Una vacanza allucinante – capitolo 09

UNA VACANZA ALLUCINANTE

CAPITOLO NONO

di Nicola Furia

 

Da quello che finora vi ho detto di me, dovreste aver capito che sono un tipo solitario e antisociale… diciamo pure un emarginato volontario. Non sopporto la gente, fuggo le masse e conduco l’esistenza in convinto isolamento. Mai avrei pensato di avvertire l’esigenza della presenza degli “altri”, eppure, mentre mi incammino per il Corso cittadino, deserto, mentre i miei passi riecheggiano tra le mura di negozi serrati e palazzi che si ergono silenziosi come desolati fantasmi, l’ansia si impossessa di me. Acuisco l’udito alla ricerca disperata di una presenza umana: uno stridere di gomme sull’asfalto, una sirena in lontananza, il pianto di un bimbo insonne… niente, nulla, neanche il latrare di un cane. Tutto tace come in un cimitero abbandonato. Dove diavolo sono finiti tutti?

Continuo a camminare per ore senza una meta passando al vaglio le varie alternative. Potrei andarmene a casa, barricarmi dentro e lasciare fuori dalla porta questa pazzia, ma abito in periferia ed è inutile sperare nel passaggio di un pullman e tantomeno in quello di un taxi. Potrei chiamare la polizia e denunciare quanto mi è accaduto, ma ho lasciato il cellulare nel giubbotto all’interno dello Psychoticvillage. Potrei citofonare a una delle tante abitazioni, una a caso, ma poi…

Ma poi chi voglio prendere in giro? È chiaro che questa situazione non è normale, un attimo prima sto nell’ufficio di Zanardi a parlare di “materializzazione”, e l’attimo dopo sono l’unico essere vivente sul pianeta Terra. Anche se mi procura nausea il solo pensarlo, devo prendere atto che questa non è la realtà. Forse lo era quella del risveglio, compreso l’ufficio “corpi di reato” con gli oggetti materializzatisi nei sogni, o almeno ne ero convinto. Poi sono crollato, un colpo di sonno improvviso e mi ritrovo nuovamente nell’incubo. Il siero di Lazzaro! Cosa accidenti stava per dirmi Zanardi prima che perdessi i sensi? Ma esisterà veramente questo siero? E la storia della materializzazione degli oggetti? È possibile che in verità non mi sia mai svegliato? È possibile che…

«Ehi, bello, sono qui!».

È appena un bisbiglio, una rauca voce femminile che mi chiama, ma è come un boato nel silenzio opprimente che ricopre questa città fantasma. Mi giro spasmodicamente in tutte le direzioni possibili alla ricerca della fonte di vita, al pari di un assetato disperso nel deserto.

«Sono qui, alla finestra, al pianterreno».

Finalmente individuo la mia oasi, un’ombra formosa che si intravede appena dietro le tapparelle socchiuse di uno dei tanti condomini. La donna sporge un dito grassottello dalle stecche della persiana indicando il portone d’ingresso dello stabile. «Citofona dove sta scritto “Cubino”, sbrigati!».

Eseguo l’ordine e uno scatto metallico rimbomba nella strada segnalandomi l’apertura del portone. Accedo cautamente nell’androne buio avanzando alla cieca, finché il fascio di luce, che filtra da una porta socchiusa al piano terra, mi indica la via.

«E sbrigati, accidenti a te!», mi sollecita la donna sporgendo il suo corpo obeso dallo stipite dell’uscio. Indossa un’improbabile sottoveste trasparente che fa spietatamente intravedere le pieghe infinite curve del suo corpo adiposo. Imbambolato, entro in casa mentre lei immediatamente richiude a chiave la porta con doppia mandata.

«Ne hai di coraggio per andare in giro a quest’ora», mi dice mostrandomi il volto paffuto di una quarant’enne truccato all’inverosimile. «Sei così arrapato da rischiare la fucilazione? Potevi almeno telefonarmi, così ti lasciavo la porta aperta. Sei nuovo, chi ti ha dato il mio indirizzo? Dove abiti? Nel palazzo di fronte? Sai già quanto costa una scopata, vero? Non sarai mica un infiltrato, sai che…». È un fiume in piena che mi investe con la sua incomprensibile logorrea, impedendomi di dare un significato al tutto, di definire i contorni di quanto sta accadendo.

«Signora, si calmi un attimo, forse c’è un malinteso io…».

Nel suo volto si forma una smorfia di stupore. «Vuoi dirmi che stavi girando sotto casa mia, violando il coprifuoco, per un altro motivo? E al giorno d’oggi, cosa spingerebbe un uomo a rischiare la vita se non il sesso?».

«Il… il coprifuoco?».

Lei mi pianta addosso i suoi severi occhi bovini. «Certo, ho capito! Sei un drogato! Non cercavi me, ma Fausto del palazzo affianco, lo spacciatore. Potevi dirmelo subito, lo conosco, ora gli telefono».

«No, signora, non…».

«Tranquillo, lo faccio volentieri, se non ci aiutiamo tra di noi in quest’epoca assurda. Di cosa ti fai? Lo sai che gli oppiacei sono completamente spariti, non si trova un grammo di eroina neanche pagandolo con un rene. Fausto però ha del buon hashish e…».

All’improvviso La Roche fa la sua imperiosa comparsa dentro di me. «Adesso chiudi quel cesso di bocca se non vuoi che te la frantumi!», dico inaspettatamente afferendola per i capelli ricci e vaporosi. La donna impallidisce ammutolendosi all’istante. «Ora, puttana, dimmi dove cazzo sono capitato, cos’è questa storia del coprifuoco?».

Lei muove le labbra carnose e tremanti nel cercare di darmi una risposta, ma le parole le si strozzano in gola nell’attimo stesso in cui la porta di ingresso si spalanca con un frastuono improvviso.

«Alzate le mani e mettevi in ginocchio, peccatori di merda!», urla l’uomo in uniforme, puntandoci addosso il fucile d’assalto. Dietro di lui irrompono altri cinque militari andando a bonificare le stanze dell’appartamento. La prostituta crolla in ginocchio con le mani alzate mentre io, istintivamente, vado a cercarmi una pistola inesistente nella cintola dei pantaloni. L’anfibio del militare mi si pianta pesantemente alla bocca dello stomaco togliendomi il fiato. «Ho detto in ginocchio, demonio!».

Alzo le mani boccheggiando squadrando di sottocchio gli aggressori in divisa. Sono tutti in mimetica con il giubbotto antiproiettile, uniformi ed equipaggiamento d’ordinanza dell’esercito Italiano, tutto regolare… tranne quell’assurdo giubbotto. È un gilet blindato di colore bianco sul quale spicca una marcata croce rossa…

L’uomo che li capeggia mi si avvicina poggiandomi la canna del mitra alla tempia. «Bene, cosa abbiamo qui? Un uomo che ha violato il coprifuoco e una donna che, Dio la perdoni, esercita la prostituzione. Due peccaminosi reati puniti con la fucilazione immediata dal Codice Ecumenico dei Santi Sacramenti. Perquisiteli e poi portateli sulla strada, mentre io contatto il Sergente Misericordioso».

Veniamo afferrati brutalmente e, dopo essere stati ispezionati sommariamente, spinti fuori dall’abitazione, al centro della carreggiata, e lì rimessi in ginocchio con le braccia al cielo.  Nessuno si affaccia alle finestre, nessuno che riprenda le immagini con il cellulare, né che invochi compassione. Rimangono tutti chiusi in casa, incuranti della feroce aggressione e dell’imminente esecuzione.

«Sergente Misericordioso, sono il Caporale Compassionevole Maggiore», gracchia in una radio portatile il capo squadra. «Abbiamo due violazioni flagranti al Codice Ecumenico di primo girone. Stiamo per procedere alla purificazione».

Una voce annoiata risponde dall’altro capo della radio. «Ricevuto, Caporale Compassionevole Maggiore, procedete pure. Dio sia lodato».

«Ora e sempre. Passo e chiudo».

Certo, direte voi, in fondo non c’è nulla da temere, che si tratti di un sogno è palese. Ebbene, vorrei vedervi inginocchiati sull’asfalto con le ginocchia sbucciate mentre cinque bocche da fuoco stanno per spararvi in testa. Ma non è questo che è rilevante, non sono i proiettili che mi sfracelleranno la scatola cranica a terrorizzarmi, lo so, probabilmente morirò per riapparire in chissà quale altro scenario assurdo. Al contrario, è proprio questa realtà che sto vivendo che mi gela il sangue nelle vene. Soldati crociati che uccidono in nome di Dio, a voi può sembrare assurdo, ma e me NO! Assolutamente no! Sono finito in un mondo dove vige una folle dittatura religiosa, dove si viene fucilati solo per essere usciti di casa dopo l’imbrunire, dove il sesso è messo al bando e ogni peccato pagato con la morte. Quel che a voi appare paradossale, a me si manifesta con lucida e perversa logica. Tutto comincia ad avere finalmente senso, comprendo gli intrigati percorsi della mia mente proprio ora che sto per essere fucilato, la rivelazione avviene proprio qui, in mezzo alla strada di una città occupata da un esercito di estremisti religiosi. Eppure avevo la risposta sotto gli occhi e non me ne ero accorto, ho camminato per ore senza prestare attenzione ai cartelli e alle insegne pubblicitarie. Chi legge più la pubblicità? Ne siamo così sommersi da esserci assuefatti.  Eppure, se avessi guardato quei cartelli, così come li sto fissando ora, avrei capito subito. No, nessun invito all’acquisto per qualche tipo di merce, sono tutti identici, un unico messaggio che si ripete all’infinito in ogni dove. Il busto impettito di un uomo dal volto rugoso, nella sua sfavillante divisa da Generale, e alle sue spalle una croce dorata che compare radiosa tra le nubi, e poi la didascalia scritta a caratteri cubitali: “IN HOC SIGNO VINCES”.

Cosa aveva detto Zanardi prima che crollassi? Nel sogno il subconscio ci lancia continui messaggi, ogni cosa ha un significato. Per esempio, ora che ci penso, vi ricordate quale nominativo era presente sul citofono della prostituta? Cubino! E “Cubino” altri non è che l’anagramma di… INCUBO! Il mio cervello mi stava segnalando che da quel momento sarebbe iniziata la fase terrificante del sogno. E qual era la teoria di Zanardi sulla comparsa delle persone esistenti nella vita reale? Secondo lui queste persone hanno il compito di trasmetterci messaggi, alcuni hanno una funzione terapeutica, altri ci segnalano un pericolo imminente. Ebbene, eccolo il pericolo, sta tutto in quella faccia che mi guarda minacciosa dall’insegna. Sì, lo conosco bene e l’ho già incontrato nei miei sogni. Vi ricordate? Era il Generale che dirigeva le operazioni di salvataggio quando Godzilla combatteva contro il Drago, lo stesso Generale che accompagnava i miei familiari in sala d’attesa all’atto della mia morte. Certo che lo conosco, è il mio capo reparto al Ministero della Difesa, il Generale Pisani!

Un’esplosione, raffiche di mitra, bagliori e urla!

