Una vacanza allucinante – capitolo 05

UNA VACANZA ALLUCINANTE

di Nicola Furia

 

«Curre, curre guagliò!»

Gennaro, il nano minatore, fila come un razzo tra la boscaglia sempre più fitta e scura. Ma come fa con quelle gambette a correre così velocemente? Lo seguo precipitandomi tra rovi e rami sporgenti, finendo maldestramente più volte con la faccia a terra.

Finalmente sbuchiamo in un’ampia radura polverosa e priva di vegetazione. Noto immediatamente una decina di profonde trincee, lunghe centinaia di metri, che si stendono tortuosamente e parallelamente sino alle pareti scoscese di una montagna innevata. Le gallerie scavate nel fango brulicano di persone tutte armate di lancia a punta biforcuta. Non mi sembrano affatto rudi guerrieri. Tutt’altro. Nei loro volti impauriti leggo ansia e stupore. Sono certo che si stanno ponendo la mia stessa domanda: “ma che cacchio ci faccio io qui?”. Forse sono le anime di coloro che, come me, hanno avuto la sventura di morire proprio oggi e si trovano proiettati in quest’esperienza angosciosa.

Un brusco spintone del nano interrompe la mia analisi. «Jamm, sbrigàt! ‘A cera se strùje e ‘a prucessione nun cammina».

«…Cosa?».

«Uffa!», sbuffa Gennaro. «La cera si scioglie e la processione sta ferma. È un modo di dire. Non perd’ tiempo e trase cà», mi dice spingendomi in un casolare di pietra eretto ai margini della boscaglia dalla quale siamo emersi.

Sulle pareti sono addossate una marea di lance identiche a quelle impugnate dagli uomini stipati nelle trincee. Gennaro ne afferra una a caso e me la scaglia contro. Riesco a malapena ad afferrarla al volo prima che l’asta mi sbatta sul naso. Un nuovo spintone e mi ritrovo nuovamente nella brulla prateria.

«O’ vedi?», mi chiede indicando un polverone che si alza minaccioso dal fondo della radura. «Song chilli fetènt!».

«Signor Gennaro… potrebbe evitare di parlare in dialetto, la prego».

«Ca’ palle! Vabbuò… La vedi quella nube laggiù? È la cavalleria degli Elfi oscuri che sta galoppando contro di noi. Devono per forza passare in questa spianata tra la montagna e la foresta. Ma per farlo dovranno superare le trincee e noi glielo impediremo infilzandoli come puorci. È chiaro? ».

«Ho capito… ma io non sono mai stato in battaglia, non sono un guerriero, non so se…».

«O saccio, o saccio! …Lo so. Ma che ci vuoi fare? Siamo carne da macello. Noi dobbiamo stare int’a merda, mentre quei ricchioncelli degli Elfi se ne stanno nascosti sopra gli alberi, dall’altro capo della radura, con archi e freccette. Accussi va o munno: chi nuota e chi va a fùnno».

Mentre cerco di tradurre l’ultimo proverbio, Gennaro mi strattona facendomi entrare nella seconda trincea. «Ora statte quieto cà e avascia a capa».

«…Avascia che?».

«Abbassa la testa! Fra breve, al tramonto del quarto sole, attaccheranno. Ti dirò io quando sarà il momento di sporgersi per affrontarli. Tu segui i miei ordini e basta!».

Certamente seguirò i suoi ordini, ma non sono sicuro che li capirò. Vuol dire che imiterò gli altri compagni di sventura. D’altronde è sempre quello che ho fatto. Non ho mai preso iniziative e mi sono lasciato trasportare dalla massa defilandomi tra mille facce, quelle dei colleghi di lavoro, dei passeggeri della metropolitana, delle persone in fila davanti ad uno sportello. Un uomo invisibile, una presenza insignificante. Eppure, nascondendomi, sono sopravvissuto alle intemperie dell’esistenza terrena. Ma ora, riuscirò sopravvivere anche in questo inverosimile regno ultraterreno? Mi accovaccio a terra tra il fango e stringo la lancia tra le mani tremanti. Evito anche di guardare il volto di coloro che mi circondano, non voglio interagire con nessuno, non mi interessano le loro storie disperate, mi basta la mia.

Inizio a credere che forse tutto ciò non è così assurdo come sembra. Probabilmente sto subendo una severa punizione. Dopo aver vissuto evitando sempre di schierarmi e affrontare i problemi, eccomi qui costretto a combattere una battaglia di cui non mi frega niente. Avete presente Dante ed i suoi gironi infernali dove ognuno viene punito con la legge del contrappasso? Ebbene, se così fosse, tutto si spiegherebbe. Io sono sempre stato un ignavo, un vile senza alcuna ideologia, e quindi è giusto che espii la pena impugnando le armi e alzando un vessillo contro nemici sconosciuti.

«Signor Laricchia! finalmente l’ho trovata!». Un’ansimante voce familiare tronca di netto i miei pensieri.

Mi volto di scatto e riconosco immediatamente il mio interlocutore. «Professor Zanardi!».

