Il male che abita nel bosco – 12

Tic. Tic. Tic tic tic tic tic tic…

Le prime gocce di pioggia sui capelli mi rivegliarono. Un temporale estivo, caldo, improvviso, di quelli che ti bagnano fino alle ossa. Avevo gli occhi pesanti, aprirli era quasi una tortura. Sotto di me sul terreno riarso dalla siccità di quei giorni si stavano già formando le prime pozzanghere. Mi stavano trascinando: alla mia sinistra vedevo le scarpe da basket di Giacomo, alla destra i piedi di Amina in infradito. Ricordo ancora benissimo lo smalto rosso fuoco che stava sparendo dalle sue unghie, è incredibile come alcuni particolari siano ancora così presenti nella mia mente, mentre altri sono svaniti in men che non si dica. Le mie ginocchia strusciavano sul terreno, i piedi si impuntavano su sassi e buche, facendomi male. Cercai di muovere il collo, ruotandolo verso l’alto, in modo che la pioggia mi lavasse la faccia.

– Si è svegliato. – Disse Giacomo.
– Cammina. – Intimò una voce maschile da più avanti. La voce della sera prima, ma questa volta sembrava più umana, più discernibile.

Continuarono a camminare, un po’ per sentieri e un po’ entrando nel bosco. Mi trascinavano ancora, ma ora cercavo di aiutarli, zoppicando meglio che potevo. Guardai le mie ginocchia: erano coperte di fanghiglia e sangue. Le scarpe di Giacomo erano diventate marroni di fango, i piedi di Amina quasi scomparsi nelle pozzanghere. Ansimava per la fatica, a volte inciampava e il mio viso andava pericolosamente vicino a sbattere a terra. Ma continuavano sempre a tenermi saldamente per le braccia.

La strada cominciò a salire con una buona pendenza. Amina continuò a scivolare e per un attimo mi lasciò, sbilanciata. Con la mano libera cercai di proteggermi, ma persi l’equilibrio e finii nel fango. Anche Giacomo mi aveva lasciato. Ero libero. Alzai il collo, sorpreso per un attimo: la pioggia aveva cominciato a risvegliarmi, forse potevo provare…

Appoggiai le mani a terra per provare a rialzarmi e fuggire via. Il dolore mi fece urlare. Mi ero dimenticato del mio polso sinistro malandato, non riuscii più a muovermi. Un colpo improvviso sullo zigomo mi fece vedere le stelle. Giacomo mi aveva sferrato una forte ginocchiata, e per poco non svenni di nuovo.

– Ma cosa fai, sei stupida? – Sgridò Amina che accorse a tirarmi di nuovo su.
– Non ho le scarpe adatte… scivolo. – Protestò lei.
– E allora toglile, puoi continuare scalza!
– Ma…
– Camminate, ho detto. – La voce del mostro li zittì. Cercai di rialzare la testa per guardarlo, ma Giacomo mi colpì sulla nuca.
– Tieni la testa bassa, non puoi guardare ancora.

Ripresero la marcia. Amina abbandonò le infradito e proseguì davvero scalza. La pioggia aumentò di intensità, così come il dolore alla mia faccia. La sentivo gonfiarsi e pulsare. Sputai, e dalla mia bocca uscì più sangue che saliva.

La strada salì ancora. Amina e Giacomo arrancarono faticosamente, mentre l’uomo davanti a loro non emetteva un suono che non fosse il rumore dei suoi passi. La pioggia non lo disturbava. Finalmente arrivammo in cima e il percorso spianò. Facemmo solo pochi passi e ci fermammo. Colui che consideravo il mio migliore amico e la ragazza scomparsa continuavano e tenermi per le braccia, fermi. Sentii la presenza dell’uomo dietro di me.

– Ora lasciatelo. – Disse.

Rimasi in ginocchio, a testa bassa, la pioggia che mi colava sui capelli e sul viso.

– Alza la testa.

Obbedii e mi sforzai di guardare attraverso la pioggia. Ero a un passo da un crepaccio. Il bosco odorava di bagnato, ma c’era un altro odore più dolciastro e sgradevole. Era… Era lo stesso punto da dove Giacomo mi aveva buttato giù. Era successo il giorno prima? Avevo perso la cognizione del tempo ormai da moltissimo. Cercai di voltarmi indietro, ma sentii una mano stringermi i capelli e capii che dovevo rimanere immobile.

– Il bosco ti ha rifiutato, a quanto pare. Sei caduto, ma ti sei saputo rialzare. Non è così?
– Io… – La mano sui capelli strinse e tirò indietro.
– Zitto. Non stavo chiedendo a te. È andata così, piccolo?
– Lui… sì, si è rialzato. Il bosco l’ha richiesto in sacrificio, e io ho eseguito proprio come mi avete insegnato. Allora ho pensato che è stato uno sbaglio, e lui è destinato a venire con noi. Così ho pensato di portarvelo, perché prendiate le giuste decisioni. Dopotutto lo conosco, lui è…
– Non ho bisogno delle tue considerazioni. – Lo interruppe l’uomo senza nome, alzando la voce. – So cosa succede nel bosco, è casa mia da molto, moltissimo tempo. E so chi è destinato a partecipare al risveglio e alla vendetta. Così hai provato ad eseguire il sacrificio, è così?
– Sì. L’ho gettato giù.
– Non ci si rialza dal sacrificio.
– Ma io…
– Non ci si rialza dal sacrificio.
– Lui è…
– Silenzio! – Giacomo non osò replicare. – Rispondi solo alla mia domanda. Hai sentito il bosco richiederlo in sacrificio?

Nessuna risposta. La pioggia continuava a cadere sulla mia testa e io non osavo neppure girarmi per osservare la scena.

– Hai sentito il bosco richiederlo in sacrificio? – Ripetè. – È una domanda semplice, devi solo rispondere sì o no.
– Penso… di sì.
– Pensi? O sì?
– Sì io… sì. L’ho sentito.
– Altrimenti avresti fatto un grave errore a gettarlo di sotto, e dovrei punirti. Ma si è rialzato.
– Sì…
– Allora, sei sicuro di aver sentito la richiesta di sacrificio?
– Sì…
– Quindi la richiesta c’è stata.
– Sì.
– Se lui si è rialzato, e la richiesta c’è stata, significa che l’errore è stato un altro. Il bosco non chiedeva lui. Il bosco chiedeva te.

Giacomo urlò di terrore. Continuai a guardare dritto davanti a me, in attonito silenzio. Sentii un ringhio ferino alle mie spalle, e Amina sussultare di sorpresa. Sentii il corpo di Giacomo che veniva sollevato sopra la mia testa e lo vidi volare giù, a schiantarsi sulle rocce.

– Il sacrificio è stato portato a termine, proprio come desiderato. – Esclamò il mostro.

 

CONTINUA…

 

Michele Borgogni


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