«La resistenza! Attenti!», urla il Caporale Compassionevole riparandosi prontamente dietro la carrozzeria di un’autovettura. Tre dei cinque militari che compongono la sua squadra sono già a terra in un lago di sangue. Li stanno attaccando da due direzioni differenti, non hanno scampo e non gli rimane altro che sparare all’impazzata. La radio portatile del Caporale è schizzata via sull’asfalto finendo a ridosso del marciapiede. Il graduato la individua e, schivando i proiettili, riesce ad agguantarla, è la sua unica speranza di salvezza, se riesce a chiamare i rinforzi in poco meno di un minuto l’area sarà spazzata da un tornado di piombo. Devo impedirglielo, o meglio Paul La Roche deve fermarlo. Mi lancio a pesce sul corpo di uno dei militari assassinati, nel fare la capriola afferro al volo il mitra abbandonato sul selciato e riemergo già in posizione di tiro in ginocchio a meno di tre metri dal Caporale. Lui non fa in tempo a guardarmi stupefatto che già tiro il grilletto, una breve raffica mirata sul volto non protetto dal giubbotto crociato e la testa del Compassionevole si sfalda come neve al sole. «Dio sia lodato!».

L’unico soldato superstite getta l’arma e alza le mani. «Mi arrendo! Mi arrendo!». Una decina di combattenti escono dai vari nascondigli con le armi spianate, sono tutti giovanissimi, nei loro volti la spavalderia si fonde con la paura.

«Cosa ne facciamo del prigioniero?», chiede una ragazza con i capelli a caschetto armata di una Colt che le balla nelle mani tremanti, rivolgendosi ad un coetaneo con le braccia ricoperte da tatuaggi.

«Non… non lo so», balbetta il tatuato, «vediamo cosa decide il Comandante».

Il soldato si avvicina con le lacrime agli occhi e le braccia spalancate in segno di resa. «Abbiate pietà, vi prego!».

Gli arrivo alle spalle puntandogli il mitra alla nuca. «Il tuo Dio non conosce pietà», affermo tirando il grilletto e facendogli schizzare il cervello sul cartellone pubblicitario, proprio sulla faccia maligna del Generale Pisani.

«E che cazzo!», protesta il giovane guerrigliero, «non sei tu a decidere cosa fare!».

«Calma, ragazzi, ha fatto bene», dice il Comandante sbucando da dietro l’angolo con un lanciarazzi tra le braccia. Non mi sorprende vedere quell’uomo anziano dal fisico asciutto, né tantomeno rimango basito nel notare i suoi canuti capelli lunghi legati a coda di cavallo. Figuratevi se mi meraviglia ancora rivedere spuntare Zanardi!

«Salve Laricchia… o forse dovrei dire La Roche. Vedo che lei si sta sempre più trasformando in un guerriero», dice mentre quel sorrisetto di merda gli ricompare sul volto. «Venga, salga sulla jeep con me e allontaniamoci al più presto da qui».

In pochi secondi l’area viene abbandonata, sull’asfalto imbrattato di sangue e ricoperto di bossoli, rimangono i corpi trucidati dei sei soldati e la grassa prostituta, ancora in ginocchio e con le mani alzate.

«Avrà capito da solo che purtroppo lei è ripiombato nel coma», inizia Zanardi seduto al mio fianco, sballottato nei sedili posteriori del fuoristrada. «Purtroppo il siero di Lazzaro non garantisce un duraturo risveglio, ma solo una momentanea ripresa di coscienza. Quasi sempre il paziente dopo un po’ si riaddormenta».

«Quindi tutta la parte del risveglio e della… materializzazione degli oggetti era vera?».

«Certamente sì», risponde il Professore combattente poggiandomi la mano sulla spalla in segno di compatimento. «Però, ora, purtroppo sta nuovamente sognando, niente di tutto questo è vero».

«Ed è qui che ti sbagli», rispondo io togliendogli la mano dalla spalla. «Non hai capito un cazzo, professore. Quello che ora stiamo vivendo, questa dittatura religiosa che incombe nelle strade, per quanto assurda è vera. Questo non è un sogno, ma una… cazzo di realtà!».

Zanardi strabuzza gli occhi, impallidisce e quel sorrisetto odioso finalmente sparisce dalla sua faccia di merda.

…Dio, come sto godendo!

 

…CONTINUA

 


EPISODI PRECEDENTI:

capitolo 01

capitolo 02

capitolo 03

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