Lui mi poggia una mano sulla spalla accucciandosi vicino. «Ho fatto il giro di tutte le trincee per cercarla. Dovremmo smetterla di vederci in queste situazioni, non trova?», ironizza poggiando la sua lancia a terra.

«Il suo sarcasmo mi pare fuori luogo», protesto con disappunto. «E lei cosa ci fa qui? Non mi dica che anche lei è deceduto!».

«Ma quale decesso! Qui non è morto nessuno… almeno finora. Non l’ha ancora capito? Lei è tuttora sotto allucinogeni».

«Io ho seguito i suoi consigli, mi sono rilassato per poi risvegliarmi nella stanza dello Psychoticvillage. Ma qui ho scoperto che in realtà ero morto di overdose e…».

«Nessuna overdose e nessuna morte, Laricchia. In realtà lei non si è svegliato ed il suo corpo giace ancora in stato comatoso nel nostro centro. La stiamo monitorando tentando di risolvere questa spiacevole situazione. Sappia però che, a differenza della mia prima ipotesi, sono giunto alla conclusione che non sono le droghe la causa della sventurata congiuntura».

«Quindi neanche tutto questo esiste! Ma pare tutto così reale».

«Esiste nel suo cervello e per lei è realistico. Vede, le droghe che ha assunto non procurano solo allucinazioni visive e uditive, ma anche olfattive e tattili. Cerco di spiegarmi meglio. Le allucinazioni indotte dai farmaci le procurano una percezione sensoriale anche in assenza degli stimoli che la fomentano».

«Professore, tra lei e il nano Gennaro non so chi sia più incomprensibile».

Zanardi si schiarisce la voce e riprende a spiegare. «In altre parole, lo psiconauta ha davvero la sensazione, ad esempio, che sta bruciando, tuttavia non esiste alcuno stimolo, come il fuoco o altro calore, che spieghi la sensazione. La persona sotto allucinogeni, però, sente come reale questa esperienza».

«Che sia reale lo so fin troppo bene», confermo mostrando i graffi brucianti sulle braccia causati dalla folle corse tra i rovi all’inseguimento del nano minatore.

«E’ proprio questo il vero pericolo, Laricchia. In teoria se lei vivesse un’intesa emozione durante l’allucinazione, il suo fisico potrebbe risentirne».

«Mi sta dicendo che se muoio nel sogno, potrei morire anche nella realtà?».

«Se lei non fosse conscio che la sua morte è solo apparente, frutto di fantasia, allora sì, potrebbe avere… un infarto. Ma è proprio questo il rischio che dobbiamo correre se vogliamo uscire da questo impasse».

Rimpiango gli impronunciabili proverbi napoletani di Gennaro, Zanardi è veramente incomprensibile. Il professore nota il mio disorientamento e, prima che possa lamentarmi, cerca di esporre con maggiore chiarezza la sua teoria.

«Signor Laricchia, come le ho innanzi detto, non credo che la causa del suo non risveglio sia addebitabile agli psicofarmaci. Sospetto che il tutto sia stato generato da… dall’ipnosi».

«Ipnosi?»

«Ebbene sì, lo teniamo segreto ai nostri clienti, ma in realtà, subito dopo l’assunzione delle droghe, prima che queste facciano effetto e quando il paziente si trova in uno stato di dormiveglia, si procede ad ipnotizzarlo. Vede, non sempre le sostanze allucinogene intervengono sul piacere. Può capitare di provare sensazioni spiacevoli associate ad allucinazioni da incubo che determinano la sensazione generale di un “bad trip”. Per evitare ciò, induciamo lo psiconauta in una condizione ipnotica, portandolo così a vivere solo ed unicamente l’esperienza espressamente richiesta. Mi capisce?».

Unitile dirvi quanto sia frastornato e incazzato per tale rivelazione. «Ma voi non potete ipnotizzare la gente senza consenso!».

«Di questo parleremo a tempo debito. Ora è fondamentale che lei si risvegli. È probabile che la colpa sia dell’ipnologo, anche se non comprendo perché l’abbia fatto. Ma se così fosse, l’unica maniera per risvegliarsi rompendo così lo stato di ipnosi è solo quello di subire un forte… trauma».

«Mi sta dicendo che “traumatizzerete” il mio corpo addormentato?».

«No. Il trauma deve subirlo il suo cervello durante il sogno. Laricchia, insomma, lei ora deve morire, e deve farlo possibilmente in maniera violenta».

«Ma…ma lei poco prima ha detto che vivendo un’esperienza violenta potrei subire un infarto…»

Zanardi sfoggia quel suo odioso sorrisetto. «Solo se lei non è consapevole che la morte è fantasiosa e non reale. Insomma non deve far altro che…».

La tonante voce rauca di Gennaro rimbomba nelle trincee. «Arrivano! Arrivano! Tenetevi pronti! Lance in resta!».

