Ancora un sorriso

Ancora un sorriso

 

Così, all’improvviso non ero pronto… ma a cosa, agli eventi tragici, dolorosi e inesorabili, al tempo che cambia gli uomini e i cieli?!

Guardai all’orizzonte quel mare, il solito, forse simbolo di immutabilità, che anche lei ammirava in un agosto di un tempo scomparso che mai più potrà tornare.

Ci conoscemmo in un paese del nord. Era un gennaio freddo e tirava un vento insopportabile, ma io avevo il montgomery di mio padre, un cappello di lana, e mi bastavano.

Entrai nel caseggiato immenso e antico in cui avevano sede gli uffici della mia nuova ditta. In una di quelle stanze umide, lei sedeva alla scrivania assorta in un lavoro ottundente, logorante e soprattutto noioso. Aveva le cuffie alle orecchie per ascoltare una musica che l’allietasse fino al tardo pomeriggio, quando finalmente sarebbe potuta uscire da quell’uggia interminabile. Mi accompagnò dal capo, una strega dal viso aggraziato, che mi assegnò una scrivania in ufficio.

Patty aveva i capelli ricci, un bel viso, occhi castani, penetranti e indimenticabili, e soprattutto un sorriso che avrebbe irraggiato chiunque.

Si tolse le cuffie e conversammo. Mi disse che era di Torino, città secondo lei bellissima, ma che io ancora non conoscevo. L’unico pensiero che mi venne in mente in quel contesto fu una frase che menzionai citando il mio filosofo prediletto: “Torino: è il primo posto in cui io sono possibile” (F. Nietzsche). E in effetti, quando qualche mese dopo la visitai, mi accorsi che quello scrittore non si sbagliava, e nemmeno io a ricordarmela a memoria, o “par coeur”, per usare un’espressione cara ai francesi, che mi sembra più adatta, per il suono che richiama qualcosa di più profondo.

Uscimmo per pranzare, ci recammo in una trattoria vicino alla stazione. Mi parlò della sua vita e della sua famiglia. Soprattutto ci tenne a dirmi che aveva una sorella gemella, che in seguito mi presentò.

Dopo qualche chiacchiera scoprimmo che abitavamo nella stessa periferia milanese, e ogni mattina quindi prendevamo la metropolitana e il bus per andare al lavoro. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, diventammo amici inseparabili. Qualcosa di stupendo infatti si era instaurato fra noi. Il nostro rapporto amicale era purissimo, fraterno, stupendo, al di là del meraviglioso, eterno (anche ora… magari lo riesci a “vedere, ovunque tu sia”).

Sebbene lei fosse una ragazza affascinante e incantevole, mai mi venne in mente di osare altro o di andare oltre la naturalezza dell’amicizia, e neanche a lei. Il nostro legame nacque a prima vista, come se davvero fossimo due fratelli.

Dopo qualche mese mi presentò la gemella, Gabri, ancor più bella di lei, col monito di non far mai lo stronzo, altrimenti mi avrebbe sminchiato. Io e la gemella, in sintesi, ci fidanzammo e andammo a vivere insieme. Fu un amore puro, meraviglioso, passionale, assoluto. Lei sembrava ed era una dea nordica: occhi azzurri, capelli di seta, mani bellissime, aveva un animo sublime, la bontà degli angeli, e come tutte le essenze superiori e profumate scomparve presto dal nostro mondo. Ma questa è un’altra storia.

 

La prima volta che andai a Torino fu in moto. Pranzai a casa di Gabri, visitammo tutti i luoghi a lei cari, e poi quelli più ameni. Io restai affascinato soprattutto dalla basilica di Superga e dal panorama che si gustava da quel colle. Ritornai in città tantissime volte, principalmente dopo la morte della mia fidanzata. Andavo perché ero ovviamente unito da un’amicizia straordinaria per Patty, che, dopo l’addio alla sorella, per motivi di lavoro si era ritrasferita nella sua città natale.

Il sabato ci recavamo spesso al cinema, poi una pizza in un locale qualsiasi, e quindi a casa. La domenica sempre in giro per la città. Ogni volta in un posto diverso, sempre più splendido del precedente.

Tutto con Patty era semplice ma strabiliante. Era il sorriso della gioia, la comunanza dello star bene, la spensieratezza  di ciò che è vicinissimo e riscalda, il rallegrarsi dell’esser lì a gustare il tempo che scorre quasi senza fine. In breve: il sapore della sincerità.

Un agosto andammo finalmente a trascorrere qualche settimana giù nel mio paese. Scendemmo in treno da Milano, fino a Villa San Giovanni. Lì i vagoni furono caricati nel traghetto come sempre, e per lei fu una cosa stranissima. La ragazza non aveva mai attraversato quel tratto di mare, e vedere l’alba illuminare le due coste nello spettacolo del giorno che nasce le rese quella parte di viaggio ancora più gradita. Me ne parlò sempre come una vacanza indimenticabile.

