Una vacanza allucinante – capitolo 07

UNA VACANZA ALLUCINANTE

CAPITOLO SETTIMO

di Nicola Furia

 

«Avete combinato un casino di proporzioni immani!», sbraita il Colonello Mike Zanardi arroccato, nel suo impeccabile completo nero alla “Men in black”, dietro la possente scrivania in pregiato legno massello color mogano.

Non ci sono dubbi, è proprio l’uomo dal fisico asciutto e con i capelli bianchi legati a coda di cavallo che ho conosciuto nei miei sogni; lo stesso che si è presentato come responsabile tecnico dello Psychoticvillage e che, a suo dire, dopo essersi sintonizzato sulla mia lunghezza d’onda cerebrale, si è proiettato nell’incubo tentando più volte di svegliarmi. In realtà si tratta del capo-sezione dell’agenzia investigativa segreta della quale La Roche fa parte, o meglio: della quale io faccio parte. Maledizione, non riesco ancora a sintonizzarmi con la realtà. Il veleno della Rossa continua a scorrermi subdolamente nelle vene sprigionando il suo potere amnesico, impedendomi così di inquadrare la figura di Zanardi quale carismatico dirigente del Security Service di sua maestà, la Regina d’Inghilterra.

«Caputo ammazzato prima che riuscissimo a dimostrare i traffici internazionali di cocaina, una stanza d’albergo ridotta a un mattatoio e, come se non bastasse, una sparatoria infernale nel cuore di Miami della quale stanno parlando tutti i telegiornali!».

Io e Bob rimaniamo muti guardando sconsolati il pavimento come due scolaretti delle elementari rimproverati dal maestro. È vero, la missione è fallita anche se, in verità, l’operazione è andata a puttane per colpa di una talpa in seno alla nostra organizzazione, un infame che ha rivelato ai mafiosi colombiani la mia vera identità. La mia vera identità… come risuona strana questa frase nella mente ancora obnubilata dallo scorrere di un’intera esistenza fittizia. Sono certo che, nel sogno, anche il personaggio immaginario del professor Zanardi era un inconscio messaggio subliminale che aveva lo scopo di svegliarmi per riappropriarmi della mia esistenza.

La voce imperiosa del capo mi scuote dal torpore introspettivo: «Agente La Roche, si è ripreso dall’avvelenamento o sta ancora con la testa fra le nuvole?».

«Sono ancora un po’ stordito, colonnello, ma ogni minuto che passa mi sento sempre meglio».

Vorrei crederci, ma l’intelletto è un frullato di immagini che si sovrappongono schizofrenicamente: nonna Chiara che mi carezza i capelli, le orecchie a punta dell’elfo, il ruggito di Godzilla, la squallida scrivania dell’archivio al Ministero della Difesa, il generale Pisani che…

«Agente Bob Mackenzie, mi lasci solo con La Roche», ordina risolutamente il colonnello Zanardi.

Bob mi dà una pacca sulla spalla e si congeda. “Tranquillo”, pare dirmi, “lo sai che abbaia ma non morde”. Il problema è che non lo so, invece di considerare Zanardi un dirigente dell’agenzia di intelligence, continuo a percepirlo come un dirigente dell’agenzia di viaggi allucinogeni. Lucy la Rossa che tu possa bruciare all’inferno!

Dopo aver atteso che l’agente, chiusa la porta, si sia allontanato, il colonnello mi pianta addosso il suo penetrante sguardo severo. Avverto un senso di colpevole imbarazzo di cui non so darmi spiegazione. Che diavolo! sono l’agente La Roche, ho mantenuto il sangue freddo dinanzi a situazioni che avrebbero fatto tremare i polsi anche a James Bond, come è possibile che quest’uomo abbia il potere di intimidirmi?

Zanardi si accomoda sulla poltrona girevole e improvvisamente esibisce un allarmante sorriso bonario. Perché mi sta sorridendo? La maschera da mastino sparisce in un battibaleno e il suo viso si trasforma in quello di un angelo compassionevole. La metamorfosi fisiognomica è tanto rapida quanto inquietante, ma mai quanto le parole che pronuncia:

«Laricchia, Laricchia, ma cosa mi combina?».

Una lama rovente mi perfora la corteccia cerebrale.

«Suvvia, veramente ha creduto di essere l’agente La Roche?».

Crollo sulla sedia inerme dinanzi al mio aguzzino, incapace di articolare parole.

«Dalla sua espressione deduco di sì, il che è oltremodo preoccupante, la sua mente si allontana sempre più dalla realtà. Ma come ha potuto ritenere che lei non fosse mai esistito, che la sua vera identità fosse quella di un agente segreto da film di serie B?».