La terra trema per lo scalpitio di mille cavalli lanciati al galoppo contro le trincee, dalla parte opposta della radura il suono dei corni ruglia l’allarme, echeggiando tra le pareti dei monti. Il cielo si oscura per le centinaia di frecce scagliate dagli Elfi contro il nemico, e poi urla bestiali, nitriti impazziti e l’odore aspro della polvere che ci investe come un tornado.

Mi sporgo appena oltre la parete fangosa della trincea e vedo l’armata bestiale degli orchi, a briglia sciolte sopra demoniaci unicorni neri, che si sta scaraventando su di noi. Le frecce degli Elfi sibilando si abbattono sul nemico disarcionandone le prime file, ma gli altri proseguono l’attacco feroce giungendo infine a pochi metri da noi.

«Jamme!», urla Gennaro balzando fuori dalla trincea con l’ascia in pugno. «Accidiamoli tutti sti piezz’e merda!».

Mi ritrovo a gridare a squarciagola insieme a tutti i malcapitati. Dovrebbe essere un urlo di battaglia, ma risuona come un latrato di terrore. Molti abbandonano la lancia e si scapicollano fuori, dalla parte opposta della galleria, dandosi a precipitosa fuga. Non ci vuole molto prima che le perfide frecce degli Elfi trapassino i disertori. Altri si rannicchiano in lacrime tra il fango rifiutando l’impatto mortale con quella marea disumana.

«Vada, Laricchia, vada!», mi incita Zanardi rimanendo prudentemente accovacciato sul ciglio della trincea, «e si ricordi che…». Il fendente di un’alabarda nera lo decapita impedendogli di finire la frase. Un Elfo oscuro nell’oltrepassare al galoppo la trincea, lo ha preso in pieno. La sua testa finisce nel fango calpestata da decine di zoccoli caprini. Se non faccio qualcosa subirò la stessa sorte.

Ma cosa dovrei mai fare? Mi sovviene la frase di fra Cristoforo nei Promessi Sposi: “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Ma è vero tale assunto? Sono sul serio un vigliacco o forse ogni aspetto del mio carattere si è assopito nel corso degli anni? Chi sono veramente? Che tipo di uomo avrei potuto essere se non avessi rinunciato a vivere, se non mi fossi arreso? Quest’incubo mi sta ponendo dinanzi ad uno specchio, costringendomi ad esplorare la mia anima e rivivere i ricordi. Dormendo mi sto svegliando. Nelle vene mi scorre pur sempre il sangue impavido di mio padre, sono figlio di un guerriero e oggi dimostrerò a me stesso il coraggio di cui sono capace.

Mi lancio fuori dalla trincea, fiero e determinato, con la lancia saldamente stretta tra le mani e spinta minacciosamente in avanti. Ecco che un unicorno con la bava alla bocca, spronato dal suo mostruoso cavaliere, mi punta per travolgermi. Allargo le gambe, fletto le ginocchia e posiziono il baricentro del corpo per assorbire l’impatto. Nel contempo alzo la lama biforcuta oltre la criniera dell’animale in corsa. L’orco viene trafitto alla gola e schizza via dalla sella capitombolando sanguinante nella polvere. Mentre schivo gli zoccoli della bestia, intravedo un altro cavaliere lanciarsi contro di me. Mi giro spianando la lancia, anch’egli cala la punta dell’alabarda puntandomi al cuore. E poi l’impatto! La lama che mi penetra lo sterno, il ruggito di dolore del mostro infilzato, sangue, polvere, fango e morte.

Mi ritrovo spalle a terra con il petto squarciato che zampilla spruzzi di sangue dappertutto. Non c’è alcun dubbio, sto morendo e, seguendo le indicazioni di Zanardi, lo sto facendo nella maniera più traumatica possibile. Sono stato bravo, non c’è nulla da dire. Ho sorpreso me stesso improvvisandomi eroe. Forse non sono proprio quella nullità che ho sempre creduto. Forse… mi manca il fiato, la vitalità mi abbandona. Ho paura, il cuore ferito batte all’impazzata, ma devo ricordarmi che non sta accadendo veramente, è solo il frutto della mia fantasia. Ora finalmente mi risveglierò e tutto questo sarà solo un ricordo, ora…

 

Riapro gli occhi, sono steso a terra e un uomo mi sta schiaffeggiando. Un altro in giacca e cravatta mi getta dell’acqua fredda in faccia.

«Guardate, ha aperto gli occhi!», sento dire alle mie spalle.

Lo schiaffeggiatore mi solleva delicatamente la testa guardandomi preoccupato. «Sei sveglio?», chiede con apprensione.

Non ce la faccio a parlare e annuisco scuotendo il capo. Lui mi elargisce un sorriso a trentadue denti e poi sussurra: «Che figlio di puttana! Ci hai fatto prendere un colpo, ma è proprio vero che hai più vite dei gatti. Bentornato alla vita, Paul!»

…PAUL???

 

…CONTINUA

 


EPISODI PRECEDENTI:

capitolo 01

capitolo 02

capitolo 03

capitolo 04

 


VISITA I NOSTRI PRODOTTI SU AMAZON

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: