Una vacanza allucinante – capitolo 10

UNA VACANZA ALLUCINANTE

CAPITOLO DECIMO

di Nicola Furia

 

Ebbene sì, il generale Pisani. Tutto quello che mi sta accadendo ruota attorno all’arcigna figura di quest’uomo inquietante e ambizioso. Avrei dovuto capirlo subito, ma Laricchia è un triste personaggio con la masochistica tendenza a sottovalutarsi e autocommiserarsi. Sì, lo so, sto parlando di me in terza persona, ma non meravigliatevi, non sono ancora impazzito del tutto, né soffro di sdoppiamento della personalità. La metamorfosi avviene in maniera lucida e cosciente. Ho interpretato per così tanto tempo l’agente La Roche che ultimamente tendo sempre più spesso a immedesimarmi in lui, penso e agisco come un cinico agente segreto dal grilletto facile e dalla battuta sagace. Tutto il contrario di Laricchia… (che sono io?!) Queste due figure agli antipodi si amalgamano in maniera oscura, una strana simbiosi, in cui le due anime si alternano nel prendere il sopravvento. E se anche fosse follia, io le do il benvenuto, poiché dalle vette dell’alienazione corrente e incombente si scorgono dirupi e infinite valli scoscese, del proprio animo e della propria vita, che non pensiamo di saper oltrepassare o annientare. Eppure sono lì ad attenderci, e a mirarci, mostri solenni e smisurati. Lo sconfinato potere del cervello, direbbe Zanardi.

Pisani, dicevo. Non è solo il mio capo ufficio, lo conosco da quando ero bambino, all’epoca aveva i gradi di maggiore e comandava i reparti d’assalto in cui militava mio padre. Ricordo gli ossequiosi salamelecchi di cui veniva fatto omaggio quando i miei genitori lo invitavano a cena. Un uomo supponente e altezzoso che non mi degnava mai di uno sguardo, preferendo volgere i suoi occhi rapaci sulle formose curve di mia madre intenta a sfornare fumanti manicaretti che divorava come un maiale. Ero troppo piccolo per comprendere i sermoni che dispensava alla fine della cena, mentre fumava un sigaro puzzolente e tracannava brandy pregiato che mio padre comprava solo per lui. “Colpo di Stato, stragismo, strategia della tensione…” per me erano parole senza significato, ma dovevano averne sicuramente per mio padre che pendeva dalle sue labbra annuendo in continuazione.

Dopo essere stati abbandonati dal Capitano Laricchia, non ebbi più modo di vederlo se non quando, vinto inaspettatamente il concorso al Ministero della Difesa come archivista, me lo ritrovai con il grado di generale a capo del Reparto Amministrativo. Ritengo che fu lui a raccomandarmi e a farmi assegnare alle sue dipendenze, probabilmente per un debito di riconoscenza con mio padre. Neanche in tale occasione mi rivolse mai la parola, continuando a ignorarmi così come faceva quando invadeva la nostra casa con la sua superba presenza. Quello sguardo non si posò mai su di me fino al giorno in cui…

«Laricchia, mi vuole o no spiegare per quale motivo lei ritiene che questo sogno sia realtà?», mi chiede Zanardi, scrutandomi attentamente per capire se mi ha dato di volta il cervello, al massimo grado.

Ci troviamo entrambi in un bunker sotterraneo, sede della resistenza, nascosti dai radar dell’esercito italiano che pattuglia le strade alla ricerca di peccatori e infedeli da sottoporre a una cattolica fucilazione.

«Mi dica una cosa, professore, in questa realtà chi è il Papa?».

«Il papa è morto tre mesi fa in seguito a un attentato di terroristi islamici, ma anche questa circostanza non è reale, fa parte dello scenario che lei ha costruito nella sua mente».

Anche se non ho mai fumato, ho il disperato bisogno di una sigaretta al mentolo. «Tutto coincide. So benissimo che non è reale quello che stiamo vivendo, ma non è neanche un sogno, mi creda, non so che minchia sia».