Me lo chiedo anche io. Ha ragione, c’erano tutti gli indizi per capire che si trattava dell’ennesima illusione allucinogena e sicuramente voi lo avevate già capito, pensate che non abbia sentito i vostri commenti? “Questo è un altro sogno! Non sei La Roche! Smettila di illuderti!”. Eppure ho voluto crederci, ho ucciso il mio io senza alcuna pietà accettando di buon grado questa nuova personalità. E vorrei vedere! Quanti di voi non scambierebbero la propria futile vita con quella dell’agente La Roche? Chi non vorrebbe barattare la noia di ore oziose trascorse nell’apatica visione di insulsi programmi televisivi con l’adrenalina di continue avventure eccitanti; chi non vorrebbe sostituire la desolante masturbazione virtuale tramite un sito porno con coiti selvaggi di ninfomani avvenenti? Sono Laricchia, sono sempre stato Laricchia e lo sarò fino alla fine dei miei giorni! Fine pena mai…

«Ma era tutto così reale…», farfuglio cercando un’oggettiva giustificazione.

«E lo credo bene! Gliel’ho detto, le nostre allucinazioni indotte alterano psicosensorialmente le percezioni, i processi del pensiero, l’emozione e la coscienza. Tutto è reale fin nei minimi dettagli. Per esempio, guardi cosa c’è nel suo portafoglio».

Estraggo dalla tasca dei pantaloni un borsellino a libro di pelle nera, che neanche sapevo di possedere, individuando all’interno il tesserino plastificato della Security Service Royale, intestato a Paul La Roche. Nella fotografia c’è la mia faccia che mi guarda con strafottente cinismo. Lo stringo tra le mani tremanti come a volermi aggrappare ad una chimera sfuggente.

«Lo vede? C’è anche la tessera di riconoscimento curata nei minimi dettagli. Tutto è artefatto in maniera ineccepibile, ma ciò non toglie che, dopo quello che ha passato e che le ho detto nei precedenti incontri, lei si sarebbe dovuto subito rendere conto che era un’illusione, e rifiutarla. Non può ogni volta credere che tutto sia reale, anche l’impossibile, altrimenti diventa complicato far sì che lei si risvegli».

«Ma come è possibile che io parlassi in inglese o che, pur non avendo mai posseduto una pistola, ne conoscessi la funzionalità? E poi avevo dei vaghi ricordi della vita di La Roche, l’amicizia con Bob, l’addestramento a Scotland Yard e…».

«È tutto facilmente spiegabile, Laricchia. Il nostro cervello ha delle potenzialità che ancora non conosciamo del tutto, anzi non conosciamo affatto, una smisurata capacità di immagazzinare dati. Ascolti: tutto ciò che lei legge, ascolta o guarda, pur se lo fa in maniera distratta, viene recepito e registrato nel suo cervello. Lei parlava in inglese perché ha inconsapevolmente appreso quella lingua durante le lezioni scolastiche, o vedendo un film in lingua originale seppur con i sottotitoli, o sfogliando una rivista. La stessa identica cosa è accaduta per quanto attiene la conoscenza delle armi, un film, un documentario, o anche un sito internet sulle pistole automatiche, anche se aperto involontariamente per pochi secondi, è stato sufficiente. Tutto è stato registrato dalla sua mente e riproposto nel corso dell’allucinazione. Pensi come evolveremmo se sapessimo consapevolmente ripescare tutti i dati acquisiti dal nostro cervello. Per quanto attiene, infine, agli sbiaditi ricordi della vita di La Roche e alla sua amicizia con Bob Mackenzie, questo fa parte del programma di viaggio allucinogeno. Ogni psiconauta, immergendosi nella realtà alternativa scelta, crea un mondo parallelo condito da personaggi secondari ed eventi passati, funzionali alla storia che si vuole interpretare. Mi segue?».

Purtroppo sì, la logica di Zanardi è ferrea e devo rassegnarmi a dire addio al mio “alter ego”. Quel bastardo di La Roche mi guarda sprezzante, mi soffia in faccia il fumo dell’ennesima sigaretta al mentolo e sparisce per sempre.

«Ho capito, professore, ma allora, cosa sta accadendo al mio corpo, perché non riesco a svegliarmi?».

