che possa rallegrarmi, non trovo sensazioni che mi possano spingere a gioire di un qualcosa.

Ho le braccia conserte dietro alla nuca, penso e ripenso a quel che vorrei fare della mia vita, darle un senso, uno scopo, impegnarmi a capofitto in un’attività che mi appaghi. Ma non c’è niente che mi entusiasmi.

A prima vista credo di affaccendarmi in mille cose, studiare, leggere, lavorare, correre a destra e a manca, incontrare gli amici, uscire a cena, ma quel che faccio è sempre senza passione, non mi dà sensazioni entusiasmanti, spesso mi logora. Sto sprecando il mio tempo, ma forse non lo capisco. E così percepisco che un non so che di già predestinato e immodificabile mi stia tediando, sciupando tutto quel che della mia vita potrebbe  essere diverso.

Ma sono così, viziata, annoiata, senza linfa vitale. A tratti mi assale la paura che gli amici mi stiano accanto solo perché ho un bel viso, ma nascondono quel che pensano veramente di me. E sicuramente a volte lo capisco anche io, ma non ci voglio credere. È mai possibile che io sia davvero così indolente, insensata, dozzinale, apatica e persino cretina!?

Qualche tempo fa mi passava per la mente di togliermi la vita. Mi sarei voluta impiccare, ma non ne ero capace. Avrei dovuto trovare una corda adatta, ma io non capivo niente di corde, poi scegliere una trave in soffitta o la ringhiera delle scale, ma avrei dovuto cercare una scala, e a casa non ne avevamo. E poi non avevo esperienza… come ci si impicca?! Sì, è vero, avrei potuto guardare su internet, chiedere agli amici, ma mi avrebbero dissuasa e quindi scartavo sempre questo metodo di suicidio.

Ma oggi mi sentivo proprio una donna inutile, non servivo a niente, e all’improvviso un magone mi strinse il collo, mi fece singhiozzare, e poi lacrime cominciarono a solcarmi il viso finché non piansi come un rubinetto di una fontana di paese che gocciola da qualche parte abbandonato e logoro.

La domenica era interminabile, i miei genitori vecchi e stanchi guardavano nell’altra stanza un programma televisivo monotono, che riversava senilità all’intorno. Non li sopportavo. Avevano sempre esaudito tutte le mie stramberie, trattato questa pupa come una bambina immatura fino all’età adulta. Mi regalavano orsacchiotti di pezza, mi mantenevano all’università, pagando le tasse esose, sperando che un giorno o l’altro mi laureassi. Ma io ero da tempo fuori corso, non riuscivo a concentrarmi nello studio, non ne ero all’altezza, non ero capace di superare gli ultimi esami, ma ancora loro non lo comprendevano. Mi mancavano sei materie, non erano difficili, ma non riuscivo a concentrarmi, ero ignorante, e non ce l’avrei mai fatta. Le professoresse erano immuni dal mio fascino e mi vedevano solo come una facilona inconcludente, asettica, impreparata. Se fossero stati maschi probabilmente li avrei sedotti con qualche sorriso da oca, come in passato, ma con queste arpie non ce l’avrei mai fatta. Mi avevano già bocciato innumerevoli volte. ‘Ste troie.

Ma tanto a me non me ne fregava nulla. Mi sarebbe solo piaciuto incorniciare quel pezzo di carta nel salotto di casa, in bella mostra a dimostrazione del mio valore effimero. Ma non sarebbe stato possibile. Lo intuivo. Ero un fallimento totale, lo percepivo, non avrei raggiunto nessuno scopo. Ero solamente un’inetta. E per di più ero sola, una vigliacca donna sola. Quel giorno avrei voluto terminare la mia vita, e lo avrei fatto in un modo plateale. Mi sarei buttata dalla terrazza del mio stabile signorile, atterrando spiaccicata in quella strada principale del paese. La gente si sarebbe chiesta il perché… “era cosi bella, sembrava un angelo, era intelligente”. Tutte stronzate.

Mi alzai dal letto, mi vestii, mi addobbai coi migliori vestiti del mio armadio strapieno e poi corsi allo specchio a truccarmi. Presi un peluche, era un orsacchiotto bianco, evitai i vecchi nella sala da pranzo e raggiunsi la terrazza. Guardai abbasso e vidi quella strada grigia e senza uomini, persino senza donne. Salii sul parapetto e mi spaventai. Buttandomi da quell’altezza sarebbe finita la mia vita e non ci sarebbe stato nessuno a guardarmi. Mi sarei rovinato il viso lordandolo di sangue, il mio bel naso si sarebbe spiaccicato, e tutte le ossa del mio corpo si sarebbero maciullate. “Minchia, sarei morta”. No, non era il metodo giusto. Mi sedetti sul cornicione e buttai giù l’orsacchiotto, almeno qualcuno oggi sarebbe deceduto. Il peluche volò per qualche secondo e atterrò vicino a una macchina. Lo guardai, non si muoveva, ma sembrava ancora vivo… non potevo crederci. Riattraversai la terrazza, scesi per le scale, arrivai al portone di casa e poi raggiunsi l’orsacchiotto. Era ancora pulito, era perfetto, non aveva tracce di sangue. Mi guardai intorno, non c’era nessuno che mi guardasse, e pensai di essere davvero una deficiente, fortunatamente nessuno lo avrebbe mai saputo. Ritornai al portone, mi voltai e buttai un’occhiata per la strada. Al primo piano vidi una vecchia megera che mi osservava da dietro il vetro della sua finestra. Scorsi il suo ghigno, e quella bocca sdentata che mi derideva. Bisbigliai qualcosa, forse un “muori vecchia bagascia”. Lei lo comprese leggendo dalle mie labbra e scoppiò a ridere, aprì la finestra e mi gridò qualcosa. Chiusi il portone con forza, tornai alla mia stanzetta. Mi buttai sul letto e piansi. La vecchia mi aveva detto: “sei solo una giovane troia”. Piansi perché era vero. Qualcosa di reale, oggettivo, immodificabile, tangibile, inalterabile mi aveva raggiunto la profondità dell’animo. Ero davvero così. Ormai volgeva la sera. Un nuovo sipario inconcludente sarebbe calato su quella giornata. Fra qualche ora avrei cenato, mi sarei trovata ancora prigioniera di quella casa, di quei vecchi noiosi, che mi veneravano come se fossi una dea. Ma io ero davvero una divinità, almeno per loro, ero una bambina bellissima, gaia, con due occhioni profondi e impenetrabili. Sorridevo sempre, come se avessi una smorfia facciale. Era una maschera, quasi una contrazione ormai plasmata per l’eternità, la simulazione che mi avrebbe fatto apparire gioiosa e speciale. Divorammo un pollo con le patate, io lo mangiai con le mani, abbassando la bocca verso il piatto, spolpando quella coscia come se fossi una scimmia antropomorfa, e in fondo così mi si addiceva. Al di là delle apparenze ero di una volgarità tribale. Ritornai nella mia cameretta e mi coricai. Sognai un nuovo giorno, pieno di entusiasmi vari e mi addormentai. Al sorgere del sole, mi alzai dal letto, corsi allo specchio e mi guardai. Ero noiosa, tediante, inutile, vacua, indolente, amorfa, uno scarto dell’esistenza. Non servivo a niente. Però avevo un bel viso.
 

Joe Oberhausen-Valdez

 


 


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