Odio tagliente

I VOSTRI RACCONTI

 

«Quando vuole incominci», dice l’Agente Giu accendendo la telecamera.
«Va bene, grazie», rispondo guardando l’obiettivo.

«Beh, credevo che fosse un giorno come tutti gli altri e invece… Come ogni mattina mi alzai alle sei in punto, misi le pantofole e feci colazione con la solita tazza di latte e coco-pops. Una volta finita, mi lavai e indossai i miei pantaloni preferiti e la felpa della Suprême. Uscii di casa con una certa tranquillità e, scendendo le scale, ammirai il sole sorgere tra le nuvole grigie che tanto adoro. Non so perché, Agente, ma ho sempre amato il cielo grigio… mi dona calma, pace, rilassatezza… è come un anti-stress.
Come di routine, presi il pullman e arrivai a scuola verso le sette e mezza. Vidi Miriam appoggiata a un albero. Come di consueto aveva la bandana blu in testa, una maglietta nera senza maniche, un giubbotto di pelle e pantaloni a zampa di elefante. Era così bella da mozzare il fiato, e infatti mi mancò il respiro per almeno cinque secondi. La salutai dandole un bacio sulla guancia. Notai che era agitata, aveva anche una sigaretta in mano. Con voce singhiozzante mi chiese di andare al Savini ed entrare alla seconda ora. Ci pensai un attimo e poi la accompagnai.
Una volta lì, mi ricordò una vecchia promessa che ci facemmo duramente l’estate, e così mi chiese se quel pomeriggio volessi andare con lei al fiume Loro. Risposi immediatamente di sì, ma percependo la sua titubanza, la guardai con attenzione negli occhi. Un suo sguardo vale mille più di parole. Ma questa volta non mi rivelò nulla. Lei era assente, spenta. Avevo imparato a conoscere la sua apatia, per cui, invece di usare tanti giri di parole, la abbracciai forte, così forte che sentii il suo cuore battere sul mio, e finalmente un accenno di sorriso comparve sul suo volto.
La mattinata passò veloce, io uscii a mezzogiorno e, nel frattempo che aspettavo l’una per l’uscita di Miriam, andai a casa a prendere il motorino. Avevamo fissato l’incontro alle tre del pomeriggio sotto casa sua; andai a prenderla e salita in sella mi indicò la strada per raggiungere il fiume. Il cielo era ancora cupo e soffiava un gelido venticello che mi fece rabbrividire la schiena. Non sono uno che si spaventava facilmente, ma portavo sempre con me un piccolo pugnale. Prevenire è meglio che curare.
Il posto era incantevole. C’erano laghetti e piccole cascate circondate da alberi. La natura incontaminata ci avvolse. Miriam mi spiegò che procedendo saremmo arrivati a una sorta di altura da cui avremmo potuto scorgere un meraviglioso spettacolo. La strada era stretta, ripida, piena di sassi e, a un certo punto, dovemmo pure scavalcare un muro alto circa due metri e mezzo. Per un paio di volte sentii dei rumori, ma diedi la colpa ai sassi o alle lucertole. Proseguimmo per circa venti minuti tenendoci la mano per questioni di sicurezza. Per me furono minuti fantastici.
Io e Miriam eravamo solo amici, il nostro rapporto era profondo anche se non ci conoscevamo da molto. Io, poi, ero ancora innamorato della ragazza che, per la prima volta nella vita, mi fece perdere la testa. Diletta! L’unica di cui mi sia veramente innamorato. Quando la storia finì, abbandonai l’amore, ritenendolo un’imperfezione umana, preferendo dedicarmi ai piaceri carnali. Però, ogni qualvolta che la incontravo, mi perdevo nei suoi capelli lunghi e ricci, in quegli occhi nutella e nel sorriso da principessa. La ammiravo pur se dentro di me un odio sconcertante sovrastasse ogni sentimento.
Scalammo l’ultima parte ancora mano a mano e, una volta in cima, capii che valeva la pena fare tutta quella strada. Uno spettacolo naturale di colori! Era come se tutti gli artisti del mondo si fossero riuniti lì per creare quel panorama. Dopo tanto tempo mi sentii felice. Peccato che, probabilmente, qualcuno non voleva che io lo fossi.
A un tratto sentimmo nuovamente dei rumori, questa volta erano vicini. Andammo a vedere di cosa si trattasse e fu in quel momento che vidi Diletta con il suo nuovo ragazzo. L’odio si impossessò di me e, dopo essermi infilato il casco e aver impugnato il mio fidato pugnale, con passo felpato mi avvicinai.
Sorpresi l’uomo alle spalle puntandogli l’arma affilata, al collo. Fu una sensazione stupenda. Era lì, immobile, riuscivo a percepire la sua paura, ne sentivo finanche l’odore inebriante. Il ragazzo iniziò a implorarmi di lasciarlo andare, mentre Diletta rimaneva immobile a guardarlo con aria… quasi schifata. La prima pugnalata gli squarciò lo stomaco e in quel momento Diletta iniziò a piangere. La seconda gli aprì il petto. Quando ormai non opponeva più resistenza, alzai la mascherina del casco e lo guardai negli occhi. Erano quasi spenti, distanti, se ne stavano andando… Ebbi una scarica di adrenalina finale e lo sgozzai. Ebbene, fu in quel momento che mi sentii di nuovo felice, quel vuoto che mi perseguitava da mesi finalmente si colmò, ero di nuovo vivo.
Guardai Diletta e la baciai sulle labbra. Mi sentivo in pace con il mondo. Lei sussurrò il mio nome, evidentemente mi aveva riconosciuto. Sul momento non gli diedi molto peso e, dopo aver pulito il pugnale e lasciato il corpo inerme sulla riva del fiume, tornai indietro insieme a Miriam. La accompagnai a casa e la baciai sulla fronte.
Il resto lo sapete: mentre tornavo sono stato bloccato e convocato qui».
«È tutto? Vuole dire qualcosa che possa aiutare a scagionarla?»
«Agente, lei non ha premuto il tasto di avvio nella telecamera, quindi non puoi dimostrare ciò che ho detto. Sapete benissimo che non ci sono prove. Il cadavere è stato trasportato dalla corrente e il pugnale è pulito. Non ci sono elementi per arrestarmi, quindi io me ne andrei». Detto ciò mi alzo ed esco dal commissariato. Girato l’angolo, vedo Diletta.
«Dile’, che strano vederti qui, che fai?»
«Sei stato tu ammettilo!»
«A fare cosa? »
«Smettila! Quando mi hai baciato ti è caduta questa!», dice tirando fuori dalla tasca la polaroid della nostra foto, la porto sempre con me.
«Sì, sono stato io»
«Perché l’hai fatto?», chiede iniziando a piangere.
«L’odio è un modo per tenere a bada l’amore quando fa male».
In quell’istante tira fuori una pistola. Un colpo secco, BAM! Il proiettile mi penetra proprio accanto al cuore, inizio a sanguinare e cado a terra.
Rivivo tutta la vita in un secondo, migliaia di voci si accavallano, il corpo mi abbandona lentamente. Tiro le somme delle mia giovane vita, ragazzo egocentrico, arrogante, egoista, presuntuoso, che fa di tutto per la propria felicità…
Chiudo gli occhi e sorrido per l’ultima volta.
 

 

Giuseppe Musumeci


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