Fu felice di visitare i posti e la casa a me cari. Prendevamo il sole sulla  terrazzina del “giardino dei loti”, andavamo al mare, in moto su e giù per il vulcano, arrostivamo ogni sera al barbecue, e pranzavamo sul balcone di fronte al mare, lontano e invisibile la sera. La vita stessa era allora solare, luminosa, brillante e radiosa, dissetata tra chiacchierate infinite e sogni di un futuro speranzoso, seppure sfuggente. Il rasserenarsi insieme all’ombra di una confidenza che era affinità elettiva.

 

Da quel mese passarono tanti anni,  lei sarebbe voluta ritornare, ritemprarsi, rivivere quei luoghi che aveva apprezzato, immersa nella meraviglia di quella natura quieta e ridente. Guardare quel mare, vedere il bagliore del sole risplendere su quel panorama, scaldare e fugare ogni accumulo di qualsiasi possibile malinconia. Riuscivamo sempre a risorgere da qualsiasi tristezza, lutto, sofferenza, ponendoci in una condizione di superiorità persino contro l’ineluttabile avversità.

Patty sapeva rialzarsi costantemente da ogni sconfitta, da ogni dolore, da tutti gli inferni che nel corso della sua vita avevano spesso tentato di toglierle la voglia di sorridere. E tornava sempre a gioire come una leonessa che si sfracella al suolo ruzzolando giù da un dirupo inatteso e scosceso.

Era la sua natura genuina che era indomabile, trasparente e dolcissima. Una personalità delicata e rara. Come i suoi occhi, che ti portavano in  profondità inusitate, irraggiungibili, eppur sinceri, di una cordialità che avvolgeva, di una gioia di vivere che donava sicurezza e amabilità a chiunque la conoscesse veramente.

 

Un giorno io andai via da Milano, e mi trasferii nel mio paese, a migliaia di chilometri di distanza. I nostri incontri e i nostri sorrisi reali si allontanarono, e la spensieratezza, non fu più gustata con la continuità che avremmo desiderato.

Ci sentivamo per telefono tantissime volte nel corso dei primi anni, poi un po’ più di rado ma sempre.

La rividi diverso tempo dopo, quando tornai a Milano per un stage di arti marziali. Volli passare da Torino, per salutarla. Era appena guarita da un male “incurabile”, e quindi la rividi gioiosa, affabile, sorridente come sempre, e coi capelli corti come non l’avevo vista mai. Era riuscita a debellare un qualcosa di indomabile. E solo lei avrebbe potuto farcela. E così pensammo.

Aveva combattuto una guerra impossibile da vincere, aveva lottato contro dolori e sofferenze immani, aveva ottenuto una ricompensa straordinaria: continuare a vivere, amare e gioire. Un dono prodigioso. E io ero raggiante di felicità.

Andammo a casa sua, mi preparò una bistecca di cinghiale e patate al forno. Poi guardammo vecchi album di fotografie. C’eravamo tutti, giovani, spensierati e sorridenti.

Nel pomeriggio ripartii per Milano. Ci salutammo alla stazione di Porta Susa facendoci decine di foto. Non era mai cambiato niente da anni, non cambiò niente neanche allora.

Qualche mese dopo mi telefonò per avvisarmi che quel mostro che covava negli abissi della sua materia corporea non era sparito del tutto. Una cellula spaventosa e negativa era rimasta in “vita”, nonostante le cure. Di lì a poco diventò una malignità, si propagò in lei, crebbe a dismisura e la invase in tutto quel che lei era. La mente lottò come un leone. Ce l’avremmo fatta anche questa volta, saremmo sopravvissuti. Ma quel giorno che mi chiamò, la sua voce era diversa, sfinita, ormai stanca per sofferenze e battaglie sproporzionate, con dolori indicibili che percepivo nonostante i suoi sforzi sovrumani di apparire ancora indomita. Riuscii solo a dire singhiozzando queste testuali parole prive di fantasia, di illusioni impossibili: “Amica mia! non ho parole… non saprei cosa dire… Amica mia, ti voglio bene!”. Patty mi rispose  a fatica: “lo so, lo so, Amico mio, ti voglio bene anche io!”.

Io speravo, non ho mai smesso di alimentare chimere per tutta una vita. Sapevo che ce l’avrebbe fatta, sapevo che sarebbe ritornata fra noi, forte, gioiosa, sincera, bellissima come sempre.

 

Quel giorno, la cugina Cate mi telefonò in tarda mattinata, mentre una luce fredda ma luminosa di un sole invernale rendeva radiosa la cucina di fronte a quel mare e a quel panorama illimitato.

Patty si era spenta.

 

 

Joe Oberhausen-Valdez

 


 


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