The Bad Batch – recensione

The Bad Batch (2017)

 

 

Le donne sono famose per la capacità di riuscire a svolgere diverse attività nello stesso momento. Io stessa mantengo un alto livello di attenzione su qualsiasi tipologia di trama, pur impegnata in altre attività tra quelle più convenzionali come la cucina, il bucato e il semplice postare su Facebook. Ebbene, con The Bad Batch, non solo il mio livello di attenzione se ne è andato bellamente a spasso, ma sono altresì riuscita a rassettare casa, lavare il cane e farmi un pisolino sul divano. Senza fraintendimenti, il genere post apocalittico a qualcuno può stare stretto, ma io, sinceramente non mi sono mai stancata. Soprattutto, l’idea di vedere quel gran pezzo di Marcantonio di Jason Momoa a torso nudo per tutta la durata del film non mi dispiaceva affatto.

 

Poche righe sulla trama.

The Bad Batch è, appunto, il lotto cattivo. Il luogo in cui i reietti della società vengono esiliati. Non ci sono regole, solo degrado.  All’interno si trovano due comunità distinte, una formata da cannibali e l’altra da drogati. Le due comunità, a quanto pare, non vengono a contatto, si respira una sorta di “rispetto” sui confini. Tuttavia, se distrattamente ti trovi tra i cannibali, puoi rischiare di rimetterci un braccio e una gamba…

Oltre che dal Gran Pezzo di… Jason Momoa, il cast è formato da Keanu Reeves, Jim Carrey (irriconoscibile!) e l’esordiente Suki Waterhouse (PPZ – Pride + Prejudice + Zombies). Nulla da criticare agli attori, la cui interpretazione non alleggerisce purtroppo il film.

La lentezza è la vera protagonista di questa produzione Netflix, scene inutili di paesaggi desolati che potevano dare spazio a qualche caratterizzazione più definita.

L’idea non era male, ma le aspettative, a mio parere sono state alquanto disilluse.

Ma il mio arrosto con patate era da leccarsi i baffi…
 

Anna Liguori

 


 


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