Zanardi si gratta nervosamente la testa scompigliando i suoi lunghi capelli argentati. «Non riesco a capire cosa significa. È un sogno ma è anche realtà?».

Vedere il saccente professore in stato di confusione mi procura un intenso piacere, ma è giunta l’ora dello “spiegone”.

«Come lei può immaginare, lavorare in archivio non procura certo grandi soddisfazioni, porre negli scaffali impolverati corposi faldoni dopo averli classificati, aggiornare registri e incasellare pratiche burocratiche è noioso e per alcuni deprimente, ma non per me. Era un lavoro che mi dava serenità, sgobbavo per tutto l’orario di servizio senza prendermi neanche una pausa per il caffè, sia perché il caffè non mi piace, sia perché sarebbe stata l’occasione per socializzare con i colleghi di lavoro… e non era qualcosa a cui aspiravo. L’attività perfetta per me, un’occupazione scialba per un uomo scialbo. Inoltre l’archivio del Ministero è un luogo deserto, quasi nessuno sa neanche dove sia dislocato, un cimitero dove si seppelliscono insulse vicende di alcun interesse. Il posto ideale per un asociale come me conscio della sua invisibile inutilità.

Quel pomeriggio maledetto stavo lavorando oltre l’orario previsto, non era la prima volta che mi capitava e non lo facevo certo per prendere gli straordinari. Chi pagherebbe gli straordinari a un archivista? M’intrattenevo qualche ora in più, sommerso nelle scartoffie perché non avevo alcuna fretta di tornare a casa, d’altronde non c’era nessuno ad attendermi, nessun piatto caldo sul tavolo, né alcuna donna da riabbracciare. Quei lugubri uffici erano un rifugio che mi distanziava anni luce dai rumori frastornanti del circuito vitale dal quale ero avulso.  Ebbene, quel giorno non ero solo.

Mentre classificavo in maniera certosina l’ennesimo faldone, sentii la porta aprirsi e l’incedere felpato di più persone. Istintivamente mi acquattai dietro le montagne di carte che torreggiavano sulla mia scrivania, temevo che qualcuno mi rimproverasse di occupare abusivamente spazi di proprietà dello Stato. E così i visitatori non notarono la mia presenza, già di per se inconsistente. Prima ancora di scorgerlo tra le pieghe degli incartamenti, riconobbi la sua voce imperiosa. “Si accomodi Youssef, e lei, Colonnello, chiuda bene la porta”. Sì, era il generale Pisani, l’inavvicinabile mega direttore, in compagnia di un alto ufficiale dell’esercito e di un distinto signore dai connotati arabi. Cosa ci faceva lì Pisani? Di tutti i locali di cui disponeva per intrattenere una conversazione riservata, perché aveva scelto gli squallidi uffici dell’archivio? La risposta è semplice: non esisteva luogo più improbabile e conseguentemente più sicuro di quello, nessun investigatore avrebbe mai pensato di nascondere microspie o installare telecamere in quei vani sconosciuti.  E così mio malgrado divenni testimone di quell’assurda conversazione».

La giovane guerrigliera con i capelli a caschetto accede nell’ufficio di Zanardi con una caraffa fumante. «Comandante, vuole un po’ di caffè?».

«Versamene una tazza anche a me», dico guardando avidamente il liquido nero che sgorga dal beccuccio.

Zanardi mi guarda perplesso. «Ha appena detto che a lei il caffè non piace».

Butto giù il liquido bollente con un’unica sorsata senza neanche rispondergli. Quando La Roche analizza casi investigativi contorti ne consuma a litri.

«Cosa sentì in quell’ufficio?», chiede Zanardi quando la ragazzina uscì dalla stanza.

Dopo aver cercato inutilmente un pacchetto di sigarette nelle tasche, rispondo fissandolo negli occhi: «Pisani chiese all’arabo a che punto erano i preparativi per l’uccisione del papa».

«Ma… mi sta dicendo che l’esercito italiano era in combutta con i terroristi islamici?».

«Pisani lo era di sicuro, tanto che compresi, dal tenore della conversazione, che era stato proprio lui a fornire ai terroristi sia l’esplosivo, sia le modalità per arrivare al loro obiettivo eludendo la strettissima sorveglianza».

Zanardi rimane qualche secondo immobile con la bocca spalancata. «E… per quale motivo lo avrebbe fatto?».

«Non sia così idiota, professore, possibile che non se ne rende conto? Ce l’ha sotto gli occhi il motivo, la risposta è nella realtà in cui siamo immersi ora. Il generale cercava il casus belli, l’occasione per conseguire quel colpo di stato che inseguiva dagli anni ottanta. Un clamoroso attentato al cuore della cultura occidentale che giustificasse l’ascesa al potere di una dittatura militare, connotata, a quanto pare, anche da motivazioni religiose. Ecco per quale motivo le ho detto che questo non è un sogno, bensì il futuro che ci attende».

«Tutto ciò pare incredibile. E come si concluse la conversazione? Fissarono una data per l’attentato?».

«No, perché quel coglione di Laricchia fece rumore e si fece sgamare…».

«Ma è lei Laricchia!»

«Sì, ha ragione, mi scusi. Stavo dicendo che inavvertitamente feci cadere un fascicolo a terra rivelando così la mia presenza. Non potrò mai scordare lo sguardo fulminante di Pisani abbattersi su di me. Mi scusai dicendo che ero appena uscito dai servizi igienici dove ero rimasto a causa di un malore improvviso e che stavo per andarmene.  Speravo pensassero che non avevo udito nulla di quella agghiacciante conversazione. Pisani con un gesto risoluto impedì che il colonnello estraesse la pistola e mi fulminasse sul posto e, con un altro gesto altrettanto risoluto, mi invitò ad uscire immediatamente. Sono salvo, pensai, hanno creduto che fossi ignaro del tenore dei loro discorsi e quindi non rappresentassi un pericolo. D’altronde, chi avrebbe mai creduto ad una nullità come me, che peso poteva mai avere la mia testimonianza? E così chinai la testa e mi allontanai a grandi passi da quegli uffici per andare a rintanarmi a casa».

Zanardi rimane qualche secondo in silenziosa meditazione. «E lei non fece nulla? Non denunciò l’accaduto alla forze dell’ordine?».

Abbasso lo sguardo, mentre un mesto sorriso si fa largo sul mio volto. «Laricchia non è mai stato un eroe, professore, anzi è sempre stato un vigliacco, un ignavo personaggio che girovaga senza meta e senza scopo. Sono stato così subdolo da darmi anche delle giustificazione, sa? Mi dicevo che probabilmente il generale si era infiltrato tra i terroristi per individuarli e debellarli tutti, che la storia dell’attentato fosse finta, per far sì che quelle belve uscissero allo scoperto. Fui così bravo nell’autoconvincermi che mi scordai perfino l’accaduto e me ne venni tranquillo a godermi la vacanza allo Psychoticvillage. Il mondo si è sempre disinteressato di me, per quale motivo devo rischiare la vita per gli altri? Che si fottano tutti!».

«Capisco», commenta laconicamente Zanardi. «E quindi lei pensa che ci sia Pisani anche dietro al suo mancato risveglio?».

Rialzo energicamente il capo mentre un fuoco mi divampa nello stomaco. «Ma è chiaro, ci arriverebbe anche un bambino. Pisani non ha voluto uccidermi, non so per quale motivo, forse non voleva inimicarsi mio padre, il quale avrà sicuramente un ruolo di prim’ordine nella rivoluzione che ci aspetta. Sapendo, però, che sarei venuto al centro per gli psicoviaggi, avrà corrotto l’ipnologo per indurmi in questo stato comatoso irreversibile».

Il volto di Zanardi si illumina. «Bene, se questa è la situazione, forse abbiamo una speranza!».

«Si spieghi, sono pronto a tutto!».

«Il suo nemico è il generale Pisani, o almeno il suo cervello lo classifica come tale. È lui, secondo il subconscio, il responsabile dell’incubo che sta vivendo. Se così è, non le rimane altro da fare che… ucciderlo!».

«E come potrei fare, se giaccio incosciente su un lettino?».

