Il male che abita nel bosco – 11

Mi riportarono al capanno senza neanche bisogno di legarmi. Tenevo la testa bassa, piangevo sommessamente, seguivo Amina strascicando i piedi ed inciampando, mentre Giacomo, dietro di me, teneva il bastone in mano pronto ad ogni evenienza. Ma non avrebbe mai avuto bisogno di usarlo. Ero terrorizzato, stanco, distrutto psicologicamente. Forse dovrei vergognarmi della mia condizione di allora, ma davvero non sapevo che altro fare. Combattevo il dolore, la stanchezza, la frustrazione, l’improvvisa consapevolezza che il mondo era più grande e più terribile di quanto avessi mai immaginato, e che io ero solo un ragazzino.

Varcata la soglia i miei due aguzzini mi fecero cenno di andare verso un angolo, dove una coperta lercia era stata gettata per terra. Mi passarono dell’acqua e dei biscotti rinsecchiti. Bevvi e mangiai senza entusiasmo, meccanicamente, nonostante il mio corpo mi avesse ricordato più volte della fame e della sete. Non so come, ma senza volerlo mi addormentai. Giacomo e Amina parlottavano a bassa voce seduti al tavolo, io carpivo qualche parola ogni tanto ma proprio non riuscivo a seguire la loro conversazione. Parlavano di lui, sarebbe arrivato presto, avrebbe deciso lui cosa fare, ma per quanto mi sforzassi non riuscivo a capire più di questo. Ed ero così stanco, le mie palpebre pesavano come macigni…

Aprii gli occhi. Era notte, dormivo sulla coperta senza nulla sopra di me. Nonostante la stagione calda, il freddo mi era entrato nelle ossa. Il capanno era completamente buio, le finestre erano sbarrate e l’unica luce veniva dalla porta lasciata aperta. Non ero legato in alcun modo, ma evidentemente non avevano alcuna paura che potessi scappare. Dalla posizione in cui mi trovavo non riuscivo a vedere cosa c’era fuori, i miei occhi intuivano solo il balenio delle fiamme di un grande fuoco acceso, il suo crepitare, le ombre che si muovevano, proiettate sulle pareti di legno. Bramavo il suo calore, ma ne ero anche terrorizzato. Le ombre erano ora più grandi, ora più piccole. Immagini senza senso, figure misteriose che sembravano danzare. E i suoni… Rumore di passi ritmati. Qualcosa che percuoteva il legno. Sussurri che riempivano l’aria e si insinuavano nelle mie orecchie. Parole incomprensibili come formule magiche, ansimi, gemiti. Grida, improvvise. Di dolore, sorpresa o di piacere, difficile dirlo. Qualcosa che scalpitava sul terreno duro. Zoccoli forse, o scarpe dal tacco rigido. Ancora passi ritmati, ancora una danza, un battito di mani. Grugniti. Delle risate femminili sguaiate. Era Amina, riconoscevo almeno lei. Avrei voluto guardare meglio, strisciare verso la porta e finalmente poter capire cosa stava succedendo, ma ero completamente paralizzato. Mi sentivo come se avessi una febbre altissima, ero coperto di sudore dalla testa ai piedi, avevo i brividi, sentivo dolori fortissimi alle gambe. Mi sembrava di perdere coscienza e ritrovarla continuamente, avevo dei vuoti che non riuscivo a riempire e a malapena ricordavo esattamente cosa mi era successo il giorno precedente. Sembrava tutto un incubo, un delirio. Era tutto un delirio?

I rumori si fermarono ed i passi si avvicinarono. Amina varcò la soglia e lì si fermò a guardarmi, con la mano appoggiata allo stipite. Anche nel buio della stanza riuscivo a vedere che era completamente nuda e scalza.

– È sveglio? – Chiese la voce di Giacomo da fuori.
– Non lo so. Vado a controllare.
– Non importa. Ora è il mio turno, va bene?
– Il tuo turno arriva quando lo decide lui. E solo se va bene anche a me.
– Ma io…
– Zitto ora.

Dietro Amina apparve un’altra figura. Sembrava gigantesca, oscurò completamente la porta. Lei si girò, come intimorita. O forse è meglio dire sottomessa. Sentii un brontolio cupo, molto basso, come un linguaggio straniero pronunciato da una voce non umana. Il suono mi rimbombò nella testa, ma non riuscivo ad afferrare le parole. Amina, invece, evidentemente capì. Disse solo “Sì”, e deferente si spostò dalla porta.

L’ombra si avvicinò ed iniziai a percepirne i contorni. Il suo corpo era grosso e tozzo, sembrava muoversi su quattro zampe molto corte rispetto al resto. Poi si alzò su due. Sembrò slanciarsi, come per una metamorfosi. Le gambe si allungarono, vidi la lussuria e il potere sul suo volto barbuto, poi notai qualcosa più in basso: un pene gigantesco, mastodontico, in erezione. Mi vennero in mente i disegni che avevo visto sui vasi greci nei libri di scuola. Era ancora lontano, ma lo sentivo incombere su di me come un gigante, come un demone. Gli occhi mi bruciavano, li strizzai pregando come un bambino che se io non potevo vedere lui, magari anche lui non avrebbe potuto vedere me. La figura si avvicinò ancora, ogni suo passo lento produceva uno schiocco acuto sul legno del pavimento. Pregai l’unico Dio che conoscevo, convinto che fosse giunta la mia ora. Il mostro parlò con la stessa voce di prima, ma questa volta riuscii a comprendere l’unica parola pronunciata.

– Domani. – Disse.

Qualcuno mi aveva ascoltato. Riaprii gli occhi. Il fuoco ora sembrava bruciare più naturalmente. Il demone era scomparso senza un rumore. Amina non era più sulla soglia, e per un attimo comparve il viso di Giacomo che mi guardò e scosse la testa. Poi chiuse la porta rimanendo fuori. Ero salvo. Per ora. Svenni, e vinse nuovamente l’oblio.

 

CONTINUA…

 

Michele Borgogni


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