«La situazione è sempre più complessa, signor Laricchia. Il suo ipnologo l’ha indotta in uno stato comatoso, non mi chieda perché, non ne capisco i motivi e l’autore dell’ipnosi è irrintracciabile. Fatto sta che lei è passato da un coma vigile, indotto dagli psicofarmaci, ad un coma di secondo grado, o superficiale. E questo non era previsto, ma il suo persistente stato di incoscienza, sempre più profondo, l’ha fatta precipitare nel coma di terzo grado. Se ora non si sveglia, passerà al coma di quarto grado, altresì detto… irreversibile, e come dice la parola stessa…».

«Non mi risveglierò più e vivrò per sempre incubi infiniti. Ma lei come pensa di svegliarmi, cosa devo fare?».

«Finora abbiamo provato a fare in modo che lei si scuotesse prendendo atto di stare sognando, che si svegliasse grazie alla forza di volontà indotta dall’autocoscienza, ma non ci siamo riusciti. La cappa impostale dall’ipnologo pare impenetrabile. A questo punto e in questo preciso momento, stiamo tentando una terapia più aggressiva. Come si suol dire, a mali estremi, estremi rimedi».

Odio Zanardi con tutto me stesso, non sopporto quel sorrisetto saputello con cui condisce le sue argomentazioni pseudoscientifiche e l’insensibilità con la quale mi propina le pessime notizie. Ma attualmente è la mia unica ancora di salvezza.

«Quali sarebbero questi rimedi estremi? Mi sono già fatto sventrare dalla punta della lancia di un orco, pensavo che quello fosse già abbastanza estremo».

«No, Laricchia, gliel’ho detto, stavolta non incideremo sulla sua psiche, ma sul suo corpo. L’infermiera, che sta con me nella sala di privazione sensoriale dove il suo corpo giace, proprio in questo momento le sta somministrando il… siero di Lazzaro».

«Lazzaro? Mi sta prendendo in giro o anche quello che mi sta dicendo me lo sto immaginando?».

Ecco di nuovo quel sorrisetto indisponente.«Il siero di Lazzaro è il nome dato al farmaco utilizzato nelle terapie di risveglio dei pazienti. Si tratta di un prodotto chimico a base di Zolpidem e fa parte della categoria di farmaci ipnotici non benzodiazepinici e…».

«Non me ne frega un cazzo delle sue incomprensibili spiegazioni!», sbotto afferrandolo energicamente per la manica. «Mi spieghi cosa accadrà e facciamola finita!». Ah! Urlare in faccia a Zanardi mi procura un soddisfacente senso di rivalsa, non mi credevo capace di ciò, evidentemente un po’ di La Roche è rimasto in me.

Il professore sgrana gli occhi sorpreso dalla mia reazione. «Ha… ha ragione, Laricchia, mi perdoni. Lo Zolpidem altro non è che una molecola modificata, capace di eliminare gli effetti sedativi. Se, come spero, funziona, lei dovrebbe svegliarsi fra pochi secondi, se non funziona invece…».

Invece cosa? Se non funziona cosa accade? Accidenti, non riesco più a sentire le parole di Zanardi, la sua voce è divenuta cupa e rimbomba in maniera assordante. Non riesco più a comprendere il significato delle parole. Anche la vista si offusca e una nebbia fitta e umida cala come un tetro sudario, mi manca l’aria, non ho più equilibrio, tutto inizia a girare vorticosamente… il siero di Lazzaro si sta facendo strada nelle mie arterie, esplode nel cervello, comprime i polmoni, squaglia i muscoli e…

«Professore! Ce l’abbiamo fatta! Il paziente ha aperto gli occhi».

«Controlli subito i parametri vitali e quelle cerebrali».

«È tutto nella norma, professor Zanardi, il signor Laricchia è nuovamente tra noi, è finalmente uscito dal coma, Dio sia lodato!».

«Dio non c’entra nulla, infermiera, è il progresso scientifico che dobbiamo ringraziare».

«Ma… ma professore, il paziente stringe qualcosa nella mano destra».

«Ma cosa dice? Le mani erano vuote sino a qualche secondo fa e lui non ha ancora mosso un muscolo. Di cosa si tratta? Mi pare un foglietto plastificato! Infermiera, non è che per caso gli ha messo in mano un’immaginetta di qualche santo?».

«No, le giuro di no. Mi pare si tratti di un… documento».

«Un documento? Glielo tolga delicatamente».

«Sì, lo sto facendo, ma lo tiene così stretto… Ecco, professore, l’ho preso, è una tessera di riconoscimento con la foto di Laricchia».

«Una tessera? E cosa c’è scritto?».

«Security Service Royal, Agente Paul La Roche!».

cazzo!

 

…CONTINUA

 


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