«Intendo nel sogno! Lei ora deve cercarlo dappertutto, in qualunque luogo il sogno la porterà e, quando lo troverà, dovrà giustiziarlo senza pietà. Rimossa la causa, la conseguenza non potrà essere che il suo definitivo risveglio. Non sarà semplice… il blocco mentale impostole dall’ipnologo si ribellerà, le renderà il lavoro difficile, ma lei ora è più forte e, soprattutto, meno confuso. È in grado di distinguere la fantasia dalla realtà e quindi non rimarrà inattivo, confuso e indeciso dinanzi ai vari scenari che le si prospetteranno».

«Non sono certo di questo. Ogni volta continuo a confondermi».

«Ho escogitato un sistema», dice Zanardi prendendomi il polso e mostrandomi l’orologio che indosso. «Per fortuna, il suo non è un orologio digitale, ma uno di quelli con le lancette. In caso di dubbi, perplessità, aporie varie e imprevedibili, guardi le lancette. Se quella che segna i secondi è ferma, vuol dire che sta sognando, se invece…».

Un boato improvviso interrompe le avvertenze di Zanardi, la porta dell’ufficio si sventra e una folata di fumo denso invade la stanza. La ragazza con il caschetto accede barcollando mentre fiotti di sangue le zampillano dal collo. «Comandante, ci hanno trovati! La guardie del Sacro Romano Esercito sono qui!». Una sventagliata di mitra la piega in due prima di proiettarla con violenza sulla parete opposta.

Zanardi afferra disperatamente una pistola dal cassetto. «Non c’è più tempo, Laricchia, ora faccia come…». Un’altra scarica di proiettili lo investe facendolo ballare come un burattino impazzito.

Guardo impassibile il militare che irrompe con il mitra spianato. «Hai una sigaretta da offrirmi?», gli chiedo prima che il piombo rovente mi fracassi la cassa toracica.

Impatto, dolore, sangue e buio…

«Signore, deve subito togliersi di qui!», sento dire mentre apro gli occhi. Sono disteso sull’asfalto con le spalle a terra, sopra di me sovrasta un cielo infuocato. Urla e deflagrazioni si susseguono in ogni dove. Sono di fronte a un grattacielo in fiamme, le schegge di vetro delle finestre infrante piombano giù come pioggia. Sul tetto intravedo una figura umana, avvolta in un mantello, che si sbraccia animatamente, creando dal nulla meteoriti incandescenti per poi lanciarli sulle strade distrutte. Uno di questi si proietta proprio su di me a velocità supersonica: nel giro di pochi secondi mi investirà riducendomi in cenere.

La stessa voce di prima mi avverte:«Presto, si copra dietro il mio scudo!». Vedo calare sopra di me uno scudo circolare con strisce concentriche rosse e bianche, al centro una grande stella bianca su sfondo blu. L’uomo si accovaccia con me dietro lo scudo, in attesa dell’impatto che inesorabilmente arriva. La palla di fuoco si sfalda spargendo lapilli dappertutto. Mi volto per ringraziare il mio salvatore e noto un uomo dal fisico incredibilmente atletico che indossa un’aderente tuta blu, nel petto spicca un’altra stella bianca, sul volto ha una maschera scura che gli copre gli occhi con incisa una grossa A sulla fronte.

«Che… che sta succedendo? Lei chi è?», balbetto alzandomi in piedi.

«Sei così confuso da non riconoscermi?», risponde lui scrutando il nemico. «Sono Capitan America e ti trovi nel mezzo della battaglia del secolo. Come mai sei ancora qui? Con gli Avengers abbiamo evacuato la città prima che Mega-Pisani iniziasse il suo attacco distruttivo. Trova un riparo al più presto!».

Do un fugace sguardo all’orologio per assicurarmi che la teoria delle lancette sia valida, e poi lancio uno sguardo termonucleare di sfida su quel superessere immondo arroccato sul grattacielo.

«Pisani! A noi due!».

 

…CONTINUA

 


EPISODI PRECEDENTI:

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capitolo 02

capitolo 03

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